Le tracce di questa antica paura si riscontrano ancora nelle orazioni popolari della Romagna.
In tutte le culture la nascita e la morte sono gli atti che, più di qualsiasi altro momento dell’esistenza, hanno inciso sulla creazione dell’immaginario religioso e mitologico dell’uomo; e se la nascita ha dato luogo a rituali e credenze che si ammantavano di gioia, la morte, anche presso quei popoli il cui sistema religioso prevede l’immortalità dello spirito e la rinascita in un mondo migliore, non manca di essere associata al senso di angoscia.
È un momento la cui esistenza è sempre presente durante tutta la vita dell’uomo, che fa però di tutto per dimenticarla con pratiche consolatorie e sdrammatizzanti.
Nella tradizione cristiana, soprattutto in quel non lontano passato in cui le possibilità di morire improvvisamente erano molto maggiore che non oggi, vuoi per le difficoltà della vita, le guerre, o lo scarso livello della medicina, c’era un vero e proprio terrore della morte fisica violenta, soprattutto quella dovuta all’abbruciamento ed all’ingoiamento (al punto che questi modi di soffrire erano ricordati come due dei peggiori tormenti infernali) ma soprattutto si paventava quella morte improvvisa che non lasciava all’uomo il tempo di pentirsi dei propri peccati.
Era la morte che poteva giungere improvvisamente durante il sonno, o quella per un inaspettato incidente (tra cui anche il suicidio), era la morte dei bambini non ancora battezzati e quindi, secondo la tradizione cristiana, portatori del peccato originale.
Tutti questi casi erano definiti “malamorte” in quanto si moriva essendo “non in stato di grazia”.
La cultura pagana risolveva questo problema, almeno in parte, in quanto erano possibili riti “anticipatori”, vale a dire una serie di atti (preghiere, ma soprattutto offerte alle divinità) che si potevano attuare e che anticipavamo una promessa di salvezza anche prima del decesso; una sorta di contratto che copriva anche future evenienze.
Ciò non era possibile invece nella tradizione cristiana, dove il rapporto tra uomo e Dio non era così mercantile, e la sottomissione della persona al volere ed ai precetti della divinità era tale che l’essere senza peccato doveva potersi verificare fino all’ultimo respiro; bisognava quindi non farsi cogliere improvvisamente dalla morte senza essersi raccomandati a Dio.
Inoltre morire durante il sonno, al buio e magari senza nessun parente accanto ad aiutare il moribondo intercedendo per lui, era angosciante anche dal punto di vista prettamente psicologico: l’oscurità ed il silenzio amplificavano il senso fisico della solitudine, che assumeva quindi una valenza anche spirituale.
Il terrore di questa solitudine, di sè solo di fronte all’ultimo atto della vita, evocava nell’uomo la possibilità di essere solo anche in quell’ultimo breve viaggio che lo avrebbe portato di fronte all’ultimo giudizio; di fare parte, cioè, di quel corteo dei morti, dipinto sulle mura delle chiese o dei cimiteri, che tante volte lo aveva terrorizzato durante le funzioni religiose, o nell’ascolto dei sermoni quaresimali.
O ancora di essere tormentati da quei morti senza riposo, perduti nel nulla infinito dell’ inesistenza e dei luoghi del “né bene né male” (residuo culturale delle larvae latine destinate a spaventare i vivi e tormentare i defunti “malmorti”).

Una sensazione, quindi, completamente contraria a quel senso di aiuto e di speranza che viene dall’ appartenere invece ad una “chiesa” (nel senso letterale di “comunità”), dove persone che condividono lo stesso credo lo sentono rafforzato dalla presenza e dalle preghiere degli altri; il senso di angoscia era perciò accomunato anche a quello di sconfitta sociale.
Infatti gli era noto come la comunità dei vivi aborrisse coloro che rimanevano sospesi in questo interregno (quasi fossero degni di maggiore considerazione i dannati che non questi “ignavi”) e delle pratiche che venivano attuate perché non restassero sospesi tra il cielo e la terra: funerali che compivano percorsi tortuosi, per far perdere ai defunti la memoria del percorso che li avrebbe ricondotti a casa, il passaggio del corteo (per lo stesso scopo) da crocicchi segnati da cippi apotropaici (ancora residui culturali latini, tra cui il rimando ad Ecate), le fave nere sparse davanti alla porta di casa (simbolo di fertilità che impediva l’ingresso delle entità maligne).
Tutti questi pensieri dovevano affollare la mente di chi si proponeva di affrontare la notte, ed il pensiero immediatamente successivo correva a quelle ritualità che si sarebbero dovute compiere per scongiurare l’eventualità della malamorte.
E poiché gli aspetti pratici precedono sempre le considerazioni filosofiche, la prima cosa era quella di verificare che qualcuno non avesse posto in atto delle malìe per condurre alla morte il malcapitato; in una società in cui l’esistenza delle streghe possedeva una valenza sociale questa possibilità non andava esclusa neppure da coloro che, pur non rivestendo importanti ruoli all’interno del gruppo civile, non avrebbero dovuto avere nemici.
Si cercavano perciò nel cuscino, nel materasso o sotto il letto, i segni indicativi di una “fattura”: disegni di croci o di cuori trafitti, simboli inusuali, nomi vergati in lingue non conosciute, piume di uccelli, ciuffi di capelli o di peli in genere, pezzetti di legno avvolti da tratti di corda, grumi di sangue, funicelle annodate e così via (la serie di questi oggetti era praticamente infinita, legata a simboli diversi ma particolarmente significativi per ogni singola cultura).

Per controbattere la “forza” di malefici dei quali, eventualmente, non si fosse trovata una traccia evidente, si ricorreva a pratiche particolari che avevano le loro radici nel repertorio magico del mondo pagano: salire sul letto sempre con la stessa gamba (che fosse la destra o la sinistra era, anche in questo caso, legato al tipo di cultura), non appoggiare i piedi nudi a terra, cercare di addormentarsi supini ponendo la mano destra sul cuore, strizzare gli occhi (separatamente, prima uno poi l’altro) secondo regole ben precise.
Tutto ciò è rintracciabile in una voluminosa bibliografia, ed è tipico di tutte le culture del mondo.
Per quanto attiene particolarmente alla Romagna, esistevano pratiche note per quanto riguardava la protezione dei bambini piccoli, quelli che ancora non avevano l’età per compiere da soli questi elaborati rituali.
I più comuni erano quelli di recitare preghiere in loro presenza, inserire amuleti sotto il loro cuscino (che, con il cristianesimo saranno sostituiti da immaginette religiose o da piccole croci, o da rosari); uno dei riti considerati più validi era quello di porre al collo dei bambini dei piccoli sacchetti contenenti foglietti sui quali era vergata una breve preghiera, nella quale generalmente si impetrava protezione.
Gli stessi oggetti (definiti “brevi”) si lasciavano al collo dei bambini quando, in caso di morte, venivano sepolti. La logica di questo rito era molto semplice: si presumeva che un bambino piccolo, giunto nell’al di là, non fosse in grado di poter chiedere protezione da solo, e quindi era come se lo si inviasse “portatore” di una richiesta scritta di aiuto[1].
Anche gli adulti ricorrevano alla protezione di immagini sacre e croci, sia direttamente appese ai muri della camera da letto che portate al collo o sotto il cuscino (in particolare il rosario) o alle immagini di parenti già defunti dei quali fossero nota la virtù cristiana.
Esistevano poi delle orazioni particolari che si recitavano proprio per avere la protezione della divinità contro la malamorte: erano definite popolarmente le “orazioni della buona notte”.
Una delle tante era quella che qui si riporta[2]:
… a vegh a let
s’la crosa m’e’ pet,
a mir da chev
u j è San Spirituel,
a mir s’la quartena
u j è Senta Madalena,
a mir a löss
u j è e Signor ch’u s’bracia tött …
… vado a letto,
con la croce sul petto,
guardo a capo [ai piedi del letto]
c’è lo Spirito Santo,
guardo a sinistra
c’è Santa Maddalena,
guardo all’uscio
c’è il Signore che ci abbraccia tutti …
Era evidentemente un chiaro avvertimento alle entità maligne (in particolare quindi al diavolo, data la tradizione cristiana) che il dormiente non sarebbe stato solo, anche quando, addormentato e nel buio della sua stanza, fosse dovuto sembrare tale.
Un’altra preghiera era la seguente[3]:
… tirat indrì faza tresta,
che me a scor cun Idio,
cun Idio e cun i sent …
… stai indietro faccia triste,
che io parlo con Dio,
con Dio e con i santi…
In questo caso, più che una preghiera, il testo sembra proprio esprimere un’esortazione al maligno a starsene lontano: l’orante si pone già dalla parte di Dio, e si sente autorizzato ad esprimere l’esortazione in virtù della protezione di cui è sicuro di godere.
Le orazioni non erano in grado di assicurare all’orante l’entrata nel regno dei cieli, ma gli permettevano almeno di presentarsi di fronte a chi lo avrebbe giudicato senza correre il rischio di cadere vittima del demonio prima di quel giungere al giudizio stesso.
Questo è un aspetto interessante del fenomeno, che vale la pena di essere approfondito.
L’uomo costruisce il suo immaginario numinoso sul metro delle sue conoscenze terrene, per cui il passaggio dallo stato di vita a quello di esistenza nel paradiso (o, eventualmente, nell’inferno) non poteva un fatto istantaneo, atemporale, come farebbero supporre le nostre idee filosofiche moderne.
Passava del tempo tra l’atto fisico della morte e quello della beatitudine, che si svolgeva differentemente in due mondi distinti: nell’al di là era necessario un certo lasso di tempo per poter giungere di fronte al giudice supremo (quello che nelle culture pagane era interpretato come il viaggio condotto da Caronte) ed un altro breve tempo era quello del giudizio; questo tempo era lo stesso che, nel mondo reale, passava dall’atto della morte a quello della sepoltura.
Era questo intervallo tra la morte ed il giudizio ad essere quello più temuto nel caso della malamorte; l’uomo non avrebbe potuto difendersi da esseri malvagi irrazionali, ai quali non si potevano porgere giustificazioni o preghiere, come si poteva fare invece di fronte al giudice supremo.
Se, nel caso di morte avvenuta in presenza dei famigliari ci si poteva aspettare un aiuto dalle preghiere di questi, nel caso di morte solitaria ed improvvisa non si poteva che raccomandarsi ai riti ed alle preghiere che abbiamo citato.
Un ulteriore esempio di come l’uomo abbia sempre cercato di crearsi delle rassicurazioni.
[1] A questo riguardo vedere il lavoro: LA RELIQUIA OGGI, RESIDUO RELIGIOSO PRECRISTIANO. In Romagna permangono alcune tradizioni religiose precristiane testimoniate da piccoli oggetti di culto popolare, pubblicato alla pagina TESTI di questo stesso sito.
[2] Tonelli, V.: Il diavolo e l’acqua santa in Romagna. Religiosità, superstizione, diavolerie, Grafiche Galeati, Imola, 1985. Il dialetto è il romagnolo sarsinate.
[3] Cavallini, M.: Preghiera della sera, La Piê, Anno XIII, 1933.

