Il nome ed il soprannome erano spesso l’espressione di una posizione gerarchica all’interno della famiglia o della società.

Si è già parlato dell’uso romagnolo di attribuire ai nuovi nati i nomi di qualche antenato, fenomeno detto del “arcarvè” (termine traducibile con “ricaricare”) in quanto si riteneva che le virtù del morto potessero essere trasmesse ( appunto “ricaricate”) al nuovo nato grazie al fatto che il nome diventava il veicolo di quelle virtù che avevano caratterizzato l’antenato illustre[1], ed anche come spesso il nome di questo antenato finisse per sostituire il cognome famigliare, così che, ad esempio, Toni ad Fafin non significava, come è quasi sempre nella regola generale “Antonio, figlio di Giuseppe”, ma “Antonio, della casata originata da Giuseppe”[2]

Il fenomeno è rintracciabile, evidentemente, nell’antico ed universalmente diffuso concetto delle virtù magiche che vengono assorbite dal nome di un uomo (nel contatto magico-spirituale che esiste tra l’uomo ed il suo nome) e che quindi passerebbero, sempre per contatto, a tutti quelli che di questo nome si sarebbero fregiati nel futuro.

In questi casi si trattava, evidentemente, sempre di nomi imposti da qualcuno: i genitori o, più spesso, dal nonno paterno o, comunque, dal rappresentante più carismatico della famiglia (l’azdor): le ragioni di ciò stavano quindi in un fatto dinastico, nel desiderio di far sopravvivere il ricordo di un uomo particolare (l’antenato illustre) e soprattutto nel desiderio di ricordare agli altri la propria ascendenza; un’abitudine in cui il portatore del nome e tutti quelli della sua generazione non avevano evidentemente voce in capitolo, ma lo ereditavano (e magari lo subivano) dalle generazioni precedenti.

Ma il nome era qualcosa di troppo importante perché la generazione che se lo vedeva attribuire non volesse mettervi mano, per non divenire un elemento di trasmissione di concetti sociali e comunitari, vuoi scherzosi che seri; perciò, pur non potendolo cambiare, spesso veniva modificato per indicare una caratteristica fisica o, cosa che più ci interessa, un’indicazione sociale.

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Questo anziano sembra meditare, accanto al camino, luogo più sacro dell’ambiente famigliare, su quale dei prossimi nipoti riversare le proprie aspettative di immortalità legate al perpetuarsi del suo nome.

Il primo caso ha una spiegazione abbastanza evidente ed è, d’altro canto, comune a tutte le culture del mondo: Luigi, se era di grossa corporatura, diventava Luison, o Gigion (Luigione); nel caso contrario diventava Luisin, o Gigin. Non mancava naturalmente anche l’uso opposto, adottato per derisione: così si scherniva l’uomo corpulento chiamandolo Gigin e quello mingherlino con Gigion. Ma c’era anche un uso che aveva origine nella struttura gerarchica famigliare: indipendentemente dalla corporatura si poteva usare l’accrescitivo per indicare il maggiore dei fratelli, ed il diminutivo per il minore, un modo per chiarire fin dall’inizio che era Gigion che sarebbe diventato il capofamiglia alla morte del padre, e che quindi Gigin doveva mettersi l’animo in pace.

Se poi Gigin avesse acquisito, per la sua condotta di vita, una posizione carismatica, avrebbe potuto dare vita ad una nuova linea famigliare identificata, a questo punto, con il

patronimico “…ad Gigin”, a specificare, non senza una certa punta di orgoglio, che si discendeva da una famiglia dove anche il ramo cadetto aveva avuto una certa fortuna; questo orgoglio diventava particolarmente manifesto quando il ramo principale si estingueva (o per mancanza di figli maschi o perché si perdeva memoria degli avvenimenti che l’avevano reso particolarmente importante) e le tradizioni di famiglia finivano per riassumersi solo nella storia del ramo cadetto.

Chi scrive (si perdoni il personalismo) è stato testimone di questo fatto relativamente al ramo matrilineare della propria famiglia, dove il nome Ruchin (nel significato di “minore tra i fratelli della famiglia derivante da Rocco”, nome al quale si attribuisce generalmente, in maniera erronea, un’origine dell’Italia del Sud, mentre viene dall’alto germanico Rock, “pietra”, “roccia”) era portato senza nasconderne la particolare valenza.

Per quanto, come abbiamo visto fino a questo punto, i meccanismi che portavano alla modifica dei nomi e dei patronimici obbedivano a logiche legate al nome maschile, anche i nomi femminili potevano assumere una valenza carismatica, pur rimanendo sempre una forte impronta patriarcale di fondo.

Infatti, quando la donna meritava un ruolo di rilievo, il suo nome poteva assumere la valenza maggiorativa, però trasformato nel genere maschile: il nome Maria diventava allora e’ Marion (che si potrebbe tradurre come “il grosso Mario”) e non la Mariona (“la grossa Maria”) appellativo, quest’ultimo, che si attribuiva generalmente con intenti derisori o denigrativi, vuoi per la corpulenza o per l’andatura goffa.

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Questi bambini, per il momento, hanno ancora il nome imposto dalla famiglia. Per il soprannome sociale bisognerà aspettare per lo meno l’adolescenza.

La spiegazione del meccanismo psicologico è sufficientemente evidente: una donna di questo tipo era da considerarsi più simile agli uomini che al sesso debole, per cui era più confacente alla mentalità mascolina togliere la donna dal gruppo delle sue congeneri che ammettere la possibilità che anche tra le donne potessero esistere persone capaci.

Insomma, una sorta di cambiamento di sesso ad honorem.

Un esempio di questo fenomeno ci viene da un antico proverbio romagnolo: Fe’ e’ smarì ad Catarnòn, che significa, più o meno, “fare il finto tonto”, ma che letteralmente si traduce con “fare lo smemorato di Caterinone”.

Il proverbio viene dal periodo in cui Caterina Sforza, madre di Giovanni De’ Medici (più noto come Giovanni dalle Bande Nere) alla fine del “500 era contessa di Forlì; la donna utilizzava numerose spie che si infiltravano tra i popolani per saggiarne gli umori politici. Le spie, invise alla popolazione, alla caduta della contessa vennero cercate per essere affidate alla giustizia (o alla vendetta) dei nuovi padroni della città, e quando venivano trovate fingevano di “dimenticare” il loro ruolo in quel particolare periodo in cui erano stati al soldo di Caterina, facevano “gli smemorati”, in dialetto romagnolo e’ smarì.

Da notare che Caterina Sforza veniva qui nominata, per il fenomeno che abbiamo sopra illustrato, Catarnòn, ossia utilizzando la versione maschile del nome; in caso contrario il proverbio suonerebbe Fe’ e’ smarì dla Catarnòna (“fare lo smemorato di Caterinona”) e Caterina aveva dato sicuramente prova di essere una donna dalla tempra d’acciaio, sia in politica che in guerra.

Ma il desiderio di modificare il proprio nome non traeva origine solamente dal volersi sottrarre ad un’imposta classificazione gerarchica o sociale; a volte c’era anche il non gradire il proprio nome perché considerato arcaico, non in linea con i nomi attualmente “di moda”: molte donne non amavano chiamarsi Argìa, Sofonisba, Attilia, ecc.. oppure nomi che i romagnoli del periodo anticlericale imponevano ai figli purché non comparissero tra quelli dell’annuario ecclesiastico, pescandoli quindi nel repertorio storico, politico o in quello della letteratura o della musica, come Bruto, Radames, Anito, Ricciotti, Bakunin, Edera, Prassede, Camelia.

I vecchi romagnoli adottavano a volte anche strane congegnazioni ed elaborazioni degne dei più abili enigmisti per arrivare a scelte quasi inspiegabili: famoso il caso di una donna chiamata dal padre Ninel, che a prima vista sa tanto di graziosismo alla francese, quando in realtà era solo il nome Lenin letto al contrario[3].

Era una forma di contestazione ante litteram delle scelte paterne, contestazione che in anni successivi si manifesterà in forme assai più dure.

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Questa esile ragazzina, magari dal nome di Gigina, avrebbe potuto chiamarsi, in età più avanzata, “e’ Luison” forse come la nonna.

Vale la pena di ricordare alcuni casi di attribuzioni dei soprannomi che si trovano solo in questa parte d’Italia.

Il primo caso è legato alle caratteristiche fisiche; come si usa in tutto il mondo, un naso particolarmente prominente, un’andatura goffa, un certo colore dei capelli, contribuiscono a determinare un soprannome; questo succede anche in Romagna, salvo che qui non si troverà mai una persona con il soprannome dovuto ai “capelli rossi”: sebbene esista il termine rós per indicare questo colore, una persona con i capelli rossi viene definita “un gag”, termine che ha un’origine molto lontana[4]. Per questo motivo “Luigi il rosso” non sarà mai, in Romagna, Luis e’ rós, ma sempre ed assolutamente Luis e’ gag.

Il secondo caso, anche questo valido solo in Romagna, si riferisce, più che al soprannome, all’abitudine di certi romagnoli di utilizzare abitualmente un nome “diverso” da quello ufficiale, anche se la sostituzione avviene con nome molto comune, al punto che è difficile capirne la motivazione: non è raro, in certi manifesti mortuari, leggere che è deceduto “…Mario Rossi, detto Antonio …”, o “… Luigi Neri, detto Filippo…”; sono frasi che lasciano stupite molte persone, soprattutto se non vivono in questa regione.

La ragioni di questa usanza viene attribuita generalmente all’abitudine di dare ai nuovi nati più di un nome: il primo (quello che finisce nei documenti ufficiali) spettava ai parenti paterni ed il secondo a quelli materni; poteva esserci anche un terzo nome, che veniva proposto dalla madrina di battesimo.

Poteva succedere che il secondo finisse per prevalere sul primo, o perché piaceva di più, o perché, nonostante il maschilismo dell’uomo romagnolo la moglie finiva, prima o poi, per imporre la sua scelta.

C’è chi ha proposto, a questo riguardo, anche un’altra ipotesi molto interessante[5]: l’uso di farsi chiamare con un nome diverso da quello ufficiale potrebbe essere nato, nei secoli scorsi, per proteggere la propria identità dalla possibile “ricerca” da parte della polizia (che conosce, ovviamente, solo il nome ufficiale del ricercato).

C’erano parecchi motivi per farlo, sia per quei pochi che avrebbero potuto essere ricercati a causa di motivi politici del periodo pontificio, ma anche per i tanti che conducevano una vita non proprio consona alle leggi; in un paese dove regnava la miseria abbondavano, naturalmente, i contrabbandieri, i cacciatori di frodo, insomma tutti quelli che cercavano in qualche modo di far quadrare il magro bilancio famigliare. Per questo motivo chi non era conosciuto con soprannome vero e proprio preferiva farsi chiamare con il “secondo nome”.

Va fatto notare che in Romagna il soprannome non è solo un vezzo, ma ha una valenza importante; rappresenta il nome vero e proprio con il quale una persona è nota e riconosciuta nel suo gruppo sociale. Capita ancora, soprattutto nelle piccole comunità di campagna, quando si chiede a un’informazione su qualcuno chiamandolo con nome e cognome, di sentirsi rispondere che non la conoscono. Poi, dopo un attimo, ci si sente chiedere: C’mi dis? (come lo chiamano?) ed a questo punto, se si conosce il soprannome, il problema è immediatamente risolto.

[1] Su questo argomento vedi il lavoro: MORTE E RINASCITA Il tentativo di negare la morte è vecchio come il mondo, dalla reincarnazione della cultura indù all’ «arcarvè» della Romagna, alla pagina TESTI di questo stesso sito.

[2] Vedere: FORME PARENTALI IN ROMAGNA. L’evoluzione delle forme parentali e del concetto di “totem” sociale si è evoluto nel tempo fino ai patronimici famigliari, alla pagina TESTI di questo stesso sito.

[3] Sulle strane elaborazioni dei nomi romagnoli si rimanda al volume di Tino Dalla Valle, La Romagna dei nomi. Dai figli della rivoluzione ai figli della globalizzazione. Edizioni del Girasole, Ravenna, 2010.

[4] A questo riguardo si rimanda al lavoro: E’ BEL GAG. Proposta di studio etimologico su un comunissimo termine del dialetto romagnolo, alla pagina TESTI di questo sito.

[5] Dino Manzelli, comunicazione personale.