Una delle figure più misteriose delle tradizioni romagnole è quello della “bessabova”, misteriosa creatura in forma di serpente che infesterebbe i campi coltivati e che era legata al turbinio dell’aria.
C’è più di un motivo per ritenere la bessabova una figura inusuale rispetto alle altre dell’immaginario tradizionale della Romagna: il più importante è che nessuno l’ha mai incontrata riuscendo ad uscire vivo da questo confronto, a differenza degli altri personaggi dello stesso mondo (mazapégul, borda, anguana, règul, om saibadgh, ecc…..) per i quali invece era sempre possibile trovare qualcuno che giurava e spergiurava di essere stato testimone di un incontro con loro; tradotto in termini più concreti questo fatto significa che la descrizione fisica della bessabova è alquanto incerta, in quanto la mancanza di testimoni diretti ha dato adito alle più svariate interpretazioni, la più comune delle quali è comunque quella di un serpente di grosse dimensioni, ma assume anche il significato di tromba d’aria, o comunque di un turbinio d’aria.
Un’altra differenza sta nel fatto che nessun altro personaggio della tradizione ha meritato l’attenzione del mondo accademico del passato come la bessabova, con un collegamento tra questioni scientifiche ed antiche tradizioni che ne fanno un fenomeno unico.
È questo uno di quei casi in cui l’interpretazione scientifica di un fenomeno (o per lo meno il tentativo della ricerca di un’interpretazione logica dello stesso) e la leggenda popolare si intrecciano, le ipotesi sulle origini si accavallano e si rafforzano vicendevolmente, non escludendosi, ma anzi portando dati l’una a favore dell’altra e mostrando così come, a volte, l’interpretazione popolare di fenomeni naturali tragga proprio dalla scienza un contributo alla propria diffusione.
L’elemento che le due spiegazioni del termine hanno in comune è, come vedremo più dettagliatamente nel proseguo di questo lavoro, l’interpretazione di fenomeni atmosferici legati ai turbini d’aria, ai cicloni e, nella mentalità popolari, a tutti quei fenomeni in cui il forte vento ha un ruolo fondamentale, soprattutto quando ha a che fare con la possibile distruzione dei raccolti agricoli.
Abbiamo già fatto notare in diversi lavori pubblicati su questo sito come il vento ed i fenomeni ad esso associati abbiano sempre avuto un ruolo importante nell’immaginario popolare; l’aria mossa da quella che era indubbiamente una forza invisibile (come invisibile è il vento) non poteva non assumere il simbolo dell’espressione di una volontà divina, indipendente dall’uomo, una sorta di messaggio inviato dalle divinità per esprimere approvazione per l’operato umano (in caso di vento favorevole, come quello che porta la pioggia su terreni riarsi) ma anche indicazioni completamente opposte (quando il vento assume l’aspetto distruttivo).
Non per niente il mazapégul, la figura più importante tra quelle della tradizione popolare romagnola, è definito anche fulét, ossia quel turbinio dell’aria che in giornate particolarmente calde appare improvvisamente sul terreno provocando mulinelli di polvere e di fogliame. Ed il personaggio non è tipico della sola Romagna; A. Di Nola ricorda lo sciantanello umbro, un folletto dell’Italia centrale che possiede caratteristiche praticamente analoghe a quello romagnolo[1].
Il primo elemento da tenere in considerazione nella genesi del termine bessabova è quindi questo indubitabile legame tra il vento e le volontà divine nelle tradizioni popolari.
Passando al mondo accademico notiamo che, a cominciare dal XVIII secolo, più di uno scienziato ha pubblicato lavori riguardanti lo studio delle trombe d’aria e marine, indicandole con il nome di bessabova, bisciabova, besaboa ed altri, facendo notare che questi termini venivano dalle tradizioni culturali di alcune popolazioni dell’Italia settentrionale.

Troviamo infatti un testo postumo di Geminiano Montanari[2], dal lunghissimo titolo (come si usava in quei tempi): Le forze d’Eolo. Dialogo fisico-matematico sopra gli effetti del vortice, o sia Turbine, detto negli Stati Veneti La Bisciabuova, che il giorno 29 Luglio 1686 ha scorso e flagellato molte Ville, e Luoghi de’ territorj di Mantova, Padova, Verona & c. In Parma, per Andrea Poletti, 1694; un altro testo, una relazione tecnica redatta dalla Serenissima Repubblica Veneta, ricorda:
“ …… 1741, 9 luglio. Nel territorio fra le ville di Beano, Pantianins e Villa Orba fu temporale fierissimo con bissabora (uragano) da cui uscì una colonna di fuoco, che cadè sopra diversi campi, qual bruciò per tre quarti di miglia tutte le biade, erbe, cise, sterpi, alberi e tutto ciò che in essa trovavasi, con grande confusione degli abitanti, quali fuggirono con animali, robe et ciò che avevano, dubitando dell’ultimo esterminio ed incendio, massime della villa di Beano, cambiossi il vento e portò altrove la fiamma, così piacendo a Dio di liberare quel territorio da tal flagello. Il fuoco e il fumo fu veduto fino nel castello di questa città. Ciò successe alle ore 15 di questo giorno. Dio ci liberi…..[3]” .
Sono di autori anonimi, invece (probabilmente qualche funzionario dello stato e, forse, sempre lo stesso autore) i due lavori intitolati: Relazione dell'orribile e spaventevole temporale e bissabova successo in Venezia, Padova ed altri luoghi il di 17 Agosto l’anno 1756, e: Relazione dell’orrenda bissabova che nel dì 1 Luglio 1749 è stata nelle vicinanze di Portogruaro e Concordia nel Friuli[4].
Anselmo Calvetti, in un suo articolo[5], espone una nutrita serie di località in cui il termine, che pure ha basi decisamente popolari, viene comunque utilizzato per indicare fenomeni atmosferici o riferentesi ad immagini evocanti confusione e disastri:
….. in Romagna, besa böa per “tromba marina” e “serpente boa” (Ercolani), bessabôva per “turbine, tifone” (Mattioli); nel Bolognese, andare a bessa bova per “serpeggiare, andar storto” (Ferrari); nel Milanese, bisa bôsa per “arruffio, caos” (Angiolini); nel Bergamasco, bissaboa per “turbine” (Tiraboschi); nel Mantovano, bisaboga per “turbine” (Tassoni); nel Cremasco, bizaboga “viluppo, caos” (Samarani); nel Pavese, bisabòsa con analoghi significati (Annovazzi); nel Piemonte, bisabôsa per “caos, bailamme” (Cavuzzi). La stessa od analoghe voci sono segnalate nell’area cisalpina orientale: a Venezia, bissabòva per “uragano, turbine, giro di vento” (Boerio); in Friuli, bissebòve, bissebòve, bovadizze, boadizze, bujadizze (Nuovo Pirona); in area giuliana, bissaboba, bissabova (Rosamati).
Nella Biblioteca Classense di Ravenna sono conservati due documenti, quei vecchi foglietti manoscritti che servivano, prima dell’avvento dei cataloghi informatici, a ricercare testi ed orientare le ricerche; uno riporta il termine come referente al citato lavoro di Geminiano Montanari:
Bessabõva
Montanari Geminiano: La forze d’Eolo, dialogo fisico – matematico sopra gli effetti del vortice, o sia Turbine, detto negli Stati Veneti la Bisciabuova, Parma 1694.
La “besa latona” nasceva dalla credenza che alle serpi piacesse particolarmente il latte, per cui occorreva prestare grande attenzione ai lattanti che, emanando l’odore di questo alimento, potevano venire attaccati dall’animale. L’idea che questa serpe suggesse durante la notte il latte delle mucche era la giustificazione della scarsa produzione dell’alimento dovuto, probabilmente, a questioni organiche.
mentre l’altro fornisce la solita indicazione sui turbini aerei, confermando ancora una volta come il nome venga dalle tradizioni popolari (è un termine “dei dialetti” afferma il documento) ed inoltre tenta un’interpretazione dell’origine del termine, riferendolo a quel fenomeno noto nella linguistica come “reiterazione”:
Bessa bova
Biscia bova = turbine vorticoso dei dialetti
Biscia bova = Turbine vorticoso, dei dialetti settentrionali, che risulta da una reiterazione, cioè dall’unione di biscia = serpente (da bistia) e bova = boa dal Basso latino boba = serpente[6].
Da queste prime informazioni risulta evidente che il termine è indubbiamente di origine popolare, e che solo successivamente è stato utilizzato dagli scienziati per indicare i turbini d’aria, ed inoltre che il fenomeno è afferibile principalmente all’Italia settentrionale (Veneto e Friuli sono ampiamente citati[7]). Risulta inoltre che in Romagna lo stesso termine indicava anche un grosso serpente (quel “serpente boa” che Calvetti prende da Ercolani, e cui, indubbiamente, rimanda anche il nome stesso dell’essere - bessa = biscia); lo stesso si può dire dell’area veneta, dove l’aspetto famelico della bessabova veniva espresso da quella frase di un poemetto dialettale che riportava:
Xe natural, el popolo, a sta niova, El ruza come un gran leon in gabia:
E l’odio el xe come la bissabova, Cò par che tuto da sorbir la gabia[8].
Come si spiega allora che i romagnoli ed i veneti di un tempo indicassero con lo stesso nome sia un turbinio d’aria che un animale immaginario? Qual’era il legame, se esisteva, tra l’animale ed il fenomeno meteorologico?
I documenti della Biblioteca Classense di Ravenna.
Le spiegazioni generalmente proposte sull’etimo fanno tutte riferimento ad una serpe (bessa come dialettale di “biscia”) dalle enormi dimensioni, come quelle di un bue, o di una mucca (bova); buvarein si dice infatti di qualcosa inerente ai buoi, ad esempio in termini come buver (bovaro) o stela buvareina, quella stella (in realtà il pianeta Venere) che accompagnava il bovaro quando si recava sui campi ancor prima dell’alba, e nel cielo che stava schiarendosi si potevano apprezzare solo corpi celesti molto luminosi, come la luna e Venere.
Ma sono tutte interpretazioni che, se pure forniscono una fisicità ad un animale mitico, ancora non mettono in relazione la serpe ed il turbinio dell’aria; ed inoltre non spiegano il perché dell’immaginare proprio una serpe come paredro del vento. Perché non un uccello, che con l’aria ed il vento ha maggiori legami?
Non ci convincono neppure quelle interpretazioni che collegano le serpi alle vacche perché, si diceva, «le serpi sono attratte dal latte» (dal cui concetto nasce un’altra figura mitica, la besa latona, la “serpe lattona”, ossia che si nutre di latte); così come ci sembra non fornisca nessuna indicazione a riguardo neppure la logica della reiterazione suggerita dall’anonimo estensore del documento della Classense.
A questo punto se riprendiamo in considerazione quanto espresso all’inizio di questo lavoro, ossia che «la genesi del termine bessabova è legata al vento» ma anche «alla volontà divina» è chiaro che debba esserci un motivo magico-religioso che collega tutti questi termini.
Ora la serpe è indubbiamente un animale cui si attribuisce una valenza negativa, ed il vento “negativo” è quello tumultuoso che distrugge i raccolti; da ciò consegue che un temporale con un vento così forte da far ondeggiare le messi dei campi può aver indotto i contadini romagnoli e veneti a pensare che tra le spighe del grano, durante un vento tumultuoso, stesse strisciando una serpe così grossa (magari grossa come un bue) da far ondeggiare le messi.
Ecco allora il collegamento che ci sembra più logico: il turbine dell’aria era associato alla figura di una serpe (biscia – bessa) grossa come un bue (bova) che, con il suo movimento serpeggiante faceva ondeggare le spighe.
Anche le suggestioni personali possiedono una grande forza. Immagini come quelle di una tromba d’aria con nubi temporalesche simili a draghi o a serpenti potrebbero aver contribuito alla genesi della serpe associata al turbinio dell’aria.
Come tutte le figure associate alla negatività la possibile presenza di una serpe in un campo coltivato assumeva anche un aspetto funzionale all’educazione dei bambini: la paura dell’animale avrebbe impedito loro di giocare nei campi coltivati, danneggiando i raccolti.
Un termine popolare nato dall’apprensione per le risorse alimentari possiede già tutte le caratteristiche per trasferirsi da una regione all’altra, vista l’universalità della paura dell’uomo per le carestie; in questo caso l’ulteriore (e più ampia) diffusione dovuta alla circolazione di trattati scientifici non ha fatto altro che amplificare il fenomeno.
[1] Alfonso M. Di Nola, Il diavolo, Newton Compton, Roma, 1986.
[2] Geminiano Montanari è stato un astronomo e matematico italiano, nato a Modena nel 1633. Studiò legge a Firenze, successivamente si occupò di matematica ed astronomia. A Firenze si dedicò all'osservazione degli anelli di Saturno e 1664 si trasferì Bologna, dove disegnò una mappa della Luna. Nel 1679 si trasferì a Padova dove insegnò astronomia, e dove morì nel 1687.
[3] Raccolta Pirola. Riportato da G. Lenisa.
[4] Esistono molti altri documenti simili, che qui non si citano per evitare inutili ripetizioni. Si tratta generalmente di lavori dovute alle varie amministrazioni locali, e le descrizioni dei fenomeni sono molto ripetitive; l’interesse sta nel fatto che forniscono indicazioni geografiche del fenomeno, con particolare riferimento alla zona tra il Veneto ed il confine orientale dell’Italia.
[5] A. Calvetti, Biscia Bova, La Ludla, Gennaio 2009, Anno XIII, n° 1.
[6] Le sottolineature sono riportate sull’originale.
[7] D’altro canto anche gli studi metereologici attuali riportano la Pianura Padana e le Puglie come le zone dove questi fenomeni hanno la maggiore probabilità di verificarsi.
[8] Gigio da Muran, L’assedio di Venezia, Tip. Scarabellin, Venezia, 1904.
