Melusina, Lilith, Arlecchino e Pulcinella. Tradizioni popolari sulla famiglia in Romagna, mito e teatro, nell’ambito delle contrapposizioni e collaborazioni nella lotta tra i sessi.

(Parte Prima)

[Questo lavoro è un brano già pubblicato nel libro “Streghe, folletti e santi tra Romagna ed Europa. La cultura del fantastico in Romagna tra origini storiche e meccanismi antropologici. (Ed. La Mandragora, Imola), per quanto qui modificato ed aggiornato in alcuni punti.] 

Sulla lotta tra matriarcato e patriarcato, fenomeno importante e spesso drammatico (basti pensare a certi aspetti della condizione femminile in alcuni paesi del mondo) sono stati scritti un numero infinito di lavori, sicuramente inesaustivi. Questo argomento ha avuto e continua ad avere degli aspetti così complessi da trovare proprio in questa complessità la causa dell’assenza di una soluzione soddisfacente del rapporto tra uomo e donna.

Probabilmente anche l’aspetto complessivo del problema, sia qualitativo che quantitativo, non è stato sempre ben inquadrato (dove con “qualitativo” ci si riferisce all’interpretazione vera e propria del concetto di “lotta tra matriarcato e patriarcato”, ossia ad un tipo di sopraffazione di tipo fisico, psicologico e culturale, di un sesso sull’altro, mentre con “quantitativo” alla diffusione che ha avuto il fenomeno, soprattutto nell’antichissimo passato).

Questa confusione sui significati ha reso spesso difficile agli antropologi culturali l’analisi di alcune tradizioni romagnole, generalmente interessanti l’ambito matrimoniale e famigliare, come quelle del “rivoltaglio”, o il ruolo della “azdora”.

Il rivoltaglio è quel fenomeno per cui, almeno fino a duecento anni fa, le spose romagnole, dopo il matrimonio, ritornavano per qualche giorno presso la famiglia di origine; l’azdora è il termine romagnolo (che viene generalmente tradotto come “reggitrice”) della matriarca della famiglia polinucleare contadina, la donna più anziana della famiglia, che svolge un ruolo a volte effettivamente di comando, a volte succube del marito e dei figli.

Lo sviluppo della famiglia non è sempre stata caratterizzata dal patriarcato, e la lotta tra i sessi ha avuto andamenti altalenanti; nell’antichità lo scontro è stata una vera e propria guerra e ciò, al di là delle inevitabili sofferenze fisiche indotte, ha contribuito a creare una sorta di contrapposizione tra i due sessi che si definiva soprattutto per categorie mentali: ciò che definiva il buono e il cattivo, il giusto e l’ingiusto, l’etico e il non etico, passava attraverso la definizione dell’opposto binomio maschile – femminile.

Il prodotto di questa contrapposizione si è mantenuto inalterato nel tempo fino alla nostra cultura attuale e va considerato il nocciolo della questione, più importante ancora del desiderio di conservare privilegi legati al potere ed agli aspetti economici, argomento che viene generalmente chiamato ad origine di questa lotta.

Anche sull’aspetto di questo fenomeno che abbiamo definito “quantitativo”, ossia sulla diffusione cronologica e geografica della lotta tra matriarcato e patriarcato le opinioni sono disparate.

Dopo la grande importanza che fu data al matriarcato nel passato, la tendenza odierna è quella di un ridimensionamento del suo ruolo.

I fautori di questo nuovo corso mettono in relazione l’importanza del matriarcato con la sua diffusione geografica, per provare la quale cercano riscontri oggettivi in manufatti, immagini, testimonianze storiche, mettendo altresì in relazione tale diffusione con la rilevanza che il matriarcato ebbe nelle società antiche e nell’eredità che ha lasciato in quelle attuali.

È chiaro che se questa ipotesi è corretta il peso sulla nostra cultura delle “categorie mentali” a cui prima si è fatto riferimento rivestono un’importanza molto relativa.

Chi scrive ravvisa viceversa un diverso peso di tale forma mentis, ritenendo che la diffusione geografica sia stata più ampia di quella genericamente riportata dai testi storici.

Date le difficoltà di raccogliere riscontri oggettivi del tipo di cui si è detto quando il fenomeno che si sta indagando si è verificato in periodo che generalmente definiamo pre-storici, si ritiene valga di più l’analisi interpretativa di antichi miti e delle antiche credenze magico-religiose (come quelle universali inerenti le divinità della fecondità o le figure mitiche delle fate) a sostenere questa diffusione.

Inoltre la rilevanza sociale è da considerare debitrice più all’importanza culturale di una società, e quindi alla sua maggiore possibilità di trasmettersi nel futuro, che alla sua diffusione territoriale.

All’alba della società umana, quando la prima forma di organizzazione era quella famigliare, l’uomo aveva il compito principale della protezione del nucleo famigliare (mentre condivideva con la donna quello della raccolta del cibo), e ciò gli veniva dalla sua maggiore prestanza fisica rispetto alla femmina; in ciò ricopiava esattamente la struttura sociale degli animali.

La stessa struttura venne riproposta anche quando l’organizzazione divenne un gruppo più composito, allargato ad altre strutture famigliari: la tribù, o il clan.

In questo caso uno dei capifamiglia diventò anche capo-clan, analogamente a quello che nelle società animali gli etologi chiamano “maschio alfa”.

Fu questa la fase “paleo-patriarcale”, in cui l’elemento discriminante per la definizione della figura del capo era la garanzia di difendere gli altri dagli attacchi degli animali e dei nemici, una fase dominata dalle necessità puramente ed esclusivamente fisiologiche.

Quando l’uomo cominciò ad avvertire sensazioni più spirituali, quando cominciò ad affacciarsi il senso di qualcosa oltre la morte, da forze che sfuggivano al suo controllo più ancora che alla sua comprensione, il potere della donna all’interno della tribù aumentò enormemente.

La sua capacità di generare una nuova vita nella quale l’uomo riteneva di non avere parte alcuna e che sembrava potesse venirle solamente da forze incontrollabili, la ponevano su un piano diverso rispetto a quello dell’uomo, nei confronti del quale passava da un atteggiamento di sottomissione a uno di dominanza: il potere che gestiva facevano indubbiamente più paura di quella che poteva essere generata dalle bestie feroci[1].

Il potere di generare la vita diventò anche potere di gestire la vita stessa, nel bene e nel male.

Nacquero in questo modo i sentimenti magico-religiosi, che si esprimevano con la creazione di divinità femminili legate ai concetti dell’abbondanza e della fertilità, della terra e dell’acqua generatrici di vita, il cui ricordo e le relative influenze culturali dal neolitico arriveranno fino a Cerere, a Isthar, a Isis, fino alle latine Mater Matronae, e fino a influenzare alcune delle caratteristiche delle figure femminili della religione cristiana.

Fu la fase “matriarcale”.

Un ulteriore sconvolgimento di questa situazione sociale avvenne con la presa di coscienza maschile della sua parte attiva nella trasmissione genetica: l’uomo cercò allora di riprendere il suo posto al potere della società, e conscio del concetto di paternità (che precedentemente, come gli animali, possedeva solo in maniere istintive) pose “le donne” al servizio delle società maschili, e “la donna” al suo personale servizio, in modo da avere garantita la paternità. Il passaggio dalla fase matriarcale a questa nuova fase “neo-patriarcale” non fu però semplice ed indolore; le relazioni tra i membri delle società erano diventate abbastanza complesse, sia dal punto di vista delle relazioni umane che da quelle culturali, perché fosse accettato passivamente questo ulteriore scambio di ruolo.

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Manufatti neolitici con le esagerate proporzioni delle caratteristiche feminili, come in questa statuetta conosciuta come “la Venere di Willendorf”, testimoniano dell’importanza attribuita dagli uomini al misterioso fenomeno della fertilità femminile.

A seguito di ciò si ebbero vere e proprie guerre tra uomini e donne, che si perpetuano nei ricordi storici delle donne guerriere e delle loro battaglie contro gli uomini, probabilmente mitizzati nelle figure delle amazzoni e dei centauri.

Nella realtà le cose non andarono certamente con la linearità che la semplice schematizzazione che abbiamo usato potrebbe far presumere: la complessità dei problemi sociali, la vastità geografica del fenomeno, la diversità delle esperienze tra un popolo e l’altro, il raggiungimento della presa di coscienza di questi fatti in tempi diversi, fecero sì che il passaggio da una forma organizzativa di potere all’altra avvenisse in forme e momenti diversi, con risultati altrettanto diversi, e magari con riflussi verso l’una o l’altra delle due forme organizzative più volte nel tempo.

Le variabili in gioco sono tante che nessuna indagine, per quanto accurata, potrebbe dirci quando, dove, come e quante volte il matriarcato sostituì il patriarcato, o viceversa.

Secondo alcuni storici ed antropologi ci furono momenti in cui uno dei contendenti prevalse nettamente sull’altro al punto di smorzare completamente nel secondo ogni velleità di rivincita, seguiti da improvvisi risvegli di lotte tra uomini e donne; ancora ci furono momenti di pacificazione e di collaborazione, dove i due sessi lavoravano insieme nella gestione della società (M. Gimbutas definì queste civiltà “gilaniche”; secondo l’antropologa rumena una di queste fu la civiltà cretese, per lo meno quella immediatamente precedente al tracollo economico e civile dell’isola)[2].

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Nei miti delle amazzoni e della loro lotta contro i centauri si perpetuano i ricordi delle lotte per il potere tra matriarcato e patriarcato.

All’interno di questa complessità di fenomeni non è difficile pensare che siano esistite contemporaneamente società in cui la lotta tra matriarcato e patriarcato si trovassero in stadi evolutivi completamente diversi.

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Secondo l’antropologa lituana Marija Gimbutas la civiltà cretese fu la più importante civiltà di tipo gilanico.

Potevano coesistere, in aree geograficamente vicine, società in cui il potere legislativo era gestito da gruppi femminili e quello esecutivo dagli uomini (fatto questo sempre funzionale alle caratteristiche legate alla sacralità della maternità e alla forza fisica), altre in cui i due livelli di potere coincidevano, ed alcune in cui i ruoli erano completamente invertiti: le variabili sono infinite.

Il fenomeno, già di per sé complesso per i motivi sopra ricordati, venne ulteriormente complicato dalle implicazioni sentimentali che inevitabilmente deve aver comportato. Non bisogna dimenticare che, in società composte da pochi individui, come dovevano essere quelle di cui stiamo trattando, i legami parentali dovevano essere molto stretti: quante volte deve essere successo che uno scontro tra uomini e donne dovette essere uno scontro tra madri e figli, mogli e mariti, fratelli e sorelle.

La memoria storico-mitica della fase gilanica è rimasta nella nostra civiltà attraverso le figure di Ulisse e Circe, di Orfeo e Euridice, di Numa Pompilio e della ninfa Egeria, di Enea e Didone, di Teseo e Arianna.

Nella cultura popolare favole come “Biancaneve e i sette nani”, o il mito di Merlino allevato da una fattucchiera possono essere ascritti a ricordi ancestrali relativi alla cultura del periodo gilanico.

Nel caso di Biancaneve i nani potrebbero rappresentare gli uomini visti come “nani nella saggezza” ossia “ancora bambini nella presa di coscienza”, cioè nella fase iniziale del loro apprendistato, così come un senso analogo possono avere i “bambini sperduti” a cui Wendy deve fare da mamma nella favola di Peter Pan.

Contemporaneamente a quanto si è detto fino a qui un altro fenomeno si stava sviluppando negli stessi periodi, indipendentemente dalla lotta tra patriarcato e matriarcato.

Questa indipendenza è in realtà solo apparente in quanto, come avremo modo di vedere, proprio gli elementi di contatto fra questi fenomeni saranno l’origine della differenziazione delle figure che sono l’argomento di questo lavoro.

Ciò di cui parliamo è il formarsi del concetto dell’importanza delle regole etiche per la sopravvivenza della specie.

Le società neolitiche non avevano regole scritte ma solo una serie di consuetudini che venivano seguite da tutti i membri della tribù in quanto il loro rispetto era manifestamente importante.

Quando il gruppo cominciò a divenire più composito e le aspirazioni dei singoli si differenziarono questo rispetto non fu più così automatico, per cui fu necessario ricorrere ad un’imposizione, ma soprattutto trovare un modo efficace di imporsi.

Esempi che ci vengono da tutte le parti del mondo testimoniano che fu la paura dei morti l’elemento che permise di imporre le norme etiche di comportamento; essa nasce dall’idea che il morto aneli di ritornare alle dolcezze della vita che ha lasciato, oppure cerchi di tornare perché morto in un momento in cui aveva ancora qualcosa di importante da regolare (“la malamorte”), come le donne morte durante il parto, i bambini defunti piccolissimi, gli uomini che non avevano adempito a voti o promesse particolarmente importanti, come quelli legati a questioni religiose o funzioni pubbliche[3], o i casi di vendette rimaste incompiute, o l’aver violato un tabù durante la vita terrena.

In questo caso il cadavere era costretto a ritornare in vita per porre rimedio a quanto di male aveva compiuto.

Questa paura era talmente forte che le pietre tombali avevano più lo scopo di impedire che i morti uscissero dalla tomba piuttosto che difendere le spoglie dalla fame degli animali selvaggi.

A Cipro, in sepolture databili al 7000 – 2500 a.C., sono state trovate tombe con lastroni di tali dimensioni e con il morto posto in posizione così innaturalmente contratta da confermare questa ipotesi.

A volte i morti sono stati trovati decapitati, oppure con mani e piedi legati (e con tecniche di sepolture così elaborate e ricche da escludere che si trattasse di cadaveri di prigionieri o di nemici); a volte gli arti ed il cranio venivano inchiodati al terreno con lunghi paletti di legno o con cunei di bronzo (tombe di Chalkhidiki, in Grecia)[4]; altre culture cercavano di impedire il ritorno utilizzando il metodo della cremazione dei cadaveri, o quella del corpo esposto alle intemperie per essere divorato da animali.

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Il teschio di questa sepoltura reca le tracce di un foro, testimonianza di come il defunto venisse “inchiodato” al terreno.

Le offerte votive (cibo, indumenti, utensili) avevano lo scopo di fornire il morto di tutte quelle cose che aveva avuto in vita, per impedirgli di venirle a cercare nelle case dei vivi.

Anche nei riti funerari si elaborarono tecniche per impedire il ritorno dei defunti, ad esempio facendo fare alla bara un percorso complicato (con lo scopo di confondere il morto) o mettendo ai crocicchi delle strade delle immagini religiose (per spaventarli).

Fu nelle culture primitive che i capi tribù, o gli sciamani, si resero conto che per imporre una certa disciplina agli uomini che formavano il loro gruppo valeva più la paura che incutevano i morti che qualunque tipo di imposizione basata sulla forza.

I morti rappresentavano infatti un’entità che qualunque guerriero, per forte che fosse, non avrebbe potuto sconfiggere; essi avevano inoltre un rapporto preferenziale con le divinità e tutte quelle entità che dimoravano nel sottosuolo, come le sementi e le piante che protendono in quell’universo le loro radici, e quindi potevano sia assumere le forze di queste entità sia volgerle a favore o contro gli uomini, a proprio piacimento.

Essi, imbattibili dagli esseri umani, potevano invece essere controllati dagli stregoni e dagli

sciamani, unici detentori di un potere che derivava loro direttamente dalla divinità; potevano diventare pertanto i “soldati” di un’armata utilizzata da chi deteneva il potere politico, per costringere gli uomini a seguire le leggi del gruppo: chi non ubbidiva, chi si opponeva, correva il rischio di essere rapito da questi servi silenziosi del potere politico-religioso, e trasportato nell’oscuro mondo sotterraneo[5].

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L’armata dei morti in un graffito trovato in Birmania

I morti venivano presentati dai capi tribù ai loro uomini come invidiosi della situazione dei vivi, che godevano ancora dei beni che essi avevano perso, e perciò la paura era quella che il loro mondo fosse invaso da questi esseri vogliosi di vita, o di essere rapiti per vendetta e portati anzitempo in quelle profondità che erano le dimore dei defunti.

A lungo andare fu necessario dare un’immagine concreta di questo pericolo che fino a quel punto era considerato solo come fatto immaginato, e si usò ritualizzarlo ricorrendo a “falsi morti”, persone che nei gesti e nell’aspetto imitavano i defunti, ad esempio tingendosi il corpo di bianco (il colore delle ossa, che rimase il colore della morte per tutto il periodo in cui le donne ricoprirono funzioni gerarchicamente rilevanti e che fu sostituito dal nero col successivo avvento del patriarcato), o imitando mutilazioni mediante colorazione variopinta delle membra, o ancora simulando mostruosi animali mediante il trucco del viso o con l’uso di maschere grottesche.

Il tutto finì per ritualizzarsi e, come vedremo, diede vita a manifestazioni sociali come il Carnevale, la festa di Halloween[6], e, con una diversa evoluzione, al teatro.

Ad amplificare l’effetto terrificante che doveva incutere nella popolazione, e anche per darsi coraggio ed aumentare la propria forza fisica, questa armata faceva probabilmente uso di sostanze stupefattive, e indossava pelli di animali dalle quali trarre, per il fenomeno della magia simpatico-imitativa, la forza dell’animale stesso, come ben significato dalla pelle di leone indossata da Ercole o da quella di lupo di Ade.

Si trasformava così in una massa urlante, chiassosa e pericolosa, forse spesso a cavallo, e gli attributi tipici di questo animale, coma la criniera, rimarrà negli elmi militari a simboleggiare la pericolosità del connubio uomo-cavallo, e dando probabilmente origine al mito dei centauri.

Il collegamento fra questa orda selvaggia e le strutture militari è abbastanza evidente e dimostrato anche dall’etimologia: come nel caso del termine celtico riastharthae, termine che indicava la furia cha assaliva il dio Cù Chùlainn, molto simile a quello vedico rathaestar, che indicava invece il conduttore di carri da guerra, o in quello germanico wut, radice presente nel nome del dio Wotan (Odino) e che stava a significare un violento turbamento spirituale, o nel fenomeno della setta araba degli hashisin che prendevano coraggio per le loro azioni dall’uso di hashis.

Il contatto tra il mondo dei vivi e quello dei morti poteva avere luogo in qualunque momento, ma c’era un particolare periodo in cui questo incontro era più probabile; in quel periodo i morti uscivano a frotte dal loro mondo ed invadevano in massa il mondo reale.

In Europa questo periodo durava circa dodici notti e, a seconda delle culture, poteva andare dalla notte della vigilia di quello che oggi è il nostro Natale in avanti, o essere più o meno anticipato o posticipato.

Queste differenze vanno imputate al modo diverso del computo del tempo da parte di ognuna di queste società e dalle differenze culturali che a questo fenomeno si collegavano, ma tutte si basavano sostanzialmente sulla constatazione della differenza che si rilevava nel computo dei giorni, a seconda che si misurasse il tempo secondo il ciclo lunare (metodo più antico) o quello solare.

Tali differenze fecero ritenere ai nostri antichi progenitori che i giorni interessati rivestissero una notevole valenza, per cui la possibilità di un contatto tra vivi e morti era molto maggiore in questo periodo che in altri; inoltre se in condizioni normali questo contatto era sotto il diretto controllo degli uomini di magia che quindi potevano gestire il fenomeno e proteggere i vivi, in queste notti “strane” il controllo si perdeva, e la porta tra i due mondi si spalancava.

La soglia del mondo dei morti perdeva il suo aspetto segreto e ne assumeva uno “liminare” (cioè al limite tra i due mondi) che si poteva perciò varcare con facilità.

È logico quindi supporre che durante queste notti frotte di uomini, indossate maschere rituali che ricordassero l’aspetto dei morti, percorressero le strade dei villaggi spaventando i vivi, con lo specifico scopo di rammentare che cosa poteva capitare a che trasgrediva le leggi del gruppo.

Testimonianze di questa logica si trovano in parecchie culture antiche: nella cultura iranica c’erano cinque giorni (i giorni del Gahambar ) in cui le anime dei defunti abbandonavano l’inferno, presso gli Etruschi (secondo una tradizione poi passata ai Romani) esisteva una fossa consacrata agli déi degli Inferi (mundus) che metteva in comunicazione il mondo dei vivi con quello dei morti. La fossa era chiusa da una pietra (lapis manalis) la cui apertura, secondo il rito definito “mundus patet”, permetteva questa comunicazione e il passaggio degli spiriti dei morti sulla terra. In occasione di questo rito, che avveniva il 24 agosto, il 5 ottobre e il 9 novembre, erano interdetti atti civili importanti, come matrimoni o pubblici comizi.

Da parte loro i vivi cercavano di blandire i morti, offrendo loro cibi e bevande, ossia quelle cose che si riteneva che questi vaganti ricercassero nel loro disperato tentativo di ritornare ad una fittizia forma di vita, e nel caso si volesse entrare in contatto con loro si eseguivano una serie di riti “di rovesciamento” (camminare all’indietro, indossare indumenti al contrario) utilizzando una logica secondo la quale i morti, vivendo in un mondo alternativo al nostro si comportassero al contrario di come si comportavano i vivi.

Fenomeni di sincretismo con altre forme sociali (totemismo, lotta fra matriarcato e patriarcato) finirono con l’aggiungere alle forme rituali altre figure precipue.

Cominciò a comparire un animale, prima come guida del gruppo, poi come animale cacciato, secondo un’inversione di ruolo che è tipica dei fenomeni totemici.

Questa funzione venne poi assunta da una guida umana che guidava la torma di invasori e che aveva il compito di tenere coeso il gruppo, indirizzandone verso i vivi la rabbia dei morti che altrimenti tendeva disperdersi in forme infruttuose.

È pensabile che il corteo dei finti morti abbia finito per perdere sempre di più, con il passare del tempo, il suo significato sacro ed assumerne uno più profano. La funzione di pura e semplice testimonianza agli uomini dei terrori dell’aldilà si trasformò probabilmente in una scorribanda, in una “caccia selvaggia”, il cui scopo era quello di sottrarre alla gente quei cibi e quelle bevande che, in un primo tempo, venivano offerti in maniera simbolica e che ora si trasformava in un tributo dovuto, una tassa da pagare ad un corpo di polizia ante litteram.

I recitanti di un rituale magico religioso finirono probabilmente per trasformarsi in una setta di privilegiati, il cui modo di vivere era basato sui beni che riuscivano a procurarsi grazie a questa complicità ufficializzata con il potere, che comunque tollerava questa forma di ladrocinio in quanto bilanciato dall’effetto positivo della stabilità politica che questo comportamento riusciva a dare al gruppo.

Questi fenomeni sociali molto antichi sono sopravissuti modificandosi pochissimo (a parte la razzia violenta) adattandosi all’evoluzione della società e modificandosi per non scomparire[7].

Esempi di questi fenomeni si riscontrano già in feste della civiltà romana, come i Saturnalia, riti risalenti agli antichi popoli italici, o nei Lupercali, dove i Sali saltavano e facevano capriole percuotendo scudi e intonando canti, mentre i più giovani di loro correvano nudi brandendo fruste fatte di pelle di capra con le quali colpivano le ragazze per aumentarne la fertilità, o nelle Equiriae, dove le corse sfrenate di cavalli ed il riferimento al dio Marte rimandano probabilmente alle antiche scorribande.

Anche in culture più lontane ci sono esempi simili: nella religione tibetana Bon, precedente al buddismo, erano presenti i bTsan, esseri demoniaci rappresentati come feroci cacciatori dalla pelle rossa che si lanciavano a galoppo sfrenato su cavalli anch’essi rossi.

Attualmente si riscontrano soprattutto in quelle società che, per la loro evoluzione sociale, mantengono più di altre tradizioni legate ad un passato arcaico e contadino, come nel caso dei mamutones sardi, i suonatori di campanacci delle Alpi Svizzere, i muller del Tirolo, i Krampos del Tarvisio, i koledari dei paesi slavi, il cui nome deriva probabilmente dal periodo latino della calendae.

Anche l’antropologo spagnolo Baroja ricorda i zaldikos dei paesi baschi, uomini armati di campanacci che spaventano i passanti[8], con costumi ornati da una criniera di cavallo a ricordo dell’orda selvaggia primordiale.

In tutti questi casi c’è sempre un gruppo di uomini mascherati in maniera tale da incutere terrore, che suonano campanacci o corni da caccia.

Possono essere guidati da un capo che aizza il gruppo genericamente contro la folla e, nel caso in cui venga individuata una persona che si è distinta per aver trasgredito a regole sociali, questa diventa un bersaglio preferito.

Va notato che le regole sociali a cui si faceva riferimento sono spesso lontane dal senso che noi diamo comunemente a questo termine: viene posto alla berlina chi si è arricchito, i vedovi che convolano a nuove nozze, i coniugi infedeli ed anche quelli che subiscono il tradimento. Il fenomeno viene definito “charivari” in antropologia.

 

(fine Parte Prima)

[1] J. J BACHOFEN - Il potere femminile: storia e teoria – Milano, Il Saggiatore, 1977

[2] MARIJA GIMBUTAS - Il linguaggio della dea: mito e culto della dea madre nell’Europa neolitica – Longanesi, Milano, 1990.

[3] ERNESTO de MARTINO - Morte e pianto rituale – Boringhieri, Torino 1983, pagg. 89,90; ALFONSO MARIA DI NOLA - La nera signora: antropologia della morte e del lutto – Newton Compton, Roma 1995, pagg. da 165 a 168.

[4] PAUL SEBILLOT - Riti precristiani nel folklore europeo – Xenia, Milano 1990, pag.45.

[5] R. e C. BROOKE - La religione popolare nell’Europa medievale - Ed. il Mulino, Bologna 1989, pagg. 90,91

[6] Questa festa viene ricordata generalmente come una tradizione tipicamente americana legata a fenomeni consumistici. In realtà l’origine va ricercata nei riti dei “cortei dei morti”, memorie dei quali furono portate negli Stati Uniti dagli emigrati europei. In Irlanda esiste infatti la leggenda di Jack O’ Lantern, che riesce a truffare il diavolo, ma viene poi da questo condannato a vagare sulla terra per l’eternità facendosi luce con una lanterna realizzata svuotando una zucca (le versioni più antiche della leggenda parlano di una cipolla). Poiché il verbo “svuotare” si traduce in inglese con “to hollow” è presumibile che da questo termine venga il nome della festa, piuttosto che dalla interpretazione che esso sia la deformazione della frase “All Holes Eve” (Ricorrenza di Tutti i Santi).

[7] I. SORDI - Le dinamiche del Carnevale – Ubaldi, Roma 1970, pagg. 134,135,152; CARLO GINZBURG - Charivari, associazioni giovanili e caccia selvaggia - Quaderni Storici 1 – 1982

[8] J. CARO BAROJA - Il Carnevale – Il Melangolo, Genova, 1989.