Luci ed ombre del carattere romagnolo.

Sul carattere dei romagnoli, vero o presunto, si è già scritto qualcosa[1]; siamo costretti a ritornarci, visto le numerose critiche che tale scritto ha suscitato. 

Se alcuni (pochi) si sono mostrati in accordo con le nostre idee, altri (la maggioranza) hanno definito il nostro lavoro in vari modi (nichilista, disfattista, dettato da profondo pessimismo nel valutare non solo i romagnoli ma l’uomo in generale, scritto da chi vede il bello solo “negli altri”, oltre che – e questa è stata la critica più divertente – “opinioni che tendono a distruggere il nostro senso dell’accoglienza, una delle fonti primarie della nostra sopravvivenza”, e così via).

Naturalmente, pur accettando di buon grado tutte le critiche, così come vuole l’onesta interpretazione di quel fenomeno che si chiama “confronto dialettico”, e pure consci del fatto che a volte si può anche non essere tanto capaci di riuscire ad esporre le proprie idee in modo sufficientemente chiaro, l’esame delle critiche ci ha confermato l’idea che la grande maggioranza dei romagnoli continua a vedere sé stessi in maniera stereotipata, cioè in una maniera che non riesce ad allontanarsi dall’immagine edulcorata della Romagna creata per questioni commerciali, magari anche solo in maniera inconscia; inoltre, data la conoscenza personale di molti di quanti ci hanno scritto, si è potuto anche stilare un elenco basato su criteri generazionali: più giovani quelli favorevoli, più in là con l’età (evitiamo volontariamente – e per amicizia - il termine “anziani”) quelli contrari, a dimostrazione del noto fatto che l’avanzare dell’età tende a fossilizzare certe idee, mentre l’apertura ad un mondo abituato ad esperienze più globalizzate allarga la mente ed i suoi paradigmi.

Quello che si voleva esporre (e che cercheremo di chiarire ancora meglio in questa occasione) non era certo che il romagnolo è un personaggio negativo, ma che, come succede presso tutte le popolazioni che hanno avuto un passato di miseria e di difficoltà oggettive – e questo ovviamente succede a tutte le popolazioni del mondo, dalla Romagna alle più sperdute lande della Patagonia – la vita rende spesso le persone dure ed insensibili ai rapporti sociali, le chiude in un ambito ristretto ed egoistico, pronte a lottare per la propria sopravvivenza anche in modi che oggi riterremmo decisamente “barbarici”.

Se questo modo di vivere si mantiene per molto tempo (non dimentichiamo che la vita dei romagnoli è stata per molto tempo più difficile della maggioranza degli italiani centrosettentrionali, e che un certo benessere è arrivato solo dopo la fine della seconda guerra mondiale) si mantiene a lungo anche il carattere difficile delle persone, che viene mitigato solo diversi anni dopo che si è raggiunta una certa sicurezza.

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Il più vecchio della famiglia, spesso burbero e scontroso, era il capo indiscusso della famiglia romagnola, che si reggeva su una struttura rigidamente patriarcale.

Difficilmente un anziano, anche se vive in tempi “facili”, dimentica la durezza della vita passata e modifica, in base a ciò, il proprio carattere; è più normale che ritenga questa facilità della vita come una mollezza, e che giudichi chi la vive lietamente come una persona priva di carattere ed incapace di reagire, più tardi, a possibili future difficoltà; da ciò nasce, necessariamente, un’inevitabile differenza generazionale, che si manifesta in comportamenti diversi, ma tali differenze non sono necessariamente segno di un “nuovo” carattere, sono semplicemente una risposta diversa a situazioni modificate. Il carattere è tutta un’altra cosa, e dato che quando si parla di carattere lo si considera come un tratto acquisito da sempre, non è corretto spacciare gli attuali comportamenti dei romagnoli (che vivono, non dimentichiamolo, in una terra che oggi deve al turismo – e quindi all’accoglienza – buona parte del suo reddito) come un carattere sempre esistito.

Proviamo ad analizzare qual’era il comportamento dei romagnoli di un tempo, quelli dai quali noi avremmo ereditato questa famosa “cordialità” per cercare di verificarne la sua presunta perenne esistenza, pregando i conterranei che ci leggono (e che hanno perciò una certa età) di ritornare con la memoria ai propri anni giovanili e di giudicare onestamente se gli scenari che proponiamo sono veri o meno.

Fino agli anni precedenti l’ultimo conflitto mondiale la struttura famigliare in Romagna era fortemente patriarcale; le famiglie, costituite generalmente da gruppi che andavano dai nonni ai nipoti, erano guidate dall’uomo più anziano (al quale ci si rivolgeva esclusivamente in seconda persona plurale (vo, ba oppure non – voi, babbo, o nonno) che gestiva in maniera dispotica gli affari di casa: non c’era nessuna questione famigliare che non fosse decisa da lui, ed in caso di cattivi rapporti con i figli questi ultimi, se volevano continuare a perseguire le proprie idee, erano costretti a creare un nuovo gruppo famigliare fuori da quello originario.

Un indiscutibile potere era certamente anche nelle mani dell’anziana del gruppo (la cosiddetta azdora, della quale si parla tanto spesso a sproposito) ma era un potere esercitato generalmente nei confronti delle altre donne di casa, non in quello dei figli maschi; e l’ultima, nella catena del potere, era la nuora più giovane, molto spesso trattata come una servetta dai maschi e dalle sorelle del marito.

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La nuora più giovane era quella più tiranneggiata, sia dai propri suoceri che, in ordine decrescente nella scala del potere, dai fratelli del marito, dalle sorelle, ed infine dalle nuore più anziane di lei. Non era raro sentire dire, da una madre scontenta della situazione troppo poco felice della propria figlia, la frase “… la mi fjola l’è andeda a fé la serva …”

Non esistono dati per documentare le violenze domestiche (perlomeno nel modo in cui si intendono oggi) ma è ricordo comune come i ceffoni a mogli e figli fossero tutt’altro che rari; nel confronto dei figli era abitudine usare anche la rama (ramo d’albero sfrondato, generalmente sottile e flessibile) con la quale si colpivano le gambe nude dei maschi e le mani delle femmine. Lo stesso strumento era utilizzato anche dai maestri, nonostante gli insegnamenti della Montessori; le classi somigliavano più a ritrovi claustrali che a luoghi sereni, dove il silenzio era risultato del terrore più che dall’interesse per le materie d’insegnamento.

Non era raro il caso di uomini che spendevano gli scarsi guadagni all’osteria (mentre mogli e figli rimanevano a casa, magari rosi dai morsi della fame) osteria nella quale si andava spesso con il coltello, e erano comunissimi i casi in cui una partita a carte, o una discussione per motivi anche banali, finisse a coltellate.

Coltello e frusta per i cavalli erano gli oggetti da offesa più utilizzati, anche durante le “sfide”, che si distinguevano dalle semplici risse perché non nascevano in maniera istintiva come queste ultime, ma seguivano un rituale ben preciso: una discussione assumeva toni sempre più aspri, si formava un uditorio che si divideva a favore o contro i due contendenti i quali, chiarita l’impossibilità di giungere ad una conclusione ragionevole, si sfidavano a duello.

Insomma una sorta di “giudizio di Dio” che attribuiva ragione e torto in base al risultato della contesa. Non sorprende che fossero sempre i più forti ed abili ad “aver ragione”, stimolando in questo modo un’errata interpretazione dei concetti darwiniani; risultato di questa mentalità era che, nel caso di zuffe tra fanciulli (in questi casi a pugni o a sassate) il genitore del perdente accettava passivamente il risultato, limitandosi a suggerire al figlio “… steta volta dajli piò fort te! ...” (la prossima volta dagliele tu più forte!).

Un funzionario di polizia della Romagna al tempo della dominazione pontificia non mancava di stupirsi, lui che aveva esercitato il suo ufficio in varie zone d’Italia, di quanto questo “antico uso della disfida” si fosse mantenuto così a lungo in questa sola parte del paese.

Gli anziani non erano i vecchietti “dai tristi occhi gentili” come recitava una poesia dei ricordi scolastici di chi scrive, ma persone burbere e scontrose, dalle quali i bambini si tenevano alla larga; erano sempre pronti a colpire con la zaneta (il bastone da passeggio) i malcapitati che, a loro dire, recavano fastidio o si avvicinavano troppo alle loro proprietà.

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Un giovane prete di campagna, e qualcuno tra il proprio gruppo di amici, magari quello un po’ più “pataca” (tonto) degli altri, erano i classici bersagli di scherzi pesanti.

Un atteggiamento non troppo cordiale era tenuto anche con i rappresentanti del potere, sia civile che religioso: preti e gendarmi (successivamente i carabinieri) non erano mai accolti con cordialità, indipendentemente dal fatto che ci fossero contrasti nei loro confronti, tutto ciò in barba ad un atteggiamento mentale che, se non “cordiale” almeno “civile”, pretenderebbe di distinguere tra il potere ed i suoi semplici esecutori; non erano rari scherzi anche malvagi ai preti (non ai gendarmi, il che sarebbe stato troppo pericoloso).

Gli scherzi feroci, d’altro canto, erano la norma nel mondo popolare romagnolo. Lo scherzo non aveva come obiettivo quel sano divertimento che, alla fine, fa sorridere (se non proprio ridere) anche chi lo subisce; era basato sull’umiliazione, a volte terminava con danni alla persona, sia economici che fisici. Alcune delle sfide precedentemente ricordate erano il risultato di rancori covati a lungo proprio a causa di uno scherzo subito.

Chi scrive non ha vissuto, fortunatamente, simili situazioni per esperienza personale, ma testimonianze di persone vissute in anni lontani, nella grande maggioranza, riportano proprio questi contesti, la cui analisi antropologica e sociale non può che condurre necessariamente ad una realtà indiscutibile: la Romagna del passato era una società difficile, dove si poteva resistere solo racchiudendosi all’interno di una famiglia strutturata in maniera verticale autoritaria, unica soluzione che dava la certezza della continuità e della sicurezza, sia in termini materiali che in termini culturali.

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Immagine tratta da un romanzo popolare su Stefano Pelloni, di Boncellino di Bagnacavallo, più noto con il soprannome di “Passatore”. Le indagini storiche hanno dimostrato come il bandito fosse tutt’altro che un locale “Robin Hood”, né un bandito gentiluomo né tantomeno “cortese” come lo definì Pascoli. Dedito al proprio arricchimento personale, le presunte donazioni ai poveri erano in realtà solo mezzi per ottenere protezione, e pagamenti ai delatori. In genere il suo comportamento (e quello degli uomini della sua banda) era improntato ad un’estrema violenza, spesso anche gratuita.

La protezione del proprio gruppo famigliare portava inevitabilmente ad una forma di aggressività latente – forse sarebbe più giusto chiamarla “durezza” – diretta prima all’interno del gruppo stesso (sistema ritenuto magari non proprio giusto ma inevitabile) e poi all’esterno; la durezza dei comportamenti famigliari si manifestava nella mancanza di smancerie (sintomatico il fatto che nel dialetto romagnolo non esista il verbo “amare”, sostituito dal più blando vlé ben: voler bene) e quella verso l’esterno nell’atteggiamento rissoso e nel desiderio di farsi giustizia da soli, senza ricorrere all’autorità costituita. Prova ne sia il fenomeno del banditismo, che si è mantenuto in queste terre per un periodo molto più lungo che in altre regioni d’Italia.

Si potrebbe obiettare che un comportamento come quello qui analizzato non era solo romagnolo, e che in tutta l’Italia la vita difficile ci testimonia comportamenti analoghi in tutto il paese; fatto sta che questo modo di intendere la vita ed i rapporti sociali ha formato un carattere che in Romagna si è mantenuto (e probabilmente si mantiene ancora) molto più a lungo che nel resto della nazione.

Non che tutto ciò non abbia avuto anche effetti positivi: il desiderio della giustizia in prima persona, la difficoltà di fare buon viso ai soprusi, sommato al carattere turbolento dei romagnoli, ha contribuito a formare, appena le vicissitudini storiche ne hanno offerto l’opportunità, quella passione politica e sociale che durante l’ultimo conflitto mondiale si è manifestato in una forte opposizione ad un regime dittatoriale, e che negli anni precedenti e poi posteriori a tale conflitto ha permesso la creazione di organizzazioni civili basate sulla cooperazione e sull’aiuto agli altri.

Questa ultima trasformazione, anche se solo parziale del modo di comportarsi dei romagnoli, è forse l’unico aspetto del carattere del quale, al di là dell’agiografia, avrebbe senso andare fieri.

[1] L’AUTOGLORIFICAZIONE DEI ROMAGNOLI. Quanto è vera l’immagine comune dei romagnoli e della cosiddetta “romagnolità”? pubblicato alla pag. TESTI di questo stesso sito.