Il concetto della “vecchia” sacrificata (la Segavecchia romagnola) è presente in tutto il mondo.
Si è già visto, in un lavoro pubblicato su questo stesso sito, come nel passato fosse abitudine celebrare il superamento dell’inverno ed il ritorno della buona stagione con riti che prevedevano forme di sacrificio ritualizzato, e che l’oggetto del sacrificio fosse un covone di grano, elemento vegetale che finì per essere antropomorfizzato in una figura femminile, generalmente detta “la vecchia” in tutte le culture che erano state prese in considerazione.
In particolare si era visto come questo rito avesse finito per fossilizzarsi, per quanto riguarda la Romagna, nella festa della Segavecchia[1]. Abbiamo visto come questo rito abbia finito anche per incanalare una parte dell’aspetto negativo del sacrificio su una persona in particolare, ossia colui che ha la “sventura” di tagliare l’ultimo covone dal campo.
Vedremo ora di trovare elementi a supporto di questa teoria anche al di fuori del territorio europeo, zona geografica sulla quale ci si era particolarmente attenuti nel lavoro citato, e di approfondire il significato di questo fenomeno rituale.
Esaminando un numero maggiore di fonti su questi fenomeni troviamo innanzitutto, ancora una volta, la caratterizzazione femminile del covone, o comunque di attributi collegabili alle messi: nel lavoro precedentemente citato si era fatto notare la similitudine semantica tra il termine italiano “vecchia” ed alcune forme straniere che rimandavano allo stesso concetto, analisi condotta particolarmente per i paesi anglosassoni; ma ritroviamo il nome di “vecchia” anche in Russia e nei paesi arabi; in Serbia troviamo a volte questa definizione, a volte il termine “madre della spiga”; in Germania la “Madonna del grano” (appellativo che evidentemente risente del fenomeno sincretico); in Bulgaria “regina del grano”; con riferimento ad un passato ancora più lontano, nella mitologia semitica uno degli appellativi di Asherar, divinità del raccolto, era quello di “grande madre”, e per i sumeri l’omologa divinità, Asnan, era detta “sorella del grano”; altra “madre del grano” era Horta, divinità etrusca delle messi; Mater Matuta infine (quindi ancora una “madre”) era la divinità romana protettrice della riproduzione, sia degli uomini che delle forme vegetali, e, sempre con riferimento ai periodi più antichi, Mabon era la dea celtica dei raccolti. Da notare che nell’antico mondo germanico esistevano anche divinità legate all’aspetto invernale dell’ambiente naturale, come Holda e Berctha, figure alle quali probabilmente si ritrova molto nel mito dell’italica Befana.
A Roma sotto l'appellativo Bona Dea, pur nel significato generale di “Grande Madre”, si venerava una divinità che era nata probabilmente da una serie di sovrapposizioni di tradizioni diverse: antiche divinità laziali protettrici delle messi; le divinità delle civiltà agricole preromane Liber e Libera; Cibele, una divinità anatolica, venerata come Grande Madre Idea (dal monte Ida) dea “in toto” della natura, da quella assoggettata dagli uomini fino ai luoghi selvatici; la dea greca Demetra.
La dea Ninhursag (a destra) in un rilievo sumerico.
Fu poi la dea Cerere, già presente nel pantheon di popoli italici preromani, come gli osco-umbri ed i sabelli, a riassumerle tutte diventando la più famosa[2] ed adorata “madre del grano”. In suo onore si tenevano i Cerealia, una festività celebrata tra il 12 ed il 19 di aprile; le cerimonie relative prevedevano il ricordo del mito di Cerere e Proserpina: la ricerca della figlia da parte della madre diventava l’occasione di una rappresentazione religiosa: le devote, vestite di bianco e reggendo una torcia in mano, giravano per la città, sempre con l’esclusione degli uomini; erano le donne del ceto più aristocratico che si occupavano dei rituali, dai quali erano esclusi gli uomini[3]; il tempio di Cerere si trovava sotto l'Aventino e qui, in un bosco sacro, le donne e le ragazze celebravano ogni anno i misteri della dea (qualche documento ricorda cerimonie analoghe anche nei primi di dicembre).
I romani, consci evidentemente del sovrapporsi di tutte queste tradizioni, associavano a Cerere l’insieme di tali divinità, chiamandole tutte "madri delle messi" (frugum matres).
E poi altre dee, in un elenco che sarebbe arduo definire completamente: Semia o Semla (nome derivato probabilmente dalla dea greca Semele) nella mitologia etrusca era la dea della terra; la dea norrena del grano e del raccolto Sif, moglie di Thor, dea dai capelli “biondi come il grano” era per questo considerata una fra le più belle tra le dee degli antichi popoli scandinavi; Ninhursag, dea sumerica, signora di tutte le creature viventi.
Poi divinità minori, come Sàtia (dea della sazietà), oppure Abùndia (dea dell'abbondanza); Strenia (da cui deriva anche il termine "strenna") durante la cui festa ci si scambiavano regali, a sottolineare il particolare periodo, subito dopo la mietitura, in cui c’era un, seppur relativo, surplus di alimenti.
I Bulgari, in particolare, vestivano l’ultimo covone con una camicia da donna, lo portavano in processione per il villaggio e lo gettavano poi nel fiume a volere simboleggiare la pioggia che avrebbe portato beneficio al futuro raccolto; in alternativa l’ultimo covone veniva bruciato e le sue ceneri erano sparse per i campi, in modo da accrescerne la fertilità.

In Lituania la strega era detta Ragana, ma veniva chiamata Gabjauja quando ai suoi attributi veniva aggiunto quello della protezione del sole e del suo calore e, per estensione, del fuoco: dall’unione di queste due figure (evidentemente in un tempo in cui il pantheon lituano era ancora dominato, in massima parte, da divinità femminili) nacque il culto della dea Tristram, divinità protettrice del grano già reciso ed ammassato; in questo paese vi era la pratica di portare a casa e conservare lo jevaras, il “covone di grano” destinato ad essere bruciato, durante il periodo temporale detto del “ponte di jeveras”. Forse proprio perché Tristram era la divinità, come detto, del grano già posto nei granai, la festa della trebbiatura non si rifaceva al suo nome, ma a quello del periodo precedente, per cui prendeva il nome di “festa della Gabjauja”.
Con l’avvento delle divinità maschili il dio che prese il posto di Gabjauja fu Jagaubis, (da notare l’assonanza dei nomi, dato che in lituano in dittongo “Ga” di Gabjauja si pronuncia come l’italiano “gia”, così come quello “Ja” di Jagaubis) ma, probabilmente per uno di quei fenomeni di sincretismo che cerca di salvare, quando può, le tradizioni più antiche, a Jagaubis venne attribuito, almeno nei primi tempi, la protezione del grano “mentre si trasformava in farina”.
Si salvava, in questo modo, il patronato di entrambe le divinità, e questo potrebbe rappresentare un dato a favore di coloro che sostengono[4] che, almeno in alcune parti del mondo, la lotta tra divinità maschili e femminili ha seguito un andamento incruento.
Da tutto ciò deriva il primo elemento che queste tradizioni hanno in comune, ossia l’aspetto prevalentemente femminile delle divinità adibite alla tutela delle messi e dell’abbondanza agricola in genere, cosa che, d’altro canto, non può che risultare logica vista la convinzione, per gli antichi, che la capacità riproduttiva fosse una caratteristica del solo sesso femminile.
Il secondo elemento comune è quello del sacrificio.
Il concetto di base del rito sacrificale è quello che in antropologia viene definito come “principio di reciprocità”, o di “restituzione”: si offre alla terra una parte di quelle risorse che le vengono “rubate” (in questo caso il grano) offrendone indietro una parte; la mietitura, per l’importanza assunta dal cibo (ed, in particolare per l’Europa e tutti i paesi del bacino mediterraneo, dai cereali) ha sempre rivestito per gli uomini un carattere sacro fondamentale, per cui ai cereali stessi si attribuiva un valore talmente importante che un rito che prevedesse il perdono da parte della natura per il furto di questa risorsa era ritenuto una necessità essenziale della vita magico-religiosa.
In antichità vi era l’usanza di gettare in acqua o di bruciare in fantoccio vegetale; si trattava di un rituale arcaico che intendeva rievocare un più antico sacrificio umano: il fantoccio veniva identificato con lo Spirito del grano, ma in altri tempi la vittima poteva essere anche un uomo, un forestiero che attraversava il campo, il mietitore che tagliava l’ultimo covone (l’evidente responsabile del “furto”) o una vittima appositamente designata. Tracce di questo sacrificio sono rimaste anche nell’Europa moderna, ad esempio nell’usanza, rimasta in vigore fino a qualche decennio fa, in qualche paese a struttura agricola arcaica, che prevedeva che il contadino che tagliava l’ultimo covone venisse legato al covone stesso e portato in giro per il paese; veniva percosso e gettato in un fiume o in un letamaio.
Nel “Pulcinella che cavalca la vecchia”possiamo forse identificare la migliore rappresentazione della sostituzione delle antiche tradizioni con quelle più recenti.
Ma se può apparire logico che la vittima del sacrificio doveva essere colui che aveva rubato alla terra una sua risorsa, come si è passati da questo sacrificio a quello che prevedeva invece che fosse la “vecchia” stessa (che abbiamo visto essere la rappresentazione delle divinità femminili) ad essere sacrificata? Perché l’elemento cruento è stato rivolto alla stessa divinità protettrice del bene che si voleva salvaguardare?
L’analisi ci porta inevitabilmente ai periodi della sostituzione delle divinità femminili con quelle maschili.
Abbiamo già visto come nelle feste dei Cerealia fosse negata la presenza agli uomini, ma già il mito di Cibele ci introduce ad uno scenario di lotta tra dei e dee (Cibele, Attis, Zeus, Dioniso) con aspetti che fanno riferimento al sesso (presenza, nel mito, dell’evirazione di genitali, di sperma, presenza di eunuchi ed ermafroditi, di estasi orgiastiche) e con il rimando a situazioni estremamente violente (sangue, suicidio, evirazioni); questo a dimostrare come già fosse presente in nuce una lotta per la prevalenza nel dominio dell’aspetto religioso e spirituale.
Ecco quindi che è “la vecchia” (ossia la divinità femminile) a diventare vittima del sacrificio e, perdendo l’antica memoria dell’essere a cui era votato il sacrificio, comincia a prevalere, nei suoi confronti, una nuova interpretazione: essa non viene più vista come una divinità, ma come la rappresentazione del vecchio anno, del periodo che ci si lascia alle spalle e, come tutte le cose vecchie, può essere distrutto, bruciato, annientato.
La dea che proteggeva diventava un elemento sacrificabile, dato che il suo posto era stato occupato da altri dei, questa volta maschili, portatori dei valori di nuove religioni
Allora, oltre alla Segavecchia della Romagna, ecco, anche in altre zone d’Italia, il sacrificio della Giubiana, del Panevin, della Casera, della Seima o della Veggia Pasquetta, e la presenza di tutti quei riti che prevedono, in un fenomeno collettivo diventato ormai solo una festa, di bruciare o di segare pezzi di legno con la forma di una vecchia donna.
Insomma, la vecchia romagnola ha parecchie sorelle.
[1] LA SEGAVECCHIA NON E’ LA “VECCHIA SEGATA”. L’analisi su base antropologica di questa festa tradizionale ci permette di correggerne l’interpretazione corrente, alla pagina TESTI.
[2] Si dice che il culto di Cibele sia stato ufficialmente introdotto a Roma il 4 aprile 204 a.C., in occasione di rituali eseguiti per scongiurare il pericolo dell’invasione di Annibale.
[3] Secondo gli scritti di alcuni autori antichi, come Macrobio e Properzio, sembra che addirittura gli animali maschili fossero esclusi da questi riti.
[4] Tra questi Marja Gimbutas e A. Julien Greimas.
