Il tentativo di negare la morte è vecchio come il mondo, dalla reincarnazione della cultura indù all’«arcarvè» della Romagna.

Per quanto l’homo filosoficus abbia discusso per diverse centinaia di anni sull’esistenza dell’anima e della sua collocazione in mondi diversi da quello reale, non bisogna dimenticare che i periodi molto più lunghi, durante i quali la filosofia era ancora lontana dall’essere una delle attività culturali dei nostri predecessori, hanno fissato nel nostro sistema limbico un’idea molto meno ideale dell’aspetto spirituale della vita. 

L’uomo antico percepiva in maniera sufficientemente concreta il significato dell’essere vivo, mentre faticava a capire come dovesse intendersi lo stato mentale delle persone morte.

Poteva tutt’al più immaginarlo come un modo di essere simile al sonno, fenomeno quest’ultimo che per molto tempo rappresentò l’unico modo che si conosceva come quello che lo metteva in contatto con l’universo numinoso.

Dovette però ben presto fare i conti con il fatto che l’apparente dormiente non si risvegliava, e quindi immaginare un percorso nuovo della “sostanza vitale” che lo pervadeva, e che, non concepibile come totale assenza di sé, doveva inevitabilmente percorrere strade che in qualche modo la rimettessero nell’unica condizione a lui nota ed accettabile: quella di un afflato vitale eterno, senza inizio né fine, un percorso che ammetteva per il suo “sentirsi cosciente” (forse era ancora troppo presto per definirlo “spirito”) un passaggio attraverso strade che portavano ad un’esistenza continua.

Si trattava quindi, ancor prima di un rifiuto della morte in quanto elemento doloroso fisicamente e psicologicamente, di un rifiuto basato su considerazioni logiche (pur nell’accezione di logica per il nostro cervello di quei tempi) ed anche slegato dal naturale istinto filogenetico di sfuggire alla morte che è tipica di tutte le forme animali, ossia distinto da quella normale tendenza che fa fuggire la gazzella alla vista del leone.

D’altro canto anche l’uomo moderno possiede questa repulsione verso l’idea di un mondo che non sia eterno, rifiuta il concetto dell’esistenza di qualcosa che abbia semplicemente un inizio ed una fine, e che non comprenda entità che si pongano al di fuori di questi due estremi.

Per fare solo un esempio di ciò che vale la pena di ricordare come, attualmente, l’ipotesi della creazione del nostro universo astronomico a partire dal big bang sia rifiutata da molti scienziati a favore di quella definita come “teoria delle stringhe”, che prevede invece l’inizio della creazione come scontro tra “brame” di due universi posti su dimensioni diverse: in questo modo si presuppone un inizio a partire da qualcosa che già esisteva, rigettando così l’ipotesi del non-esistenza dell’universo prevista dalla prima ipotesi.

Senza entrare nella valutazione della correttezza di tali concetti scientifici (per i quali non si possiedono le competenze) non si può fare a meno di notare, in queste teorie, perlomeno il desiderio di ammettere la possibilità di qualcosa di inconcluso, sia nel tempo che nello spazio.

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L’uroburo, il serpente che si morde la coda, è una delle tante raffigurazioni che l’uomo ha utilizzato come rappresentazione grafica della ciclicità della vita e, quindi, della durata infinita del tempo.

Il modo per trovare una soluzione accettabile al dilemma del continuo flusso vitale venne agli uomini probabilmente dalla pura e semplice osservazione che se esistevano individui che morivano, ve ne erano altri che nascevano: nulla di più semplice, allora, supporre che lo “spirito vitale” passasse da un corpo all’altro, e che quindi un nuovo nato fosse semplicemente la prosecuzione di quel soffio che pervadeva il defunto.

Sappiamo come questa concezione sia comune a molte culture antiche, ma anche ad alcune attuali, come nel concetto della reincarnazione delle dottrine buddiste ed indù; inoltre, al di là del fatto culturale, è indubbio che il desiderio di trasmettere perlomeno il proprio ricordo, magari attraverso le conoscenze personali, le proprie memorie, le storie, demandandole alle nuove generazioni, sia stato (ed è ancora) un desiderio di tutti gli uomini anziani.

Questo fatto contribuisce, almeno sentimentalmente, a pensare con favore ad un mondo dove la continuità dell’esistenza spirituale possa essere garantita da un passaggio di flusso vitale, anche se non è possibile pensare ad un’eternità di tipo fisico. La storia ci ha rimandato il ricordo di infiniti maestri, tutori, insegnanti, sacerdoti, vecchi saggi, che tra le loro attività avevano anche quella di trasmettere il proprio insegnamento; al di là della trasmissione delle conoscenze per migliorare la vita fisica e la cultura delle giovani generazioni, non si può non ritenere che nella creazione delle scuole, nella scrittura di libri, nella realizzazione delle opere d’arte, non ci sia anche un latente desiderio di immortalità.

L’ulteriore passo fu probabilmente quello di stabilire una modalità concreta attraverso la quale il passaggio dell’entità spirituale da un individuo all’altro fosse realizzabile con mezzi usuali, e che permettesse a questo flusso di avere un tempo sufficiente per trasmigrare: un’idea di tale meccanismo può esserci suggerito dal fenomeno rituale delle sepolture multiple.

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L’antropologo francese Robert Hertz è stato uno di quegli studiosi dei riti mortuari che ha messo in evidenza come, presso molte civiltà, fosse in uso il metodo della “doppia sepoltura”[1].

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Immagini che dall’antichità classica e dal medioevo illustrano il passaggio delle esperienze tra generazioni.

Secondo tale metodo i defunti non venivano sepolti definitivamente, ma ricevevano una prima sepoltura temporanea ed una seconda dopo tempi che erano variabili da una cultura all’altra. Nel tempo che intercorreva tra le due sepolture si eseguivano particolari riti che avevano lo scopo di permettere ai parenti di elaborare il lutto in tempi accettabili, ma che probabilmente dovevano anche dare allo spirito del defunto un periodo sufficiente alla trasmigrazione; l’aver scoperto che la nascita di un bambino necessitava di un certo periodo di tempo imponeva che nello stesso periodo non si procedesse ad una tumulazione definitiva, pena la possibilità di perdere il contatto tra le due entità.

Il comune periodo di presenza nel mondo dei vivi del nascituro nel corpo della madre, e del defunto nella tomba temporanea, permetteva la trasmigrazione. Se nel caso del defunto questo periodo è già stato descritto, per i nascituri l’arco di tempo era quello che andava dal concepimento (o, più credibilmente, dal momento in cui la donna si accorgeva del suo stato di gravidanza) fino ai riti di ingresso del giovane nella comunità degli adulti; questo spiega perché le seconde sepolture avvenissero a volte anche a distanza di anni dalla prima.

In questo periodo i riti sull’una e sull’altra entità, pur eseguiti singolarmente, si intrecciavano spiritualmente, al fine di far avvenire la trasmigrazione dell’afflato vitale e, assieme a questo, delle caratteristiche positive del defunto verso il nascituro (cosa, quest’ultima, che interessava particolarmente).

Volendo, ancora una volta, seguire il suggerimento di Levi-Strauss circa l’utilizzo delle tecniche grafiche e matematiche, potremmo rappresentare il passaggio di questo spirito vitale da un primo defunto (Individuo A) ad un nuovo nato (Individuo B), e successivamente, alla morte di questo, ad un terzo (Individuo C), e così via eternamente, con lo schema grafico qui sotto riportato.

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Nello schema i termini “1a nascita” e “2a nascita” sono, evidentemente, la nascita fisica e il rito di passaggio che ufficializzava l’ingresso del giovane nella comunità, mentre “1a morte” e “2a morte” sono rappresentati dalla prima e seconda sepoltura.

Evidentemente il periodo di simbiosi tra le due entità andava oltre quelli che sembrerebbero essere limiti fisiologici (concepimento, nascita, morte, sepoltura), in quanto il rito non necessitava di limiti naturali ma sociali.

La cosa importante in questo passaggio era che la nuova entità potesse continuare a possedere le qualità migliori di chi moriva, perché, come detto, erano le uniche che interessava trasmettere; per le culture antiche molto spesso la vita di un uomo si componeva di tre aspetti: il corpo fisico, lo spirito “buono” (l’analogo della nostra anima) e lo spirito “cattivo” (la parte cattiva dell’anima, analogo forse a quello che poi Jung definirà con il termine “ombra”). Quest’ultima parte dell’uomo era destinata a rimanere nel mondo infero, ed era quella che veniva evocata nei tanti riti annuali di “fine anno” (il rito della “caccia selvaggia”, o quello “dell’esercito dei morti”) ed utilizzata come spauracchio per costringere gli uomini a corretti comportamenti sociali[2].

Vale la pena di ricordare appena i tanti riti di iniziazione che, dopo la nascita, venivano attuati per consegnare i giovani alla comunità sociale: dai passaggi del ragazzo tra cerchi arborei o di fuoco alle automutilazioni imposte, dai lavacri in fonti sacre alla “prima caccia” nella quale i giovani dovevano uccidere il loro primo animale utilizzando solo armi consegnate loro dallo sciamano.

Ne ricorderemo uno meno noto: in India, nella regione del Madhya Pradesh, durante i primi tre giorni dalla nascita (giorni cosiddetti “di sor”) il bambino si doveva “stabilizzare” (ossia doveva essere in contatto con la sola anima del defunto) per cui era abbandonato a sé stesso; veniva visitato dalla madre per la sola nutrizione. Inoltre la madre non poteva avere rapporti sessuali per quaranta giorni dopo il parto: dato che si riteneva che essa avesse per tutta la vita un legame immateriale con il figlio, il contatto con un altro uomo avrebbe potuto rappresentare un’indebita ingerenza nella formazione spirituale del bambino. Seguiva poi la cerimonia del chauk, nella quale era la zia paterna ad essere responsabile del riconoscimento della comunità (forse il ricordo di antichi riti con preminenza matriarcale).

Anche della doppia sepoltura esistono infiniti casi; tra quelli meno conosciuti se ne può ricordare uno che, fino a qualche decina di anni fa, era ancora attuato: in Madagaskar si attuava il rito del famadihana, durante il quale, dopo un certo tempo dalla prima sepoltura, le tombe venivano aperte ed i cadaveri blanditi con offerte e carezze, che precedevano la sepoltura definitiva.

In tutti questi casi si poteva intervenire con i rituali della magia di contatto, anche quelli più cruenti, per mettere in contiguità le due entità spirituali.

I riti si sono mantenuti anche nella nostra memoria attuale, perlomeno nel loro concetto primitivo, ma nel tempo hanno perso gli aspetti cruenti per ridursi a quello più semplice: quello di imporre ad un bambino il nome personale di un defunto, in modo che questo fatto favorisca il passaggio delle migliori qualità del deceduto.

Non è casuale, infatti, che l’origine etimologica dei nomi di persona rimandi quasi sempre a qualità positive[3]; basta esaminare gli studi compiuti in questa direzione per verificare che essi cerchino di descrivere queste qualità.

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È abbastanza facile, in tutto ciò, ritrovare un collegamento con il rito romagnolo dell’ arnuè (rinnovare), o del più arcaico arcarvè (ricaricare?), come viene da noi definita l’usanza di assegnare ad un bambino il nome di un adulto, spesso già defunto, ma a volte ancora in vita sebbene già in età avanzata.

È appena il caso di ricordare che questa tradizione non è, evidentemente, patrimonio della sola tradizione romagnola.

Sebbene nell’antichità il defunto che doveva consegnare al nuovo nato venisse scelto tra persone che si erano particolarmente distinte per le loro doti fisiche e morali, con l’ampliamento numerico delle strutture sociali fu abbastanza normali che il defunto venisse scelto tra i parenti, anche perché si pensava che fossero quelli che, più di altri, avessero a cuore il benessere famigliare e del clan.

È il processo mentale che portò, tra i latini, alla venerazione del Lares.

Con il passare del tempo si è perso il vero ricordo di questo iniziale concetto del rito, e nella memoria popolare si è trasmesso semplicemente l’idea di un uso legato al desiderio del ricordo di un caro estinto.

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Questo “rito” era l’unico possibile in una società a noi vicina nel tempo, in mancanza di altre ritualità più complesse.

Unico residuo diverso da quello dell’imposizione del nome che è possibile ricordare, anche questo comune ad altre culture, è quello del regalo di un oggetto (generalmente un capo di vestiario) appartenuto ad un adulto ritenuto particolarmente “saggio”, sfruttando con ciò il concetto della magia di contatto, anche se in questo caso non va comunque sottovalutato l’aspetto preminentemente “pratico” del dono.

[1] I lavori di Hertz sugli studi relativi alla rappresentazione collettiva della morte sono apparsi nel 1907, in una serie di articoli successivi, sulla rivista francese di antropologia L’Année sociologique; sono stati riuniti nella traduzione italiana: ROBERT HERTZ - La preminenza della mano destra ed altri saggi - Torino, 1994.

[2] A riguardo dei riti “spauracchio” vedi il lavoro LE ORIGINI DEL CARNEVALE (Parte Prima e Parte Seconda) nella pagina “Testi” di questo stesso sito.

[3] Basti pensare a “Franco” (dall’antico francese per “uomo libero”) o ad “Anna” (dall’ebraico, per “grazia”). Questa, naturalmente, non è una regola generale; ad esempio il nome “Claudio”, sembra derivare da una caratteristica fisica non auspicabile, poiché origina dal latino claudos (zoppicante).