L’origine storico-antropologica ed il ruolo sociale dei personaggi minori della fantasia

Conosciamo bene alcune figure che, anche se presenti nel mondo attuale, fanno parte di un universo irreale e fantastico, e che per questo motivo sono state collocate nel modo delle fiabe, del commercio, del divertimento. 

Le abbiamo incasellate nella dimensione di tutte quelle cose che non fanno parte dei problemi che identifichiamo con il nome di “cose serie”, ossia tutte quelle funzioni che ci accompagnano mentre lavoriamo, studiamo, facciamo cultura, ci rapportiamo agli altri.

Parliamo di gnomi, folletti, fate, draghi, giganti e di tutti gli altri personaggi che oggi sono finiti solo nei libri di fiabe per bambini o, peggio, nelle confezioni dei cioccolatini, nei sopramobili che si possono comprare nelle bancarelle dei mercatini rionali, nei portachiavi, nelle tristi statuette dei “nani da giardino”.

Sono stati definiti, nel sottotitolo di questo lavoro, come “personaggi minori” della fantasia perché non hanno influito sulla nostra cultura tanto quanto altri personaggi dello stesso universo, come quella della mitologia greca e latina, o di certe creazioni letterarie.

Anche se qualcuno ha cercato, senza grande fortuna, di proporre al pubblico una visione più complessa e approfondita di questi personaggi[1], nella nostra epoca la loro presenza è rimasta immutata.

In realtà si sta parlando di un mondo vastissimo, di un mondo che per il fatto di nascere dalla fantasia ha influenzato profondamente, come vedremo, il modo di vivere dell’uomo del passato; si tratta di un universo con agganci in molteplici mondi altrettanto vasti, che si possono riscoprire in tempi diversi e in aree geografiche diverse, in ambiente disparato ed inimmaginabile, così che da pensare che questi personaggi siano figli di menti irrequiete, che vengano da chissà quali parti della fantasia; certamente la fantasia, il simbolismo, le menti degli uomini li hanno nutriti e fatti crescere moltiplicandoli e differenziandoli, ma il loro ruolo sociale era necessario allo sviluppo culturale della società, e senza di loro sarebbe stato necessario ricorrere ad altri metodi.

Prenderemo in esame solo gli gnomi, ma considerazioni analoghe, anche se legate a motivazioni diverse, si potrebbero fare con tutti gli altri personaggi della fantasia popolare.

I miti legati a queste figure nascono molto lontano nel passato, e si perpetuarono nel tempo grazie a meccanismi studiati dall’antropologia culturale, come il “sincretismo” e la “magia simpatico-imitativa” ed “apotropaica”.

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I Lares latini.

Questi meccanismi sono fondamentali nella creazione dei miti in quanto ogni cultura riceve miti ed immagini ad quella precedente, le interpreta in modo proprio e le trasmette, modificandole in parte (sincretismo) alle generazioni future ed alle altre culture non solo attraverso il racconto, ma anche con pratiche rituali (magia simpatico-imitativa e apotropaica), dove con il termine “pratiche rituali” non si devono intendere solo quelle legate ai riti religiosi, ma anche le ritualità quotidiane, gli atti comuni che l’uomo compie ogni giorno.

Nel passato, soprattutto quello molto antico, il mondo era un “unicum”, qualcosa di organico. Gli uomini consideravano normale un collegamento tra il loro mondo e quello degli animali e delle piante.

Un aspetto particolare di questo fenomeno era l’animismo, che portava l’uomo a considerare dotati di anima sia animali che piante. In particolare si era creato uno speciale contatto con gli animali, che venivano creduti i nostri antenati, e per questo li si trova spesso rappresentati sotto forma di totem[2].

C’era anche con il mondo non-reale, quello onirico, quello delle divinità.

L’universo interveniva sulla vita degli uomini e gli uomini potevano intervenire sul mondo con pratiche particolari, come le pratiche magiche (anche se allora gli uomini non le chiamavano evidentemente in questo modo).

La conoscenza di questa unicità e unità di tutto l’universo, e la conoscenza delle pratiche magiche, erano trasmesse da una generazione all’altra, e gli intermediari tra il mondo reale e quello magico erano i morti, ma non i morti in generale, a causa del contenuto orrorifico ad essi connesso, ma piuttosto ad entità benevole, generalmente legati all’uomo da vincoli famigliari, come i Lares latini, in particolare da quelli di loro che si erano distinti per particolari ed elevate caratteristiche morali.

È proprio da questa concezione della trasmissione della cultura che hanno avuto origine le figure gnomiche.

Esaminando i miti delle culture del passato, e cercandone un’interpretazione storica, slegata perciò dal concetto di “favola” che spesso ci è stata imposta da un’istruzione un po’ troppo frettolosa, possiamo identificare in tutto il mondo e in tutte le epoche un particolare aspetto esteriore delle figure gnomiche.

Nel mondo antico non c’erano solo i Lares a proteggere gli uomini.

Sempre nel mondo latino si ricorda il genius cucullatus, che proteggeva i viandanti, nel mondo greco il telesforo accompagnatore dell’uomo nell’aldilà o verso la conoscenza, nel mondo etrusco Tages, un fanciullo che, nato da una fessura aperta nel terreno da un aratore, portò agli uomini le leggi (le Tavole Tagetiche) in quello egizio Bes e Toth, nel mondo vedico Haruman, in quello centroamericano Thiclan e gli “uomini fungo”, in quello inglese e irlandese i vari gnomi e folletti la cui conoscenza è stata diffusa da un’enorme bibliografia.

In Romagna la cultura popolare ricorda il mazapégul, dall’aspetto tra il gatto e la scimmia, con alcune caratteristiche umane (camminava sulle zampe posteriori e sapeva parlare).

Queste figure sono così diffuse nel panorama geografico antico e nel tempo che possiamo definirli probabilmente un archetipo junghiano, ossia un antico ricordo comune al passato di tutta l’umanità, come hanno fatto, in effetti, sia Jung che Kereny parlando di “fanciulli divini”.

E i riferimenti non si esauriscono solo nell’antico passato.

Artisti, soprattutto Jeronimus Bosch e Peter Bruegel, hanno spesso rappresentato questo soggetto nei loro dipinti.

Un’immagine forse poco conosciuta viene dal mondo pittorico inglese dell’ottocento, un dipinto intitolato Fairy Feller Master Stroke del pittore inglese Charles Dadd, che dipinge un folletto che si adatta perfettamente alle caratteristiche fisiche di tutte le figure che abbiamo fin qui citato.

Esaminando infatti questi personaggi notiamo che tutti possiedono:

A – piccola statura

B – aspetto infantile o scimmiesco

C – presenza di un copricapo (cappuccio, o berretto, molto spesso di colore rosso)

Se invece ne esaminiamo le peculiarità psicologiche notiamo, anche in questo caso, delle caratteristiche comuni:

A - funzione di tutore e di guida

B - dispettosità e la ribalderia

Infatti se torniamo ad esaminare alcune delle figure già viste possiamo subito notare che la funzione di guida e quindi, per traslato, quella simbolica di guida verso il mondo dei morti o sul cammino della conoscenza e della sapienza, si ritrovano sia nel “piccolo” telesforo (l’immagine riportata ce lo mostra con le caratteristiche paffute di un bambino molto piccolo) che nel cucullatus, come nel Tages etrusco abbiamo il fanciullo che porta i libri Tagetici, ossia un codice legislativo, all’uomo.

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Dall'alto verso il basso, una statuetta del genius cucullatus, un’immagine del telesfororo, una statuetta di Tages e una degli uomini fungo della cultura centro-americana.

Il filosofo e scienziato Paracelso era così convinto del valore simbolico di Tages da volerlo in un suo ritratto. Lo fa rappresentare come un fanciullo con la testa che sbuca da una crepa del terreno.

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Il particolare di un’immagine di Paracelso, in cui si nota, all’estrema sinistra, la figura di un bimbo (Tages) che esce da una fessura del terreno.

E sempre per traslato bisogna immaginare la saggezza o la “verità” custodita da questi piccoli esseri nei tesori di cui sono custodi, e che fanno trovare solo a chi lo merita.

Anche l’egiziano Bes (un piccolo essere con viso scimmiesco) possiede le caratteristiche fisiche citate; lo stesso dicasi per Thiclan e gli uomini fungo centro-americani, per non parlare degli gnomi della mitologia irlandese.

Proprio da questi ultimi di cui è nota la dispettosità (in tutte le fiabe si ricorda che mettono a soqquadro le abitazioni degli uomini, che rubano piccoli oggetti, che fanno rumore per disturbare chi dorme), possiamo iniziare a parlare di questa caratteristica.

Il Red Cap inglese taglia la testa ai violenti, il Corrigan disturba i contadini nei loro lavori nei campi; cucullatus e telesforo guidano gli uomini, ma non mancano di far smarrire nell’oscurità quelli che mancano loro di rispetto.

Altre loro tipica caratteristica è quella di schiacciare il petto dei dormienti rendendo loro difficile il sonno, come sappiamo faccia anche il mazapégul romagnolo. Questa particolarità è così comune in questi personaggi, e si è mantenuta per tanto tempo nelle tradizione popolari di molti paesi, che il pittore svizzero Füssli lo ha riportato in un suo quadro.

In una India, che ci sembra molto lontana dalla nostra cultura, il folletto vedico Kya ruba il latte, come fanno tanti folletti inglesi, e Alan Lee (pittore e disegnatore dei nostri giorni) pesca nei suoi ricordi infantili per disegnare folletti birbanti che di notte arruffano e fanno treccine dei capelli, ancora come il romagnolo mazapégul, che si dice lo faccia anche con i crini della coda dei cavalli e dei buoi.

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Il dipinto “L’incubo” del pittore svizzero Füssli (sopra) mostra un essere che preme sul petto di una dormiente, analogamente a quanto si dice faccia il folletto romagnolo “mazapégul” (sotto) in un’immagine dell’ 800.

Alcuni racconti, a metà strada tra il mito e la realtà storica, ricordano una dispettosità che a volte diventa crudeltà vera e propria, come nel caso del Pifferaio di Hamelin che porta i fanciulli della città ad essere per sempre intrappolati in un antro della montagna.

Questo caso è particolarmente interessante perché qui già si comincia a notare un dissidio tra il comportamento ritenuto giusto da questi personaggi e quello del potere costituito (anche se in questo caso la volontà del potere, rappresentato dagli amministratori della città, era quella di non pagare il Pifferaio, ossia una decisione truffaldina).

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Il disegno di Alan Lee.

In realtà, ad un esame più attento di queste storie, che si può apprezzare solo leggendole nelle loro versioni più antiche ed originali, e non nelle versioni edulcorate e ridotte che l’editoria ha elaborato pensando di renderle più adatte al pubblico infantile[3], ci si accorge che la loro dispettosità era diretta solo verso coloro che se lo meritavano: mettevano a soqquadro la casa, ma solo se la trovavano la in disordine; facevano venire la gobba a chi aveva deriso un gobbo; facevano cadere nel paiolo la massaia avara e ostacolavano il lavoro di quei contadini che si erano rifiutati di portare un sacco di grano in offerta alla divinità della primavera. E rendeva difficile il sonno a chi, in un mondo devastato dalla fame, si poteva ritenere avesse mangiato troppo. Spesso la punizione verso il pupillo è una punizione fisica, e in certi casi una bastonatura vera e propria, e molte di queste figure sono rappresentate con un bastone, o una mazza, come in certe immagini dell’egiziano Bes e di Kya, al punto da lasciarne un ricordo anche nel nome ( oltre al mazapégul romagnolo si ricorda il massariol veneto, il mazzapicchiu siciliano).

Queste caratteristiche concorrono a determinare un carattere specifico ed una figura che a questo punto possiamo cominciare anche a definire abbastanza chiaramente, anche in maniera antropomorfa.

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Il Pifferaio di Hamelin

È il ricordo mitizzato di una persona, molto probabilmente un antenato, che viene dal passato.

È un essere che è transitato attraverso esperienze magiche particolari, che gli hanno permesso di acquisire conoscenza (il berretto rosso potrebbe essere il simbolo, come sostengono parecchi studiosi, dell’Amanita Muscaria e del suo uso allucinogeno[4]).

L’uso delle sostanze stupefattive va comunque inteso nella logica degli antichi, che ancora si riscontra presso popoli non civilizzati, ossia per raggiungere uno stato che mette in contatto con realtà superiori, come facevano le antiche Pizie inalando sostanze che inducevano uno stato di trance, o i sacerdoti greci bevendo il kykeion, una sostanza a base di graminacee (che sappiamo da studi moderni che può contenere una pianta parassitaria contenente l’acido lisergico, base dell’LSD) oppure gli sciamani asiatici con l’uso ipnotico del suono del tamburo.

Ha subìto un “rito di passaggio”: morto come uomo comune è rinato, con ciò potendo essere molto più sapiente (ed ecco la duplicità dell’aspetto infantile, ma a volte con un viso avvizzito come un vecchietto o una scimmia).

Ci aiuta a raggiungere la conoscenza e la saggezza (il tesoro) attraverso prove anche difficili (la dispettosità, che possiamo considerare come uno stimolo a fare meglio ma anche una punizione per chi non si comporta bene ).

Manifesta inoltre, e questo era l’aspetto fondamentale che volevamo mettere in evidenza in questo lavoro, un atteggiamento tutoriale nei confronti dell’uomo, un insegnamento diverso da quello della figura del “maestro” inteso invece come figura accademica istituzionale, un insegnamento che passa attraverso l’esperienza ma anche l’irrazionale, le emozioni, come se dicesse all’uomo di ragionare con la testa, ma non dimenticare il cuore, di attenersi alle regole imposte dalla società senza dimenticare di attuare anche comportamenti che, sebbene non obbligatori, sono alla base di un giusto comportamento etico: l’aiuto verso chi possiede di meno, la compassione, l’onestà intellettuale.

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Il folletto (o gnomo) rappresentato dal pittore inglese Charles Dadd nel dipinto “Fairy Feller Master Stroke”.

L’istruzione classica è legata alla società in cui l’uomo vive, e tende ad uniformare gli scolari ad un identico schema, quello imposto dalla cultura dominante; questo maestro non nega un’istruzione che permetta alla società di vivere in maniera civile, ma non vuole neppure che il proprio scolaro abdichi alla propria personalità lasciando ad altri di costruirgli addossi il suo futuro.

Dal punto di vista del comportamento collettivo queste figure si possono affiancare a quelle dell’altrettanto mitico “esercito dei morti”[5] nel sollecitare il rispetto delle convenzioni sociali; ma mentre quest’ultimo è più paragonabile ad una sorta di “corpo di polizia” pronto ad intervenire una volta che le convenzioni non siano state rispettate, i tutori intervengono prima, suggerendo la strada giusta e, soprattutto, sono una guida che si rivolge non in maniera collettiva alla società, ma ad ogni singolo soggetto.

Questa figura tende a scomparire col tempo.

Le religioni hanno combattuto la presenza di figure mitiche che non fossero inquadrate in quello che era il mondo spirituale delle religioni stesse, il razionalismo e società sempre più complesse hanno allontanano le forze non razionali dalla vita dell’uomo.

Il loro ricordo rimane solo nelle favole, e oggi vivono solo nei libri per i ragazzi, ma qui finiscono per perdere la loro caratteristica più importante, quella del tutore etico.

Il Gatto con gli stivali è un mascalzone che insegna al suo pupillo come vivere a spese di una moglie ricca, il grillo di Pinocchio è un vecchio professore noioso, alcune maschere della commedia dell’arte sono solo fantocci che inducono al riso sguaiato.

Sono figure tutoriali che ormai hanno abdicato alla guida verso il mondo profondo della conoscenza sono ormai insegnanti che puntano alla furberia, ai sistemi per arricchirsi e diventare principi o consorti di figlie di re.

I più tragici sono probabilmente il gatto e la volpe di Pinocchio.

Qui la sconfitta dei Maestri è totale: i due sono diventati cenciosi, furbi ma non intelligenti, malandrini, dediti alla truffa.

L’antico suggerimento a non lasciarsi abbindolare dalla normalità, di cercare una propria identificazione sociale e culturale viene stravolto e presentato come incitamento alla dissolutezza. Il suggerimento portato da queste figure è, sotto sotto, sempre quello antico, ma ora la società non lo percepisce più, in quanto il potere costituito, mediatore tra l’uomo e i suoi miti, ha deciso che non c’è insegnamento al di fuori dei canoni istituzionali.

I “maestri” sono diventati “gaglioffi”.

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Ma se i maestri scomparvero nella forma fisica di esseri minuscoli, che secondo i nostri antenati abitavano i boschi e gli anfratti delle rocce, apparvero sotto altre forme: basti pensare alle satire e all’ironia dei giullari medioevali e dei buffoni di corte (guarda caso ancora con un berretto generalmente rosso), al “matto” dei Tarocchi, al Jolly delle carte da gioco.

Furono questi i diretti discendenti delle figure gnomiche.

Con queste figure cominciò però un attacco molto più specifico, quello al potere costituito, che voleva essere l’unico a detenere la funzione di “insegnante”, ma che generalmente era corrotto e non poteva, proprio per questo, arrogarsi la decisione di “insegnare” a vivere.

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Giullari e buffoni sono la diretta trasformazione dei tutori del passato, così come l’arte ne ha trasmesso il ricordo in diversi modi, come nelle carte da gioco.

Non c’era più l’insegnamento molto generale delle antiche figure a comportarsi bene: identificavano il nemico, colui che impediva all’uomo di comportarsi in maniera ragionevole, proprio ed esattamente nelle forme di potere.

Queste figure erano al limite della società, ai margini del vivere civile, e non per niente saranno proprio i buffoni, i commedianti, e poi gli attori in genere, ad essere combattuti dal potere costituito e malvisti dai “benpensanti”. La regina Elisabetta I, che durante il suo regno favorì il teatro “nobile”, soprattutto quello di Shakespeare, fece di tutto per allontanare dalle piazze di Londra tutti quegli artisti ambulanti, mimi, buffoni, saltimbanchi che avevano il loro pubblico non nelle corti ma nei rioni popolari.

L’ultimo di questi “insegnanti dell’uomo” è Pulcinella.

Sempre dalla parte dei poveri, sempre contro il potere, non manca di “mazziare” gli avari gli arroganti, gli stupidi, come nei tutori antichi (compare anche in Pulcinella il bastone, come nelle figure del passato e come nel suo omologo inglese Punch).

Contrariamente all’altra famosa maschera della commedia dell’arte, Arlecchino, non tenta di arricchirsi alle spalle degli schiocchi, che invece a volte disprezza quando li vede perseverare nella loro stoltezza, ma che compatisce quando li immagina il frutto della società dominata dai ricchi e dai potenti.

Dal punto di vista della nostra analisi potremmo dire che Arlecchino è il discendente degli antichi tutori che si è trasformato in “gaglioffo”, mentre Pulcinella è rimasto un “maestro”.

Pulcinella non è qualcuno in particolare, non è un uomo identificabile in una precisa classe sociale, ma è il ricordo di tutte le figure tutoriali del passato.

In quanto “nessuno” non ha volto, e indossa una maschera che permette di essere identificato in ogni uomo, e non per nascondere la propria identità.

[1] Si sta facendo riferimento a lavori come La magia nel medioevo di E. KIERKHFER, Laterza, Bari 1993, o a Le radici storiche dei racconti di fate di J. V. PROPP, Boringhieri, Torino, 1979, oppure all’interpretazione simbolica che ne ha fatto R. R. TOLKIEN ne Il Signori degli Anelli, e non, naturalmente, alle decine di testi catalogati come “fantasy book” che attualmente invadono le librerie.

[2] Questa affermazione non vuole essere una volgarizzazione di quel fenomeno molto complesso che è il totemismo studiato in antropologia culturale, ma solo una semplice spiegazione di un’eventualità verificabile in ogni museo antropologico.

[3] A questo riguardo ci pare opportuno ricordare che la lettura integrale dei testi era sollecitata da Jacob Grimm, che, pur conscio del contenuto a volte molto crudele e violento di certi lavori, paventava che le edizioni ridotte ed edulcorate privassero le fiabe dei loro contenuti simbolici più veri. La violenza faceva parte del mondo nel quale si svolgevano queste storie, e non rappresentarlo snatura il vero contenuto dei racconti. L’editoria e la bibliografia moderna ha ritenuto invece che questo aspetto avesse cattive influenze sui giovani, preferendo solo l’aspetto narrativo ed inventando, a volte dei “finali felici” completamente mancanti negli originali. Lo stesso Collodi evitò un finale in cui Pinocchio finiva per morire, su suggerimento del proprio editore. Oggi basta pensare alle versioni a cartoni animati realizzate dalla Disney, caratterizzate da un buonismo a volte stucchevole.

[4] Si vedano i lavori di ANSELMO CALVETTI per quanto riguarda la Romagna, senza dimenticare gli studi sulle sostanze allucinogene che gli studiosi hanno riscontrato presso tutti i popoli del mondo: l’uso del peyol in Messico, del katt in Yemen, del claviceps in Cina, nonché della cannabis in quasi tutti i paesi del mondo.

[5] Per approfondire l’argomento dell’esercito dei morti vedi gli articoli “Quadristoria” e “Questo mondo e l’altro mondo” su questo stesso sito, alla pagina Testi.