Le popolazioni giovanili “sacrificate” alle divinità diventano l’occasione per dar vita a migrazioni verso nuove terre (e nuove famiglie).
I sacrifici umani sono stati una delle prime forme di offerta alle divinità. Si potevano eseguire per paura, per amore, per chiedere l’aiuto degli dei per un’impresa futura, potevano essere collettivi o personali, pubblici o privati, ma il concetto fondamentale che stava alla base di questo rito era sempre quello di rappresentare una “restituzione” al dio.
Si restituiva, in qualche modo, un valore positivo concesso dal dio, con un altro, con il maggiore valore possibile, posseduto dall’uomo.
Il concetto è molto semplice: il dio aiuta l’uomo a vivere concedendo cibo, fortuna, salute; l’uomo deve restituire qualcosa, per non rompere l’equilibrio fondamentale che regge l’universo, quel patto tra uomo e dio che permette all’uomo stesso di vivere mantenendo sulla terra il suo ruolo di elemento dominante.
È evidentemente un concetto della divinità diverso da quello cristiano, che verrà molto più tardi, di un dio buono. Quello antico è un dio terribile, vendicativo, nato dal concetto che è l’entità che governa il mondo, e dato che il mondo è duro, dato che è difficile vivere, dio non può che essere l’immagine di un mondo terribile, e terribile sarebbe stata la punizione se l’uomo non avesse rispettato il patto.
Naturalmente dio poteva anche essere la natura stessa, gli animali, la vegetazione. In questo momento della storia dell’uomo (quello delle religioni animistiche) la natura concedeva all’uomo una parte di sé stessa, ed era perciò naturale che egli pensasse di fare altrettanto, offrendogli una parte del proprio “corpo” sociale.
Quando l’uomo passò ad un’idea delle divinità più legato a concetti antropomorfi e diede al dio un’immagine umana, il concetto non cambiò. Se l’uomo era primo sulla terra non dimenticava che il dio gli era superiore, e quindi se nulla doveva all’animale ucciso per cibarsi, qualcosa doveva invece a chi gli aveva permesso di essere più forte dell’animale.
Il rito della restituzione avveniva generalmente in primavera, dopo l’inverno (il periodo più duro da superare) e si poteva sperare di poter continuare a vivere.
Anche questo concetto è tipico della mentalità magico-religiosa dell’uomo antico: non dobbiamo dimenticare che abbiamo usato il vocabolo “patto” per ricordare l’accordo tra uomo e divinità, e nei patti prima si chiede, poi si ottiene, e solo dopo si restituisce. E’ una forma di rapporto sociale che, almeno in questo atto, tratta il dio come un altro uomo; un rapporto di reciprocità che andrà perso con l’avvento di religioni più complesse dal punto di vista etico e filosofico, e che porrà l’uomo in una forma di sudditanza verso la divinità che, almeno nel rispetto del patto, non esisteva in tempi antichi.
Sappiamo di sacrifici in tutte le civiltà antiche. Il “sacrificio del re” ricordato da Frazier è uno dei fondamenti delle teorie religiose di questo studioso[1]. In questo caso va considerato però anche un altro concetto che si somma, complicandolo, a quello fondamentale (la restituzione) prima ricordato.
Il sacrificio di Ifigenia
Infatti nel sacrificio del re prima che la vecchiaia lo privasse delle sue capacità che ne avevano fatto il primo della sua tribù (saggezza, forza fisica, capacità carismatiche) c’era il tentativo di impedire che questo suo “deterioramento” potesse trasferirsi al nuovo re, facendone così una figura debole e perciò non adatta al ruolo a cui veniva chiamato. L’uomo di allora riteneva infatti normale il passaggio delle caratteristiche fisiche e psicologiche da un re morente a quello successivo, che generalmente avveniva per decisione di qualcuno, ma il cui concreto trasferimento era frutto di un’azione di “contatto” tra le due persone: poteva trattarsi di un semplice contatto come quello di vestire gli abiti del re precedente, ma anche dell’ingestione delle ceneri del corpo arso su un rogo, fino al rito cannibalico vero e proprio.
Le popolazioni fenice e cananee offrivamo fanciulli ad dio Moloch, mediante il rogo dei loro corpi, e abbiamo notizie storiche che i cartaginesi, durante le battaglie navali, sacrificassero un prigioniero (di solito il più bello). È possibile che i Greci siano stati influenzati in qualche modo dalla figura di Moloch nella creazione del dio Kronos (il Saturno dei Romani), divoratore dei suoi figli e padre di Zeus. Il testo Phoinikika ricorda sacrifici eseguiti dagli egiziani, e sacrifici umani sono ricordati nella Bibbia. Basti pensare al sacrificio di Isacco da parte del padre Abramo, che era un sacerdote della sua gente, i sacrifici dei Celti, quelli dei Greci ricordati da Omero (ad esempio sul rogo di Patroclo e il sacrificio di Ifigenia, dopo che suo padre Agamennone aveva offeso la dea Artemide), quelli dei romani nel Foro Boario o quelli di bambini durante i Compitalia, la sepoltura delle Vestali, l’annegamento dei neonati nel caso di mostruosità; Dumézil ricorda i sacrifici romani nel Campo Marzio. Abbiamo notizia di sacrifici anche in tempi più tardi dell’epoca romana: Cicerone ricorda i sacrifici umani eseguiti dal pitagorico Vatinius, e Dione Cassio quelli di Catilina (anche se in questi casi avrebbe potuto trattarsi solo dicerie a sfondo politico, ma comunque indicative del fatto che il concetto del sacrificio umano non era così impossibile anche in quel momento della loro storia); ci furono accuse ancora più tardi, per esempio all’imperatore Valeriano.
E questo nonostante Numa Pompilio, grande riformatore religioso, avesse tentato fin dai suoi tempi di ridurre il fenomeno, introducendo il principio della “sostituzione”, cioè quello di offrire agli dei un sostituto che rappresentava ritualmente l’uomo.
Abbiamo notizie dell’offerta di pesci (piscicula) al dio Vulcano, oppure di fantocci (oscilla) di pesci e cipolla durante i Saturnalia, di aglio e papavero nei Compitalia, e dell’uso di gettare nel Tevere certi fantocci in giunco (scirpea), rappresentanti gli stessi Argei, i principi giunti nella penisola italiana al seguito di Ercole che si erano stabiliti nel villaggio fondato dal dio Saturno sul Campidoglio e che, secondo le credenze romane di allora, si dovevano considerare i mitici fondatori di Roma (e questo si inquadra perfettamente nella tesi di Frazier).
Non vanno poi dimenticati i cruenti sacrifici umani dei popoli centro-americani descritti dagli spagnoli durante la conquista di quei paesi.
Roma, raggiunta una diversa consapevolezza etica, cominciò ad attribuire i sacrifici umani solo ai nemici ed ai barbari, come sintomo indicativo di inciviltà; infatti l’apostolo Pietro fu accusato di eseguire sacrifici umani, e il rito della comunione dei cristiani era vista come un ricordo di un’abitudine più antica e antropofagica (hostia è un termine latino, e indica l’offerta che viene mangiata).
Ricordiamo poi, in periodo successivo, le accuse tra cristiani e pagani, e nei confronti degli ebrei.
Nella realtà la società romana non si era liberata dal concetto di sacrificio agli dei, ma aveva lentamente accettato le indicazioni di Numa Pompilio sulla sostituzione del sacrificato e, soprattutto, un’abitudine che sembra giungesse dalle popolazioni italiche dell’Italia Centrale, in particolare dalle popolazioni osco-umbre: il rito del Ver sacrum.
Questo rito ebbe un particolare successo nella società romana perché risolse, oltre all’imbarazzante culto rappresentato dai sacrifici umani, anche un altro problema importante: quello della sovrabbondanza della popolazione.
L’aumento della popolazione ha sempre creato dei problemi, soprattutto quando il numero delle persone superava quello che gli appartenenti ad un gruppo sociale erano in grado di mantenere, in funzione sia della capacità di sostentamento del gruppo stesso che delle strutture di reciproco aiuto messe in atto. Se il numero significava più forza e maggiori probabilità di sopravvivenza, un numero eccessivo poteva portare alla morte per fame di tutta la comunità. Si preferiva pertanto sacrificare pochi per la salvezza di molti.
Questo fu probabilmente il primo motivo per cui, nel periodo dei sacrifici umani, se non si poteva uccidere un prigioniero o uno schiavo, la scelta ricadeva su soggetti considerati improduttivi, come i vecchi, i malati o i bambini (in quest’ultimo caso non mancava un’interpretazione psicologica per cui i bambini era paragonabili a “frutti” dell’uomo, così come i frutti della terra erano i regali della divinità all’uomo).
Se non c’era l’occasione del rito di ringraziamento ad una divinità e comunque era pressante il problema della sovrappopolazione, la morte degli “esuberanti” veniva compiuto con metodi “non cruenti”, come quello di lasciare morire i vecchi o i malati per inedia, o privandoli del cibo o della necessaria protezione durante le intemperie o le stagioni fredde, o negando loro le cure durante una malattia o un ferimento.
Delle popolazioni nomadi dell’Asia Centrale sappiamo che, fino a qualche centinaia di anni fa, ai vecchi rimasti senza figli veniva distrutta la capanna (la yurta), pratica presente fino al secolo diciannovesimo presso i nativi americani.
Secondo l’interpretazione di alcuni critici d’arte questo particolare di un dipinto di Jeronimus Bosch rappresenterebbe l’allontanamento dei giovani dalle proprie case.
Con il rito del Ver Sacrum si favoriva l’allontanamento della popolazione esuberante, generalmente formata da giovani in età da essere comunque autosufficienti, fornendo loro quel minimo di provviste sufficienti al breve periodo durante il quale potessero creare un nuovo gruppo.
In genere erano destinati a questo allontanamento, che avveniva comunque in forma rituale, generazioni ben definite di giovani: quelli nati in primavera (da cui il termine latino Ver sacrum) e questo sempre per quel concetto che vedeva i nati in questo periodo come “frutti” da dare in offerta al dio.
Un testo latino indica esattamente che i giovani andavano scelti tra quelli nati “tra le idi di Marzo e quelle di Maggio”, e vale la pena ricordare che anche Isacco, il figlio di Abramo, salvo poi per intercessione di dio dal sacrificio, era nato in primavera.
Certo la lontananza di un nuovo gruppo non dava la certezza che le scorte alimentari fossero salve, e una nuova colonia, per quanto lontana da quella originaria, non era la garanzia che i due gruppi non potessero un giorno scontrarsi per la lotta di un territorio, ma bisogna considerare, in questa scelta, gli aspetti psicologici. Si trattava comunque di persone legate da vincoli famigliari, e per i quali si poteva anche rischiare un possibile contatto nel futuro.
Inoltre c’era la lontananza: quando un competitore non si vede è più facile dimenticarlo, mentre quello che vediamo è sempre presente nella nostra mente; basti pensare al termine “rivale”: viene dal latino rivus (fiume), quindi è quello che sta dall’altra parte del fiume e che consuma la “nostra” acqua. Più siamo vicini ad un competitore e più lo odiamo (probabilmente è per questo che le guerre civili sono state sempre più sanguinose di quelle contro nemici “stranieri”).
Inoltre l’allontanamento era visto anche come un rito di passaggio, segnava il momento in cui i ragazzi potevano definirsi adulti, e questo contribuiva all’idea del rito stesso come qualcosa di necessario, sia per i giovani che per la comunità; quindi un “rito nel rito”, situazione che meglio di nessun altra rafforza, come in un circolo vizioso, il bisogno e la credenza nell’atteggiamento rituale stesso.
Appare evidente, da quanto fin qui detto, che in questo fenomeno si scontrassero fortemente la volontà di obbedire ad una tradizione e il dolore per l’abbandono di giovani legati da vincoli di parentela con chi rimaneva; pur nell’ipotesi che l’abitudine ad attenersi a tradizione radicate tende a modificare quello che definiamo come il “comune sentimento filiale”, e che la speranza nella protezione degli dei verso le giovani generazioni fosse così forte da ridurre il senso di abbandono, dobbiamo comunque credere che il fatto non potesse avvenire senza un forse senso di colpa da parte delle generazioni più anziane.
Per questo motivo la partenza dei giovani avveniva in condizioni tali da garantirne la sopravvivenza. Si è già detto dei minimi mezzi di sussistenza forniti; a questo va aggiunto che la partenza avveniva dopo che vi era stato un vaticinio favorevole, e fornendo i giovani di un totem, una figura protettiva che in quell’occasione si differenziava da quella della tribù di partenza.
Non si vuole ora aprire una discussione sul totemismo e le sue forme di trasmissione e di evoluzione, ma semplicemente osservando la moltiplicazione delle figure totemiche nella sola Italia Centrale appare evidente che la nascita di un nuovo totem era necessariamente legato al fenomeno del Ver sacrum: il picchio (picus) per i Piceni, il cinghiale (irpus) per gli Irpini, il cavallo (equus) per gli Equicoli, l’avvoltoio (vultur) per i Vulturi, il toro (taurus) per i Sanniti, il lupo (lupus) per i Lucani.
Il gallo, da tempo considerato un simbolo della tradizione culturale romagnola, potrebbe essere stato il totem di una di quelle tribù galliche che abitarono questa zona in tempi pre-romani (Boi, Lingoni, Senoni) e che erano presenti in così grande numero da ipotizzare la presenza di un fenomeno come i Varia Sacra. Sappiamo infatti che il problema della sovrabbondanza della popolazione fu rilevante per queste popolazioni di origine celtica, al punto che qualche storico ritiene che la tribù dei Lingoni fosse inviata in Italia proprio per sedare gli scontri tra Boi e Senoni per il territorio, ed a questo fine si interpose in un territorio cuscinetto a cavallo delle terre delle due tribù arrivate precedentemente nella zona dei territori attualmente romagnoli.
In questa visione è probabile che la lupa, da sempre simbolo di Roma, fosse il totem di una tribù centro-italica inviata verso il Lazio; così come il “ratto delle Sabine” era probabilmente una forma rituale con la quale una popolazione con un eccesso di popolazione maschile si accordava con un’altra con il problema opposto, favorendo ancor di più, grazie alla presenza di popolazioni maschili e femminili, la formazione di un nuovo gruppo.
D’altro canto i miti delle fanciulle offerte in sacrificio ai draghi o ad altre divinità malvagie si possono interpretare come la “messa a disposizione” di popolazione femminili a gruppi di altra etnia che, per quanto di razza diversa e forse considerati non allo stesso livello del gruppo originario (e forse per questo assimilabili ad entità maligne, come, appunto, i draghi) potevano almeno offrire alle donne una possibilità di sopravvivenza.
Sebbene il maggior numero di informazioni su questo fenomeno ci venga da studi sulle popolazioni del Centro-Italia il fenomeno compare in tutto il mondo.
Una rappresentazione del “Ratto delle Sabine” del pittore David.
Ricordiamo solo due casi, rimandando gli interessati ad indagare nella bibliografia del caso[2].
Nella Germania del Nord permane, in una festa popolare, l’uso di una processione preceduta da un albero portato in trofeo; seguono i giovani proceduti dagli anziani; alla fine del corteo i giovani e gli anziani tornano al paese seguendo percorsi diversi. È evidente vedere nell’albero portato in trofeo il residuo dell’immagine totemica, così come nel ritorno al paese seguendo percorsi separati il ricordo di un paese in cui i giovani erano partiti verso nuove destinazioni. Un rito analogo è presente in India, dove pupazzi che rappresentano i giovani vengono condotti sulla riva di un fiume e poi lanciati oltre una barriera formata da pali infissi nell’acqua, quasi a rappresentare la “spinta” a procedere da soli.
In Romagna le tante feste primaverili, con le occasioni dei giovani di incontrarsi, sembra ritenere più il ricordo del Ver sacrum del periodo recente, con finalità sociali, più di quello antico che aveva origine nel sacrificio.
Anche in tempi recenti qualcuno ha cercato l’aggancio con questo antico rito quando si trattava di proporre una nuova strada percorsa da popolazioni giovanili, in particolare nel mondo artistico. Quando, nel 1898, un gruppo di giovani artisti fondarono quel movimento pittorico e architettonico denominato Secessione Viennese, fu creata dagli stessi una rivista intitolata Ver Sacrum. Tra gli aderenti a questo movimento c’erano Gustav Klimt, P. Hoffman, Oskar Kokoschka, tra l’altro morti tutti in giovane età, quasi che una dannazione biblica fosse contenuta in questo nome.
Scorrendo velocemente Internet non è difficile trovare gruppi artistici che si riferiscono allo stesso nome.
Naturalmente il Ver Sacrum non è l’unico motivo che spiega le migrazioni, ma è indubbiamente uno di questi.
Può sembrare un rito triste, ma senza questo fenomeno gli uomini non avrebbero colonizzato tutto il pianeta.
Che poi la colonizzazione della terra sia stato un fatto positivo o negativo è un giudizio che va oltre le considerazioni che qui sono state fatte, che sono solo di tipo storico e antropologico.
Sono considerazione che comportano un giudizio etico, dipendente dalla visione filosofica che ognuno possiede in proprio.
[1] G. FRAZER - Il ramo d’oro – Newton Compton Ed., 1992, pp.da 309 a 325.
[2] L. SCHMITZ - A Dictionary of Greek and Roman Antiquities, William Smith Ed., London 1875; G. DUMEZIL - La religion romaine archaique, Paris 1974, p. 192; R. MERKELBACH - Spechtfahne und Stammessage der Picenter, in Studi in onore di Ugo Enrico Paoli 1955, pp.513-520; A. ALFÖLDI - Zu den Römischen Reiterscheiben, 1952, p.188 n. 11; C. KOCH - Bemerkungen zum Römischen Quirinuskult, in Religio 1960 p.21, n.12; A. MOMIGLIANO - The Origins of Rome, in The Cambridge Ancient History: The Rise of Rome to 220 B.C. (Cambridge University Press, 1989), vol 7, part 2, p. 58; A. BOUCHE-LECLERCQ - Les pontiffs de l'ancienne Rome. Étude historique sur les institutions religieuses de Rome, Paris 1871 p. 167.
