I guaritori popolari della campagna romagnola hanno origini molto antiche e trovano ”colleghi” in ogni parte del mondo.

È già stato trattato, su questo stesso sito, l’argomento di quel particolare settore della medicina popolare che trattava le affezioni, organiche o psichiche, con la semplice “manipolazione” attuata con le mani nude, o con l’aiuto di elementi vegetali (tralci di vite, steli di grano, foglie) o ancora servendosi di simboli religiosi (il rosario, la croce, il vangelo) o semplici oggetti di uso comune (aghi da cucito, gomitoli di lana, pezzi di stoffa, forbici) [1].

Si è visto, nello stesso lavoro, come questa pratica tragga origine da antichi rituali magico-religiosi.

Qui si vuole approfondire l’analisi di questo fenomeno, cercando di verificare il percorso attraverso il quale questa pratica è stata trasmessa da personaggi che appartenevano al ceto sacerdotale (infatti abbiamo appena detto che l’origine stava in pratiche magico-religiose) a persone che invece facevano parte del popolo, ed in particolare a quella parte della popolazione più povera, meno istruita, quella che generalmente viveva nelle campagne.

In tempi antichi, infatti, erano solo i sacerdoti che possedevano questa capacità (o forse sarebbe meglio dire “si arrogavano questo diritto”) dato che era considerato abbastanza normale che l’aura di santità, derivante dal rapporto privilegiato con le divinità, concedesse loro questo particolare potere; i meccanismi antropologici ampliamente studiati della magia “per contatto” spiegano il perché della credenza di come la perfezione di questi santi uomini potesse trasmettersi ai comuni mortali con il semplice tocco della mano.

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Per analizzare quanto ci siamo riproposti bisogna partire dai concetti espressi da Georges Dumézil sulla strutturazione delle società antiche. Lo studioso francese ipotizzò per le culture indoeuropee la nota teoria della verticalizzazione delle società in tre gruppi[2], secondo la quale le antiche popolazioni tribali si dividevano nelle classi dei sacerdoti, dei guerrieri e dei lavoratori; ognuno dei tre gruppi faceva riferimento ad una figura prevalente all’interno del proprio gruppo di appartenenza, quella figura con un carisma particolarmente forte tale da diventare l’elemento di riferimento (sono quelle che, col passare del tempo, verranno ufficializzate come il “capo religioso”, il “capo militare” - destinato poi a diventare il “re” - e “l’anziano”, il rappresentante della classe lavoratrice).

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La medicina popolare è ancora attuale in India (dove è considerata parte della medicina ayurvedica e difinita “anumana”). A differenza però di quanto succede nella cultura occidentale essa non viene considerata contrapposta alla medicina moderna, ma un suo normale complemento.

Sebbene la teoria dumeziliana ci ricordi come ognuna delle tre classi avesse un proprio ambito di intervento sociale all’interno del gruppo (inteso come globalità delle classi) e di conseguenza possedesse “solo” poteri tipici del proprio ambito, è pensabile che ognuna di esse tendesse a voler influire anche su decisioni che invadevano le competenze delle altre classi.

Questo fatto non può stupirci, dato che la storia ci ha tramandato infiniti esempi di lotta tra i poteri: le ingerenze dei religiosi in ambito politico e dei re in quello religioso nel corso della storia dell’umanità sono fenomeni troppo noti per doverne riportare casi dimostrativi.

Il capo militare cercò allora di allargare il suo potere d’intervento, ed al concetto di “sacralità” del capo religioso contrappose quello di “regalità”, un termine che non stava ad indicare solo la sua supremazia nelle decisioni di ambito militare, ma poneva la sua figura su un piano spirituale più alto di quello dei semplici mortali; cercò di emulare la posizione dei religiosi, che per il loro rapporto con le divinità si ponevano automaticamente in una dimensione diversa da quella dell’uomo comune.

Fu l’inizio di quell’ambiguo rapporto tra potere spirituale e potere temporale che non si è mai risolto del tutto, neppure ai nostri giorni[3].

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Una miniatura del XVI secolo mostra un “re guaritore”. Questi riti avvenivano generalmente all’interno di una chiesa.

Ambiguo perché i re cercavano da una parte di assumersi le prerogative dei religiosi, ma dall’altra avevano bisogno di loro per essere considerati “ufficialmente” dei re: infatti erano re “nel nome di Dio” o in quanto “unti del Signore”, ma questa consacrazione veniva loro per imposizione del capo religioso, che si poneva, in questo modo, tra Dio ed il re[4]. Con questo atto il re comunque riceveva quella regalità prima ricordata, che faceva sì che la sua figura assumesse un’aura particolare, molto simile a quella dovuta ai fenomeni tabuistici di civiltà molto più antiche: anche fino a tempi a noi molto vicini alcuni re non potevano essere toccati dagli uomini comuni, non si poteva manipolare il loro cibo se non con mani guantate, l’assassinio di un re era parificato ad un sacrilegio, e così via.

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San Marcolfo, uno dei tanti “santi guaritori”.

Dal canto loro i religiosi non hanno mai nascosto il loro desiderio di intervenire negli affari politici di una nazione, cosa che molte volte hanno fatto in maniera anche molto palese e senza curarsi delle critiche, né del popolo né dei sostenitori della monarchia.Tra le prerogative reali che, secondo la logica di Dumézil sarebbero state di preminenza sacerdotale, c’era quella di guarire alcune malattie con il semplice tocco della mano. Come ci ha mostrato lo storico Marc Bloc[5], questo diritto del re rimase in auge per moltissimo tempo sia in Francia che in Inghilterra; la figura più famosa tra queste fu quella del re di Francia Enrico II che guariva la scrofola[6], e questa era uno delle prerogative più conosciute da parte del popolo; il re ne faceva sfoggio in grandiose manifestazioni pubbliche in cui, a volte, appariva in abiti dimessi, molto diversi da quelle usuali per un regnante, quasi ad identificare sé stesso più come un povero monaco che un re.

La lotta tra potere spirituale e temporale ebbe alti e bassi, presentando situazioni diverse a seconda dei paesi e delle relative culture. Nell’antico Egitto la classe sacerdotale era sufficientemente forte da contribuire in maniera determinante alla deposizione del faraone Akhenaton, mentre a Roma successe il contrario (dal tempo di Augusto in poi era l’lmperatore a riassumere in sé le più importanti funzioni sia civili che religiose, nella figura del Pontifex Maximum); in Francia ed in Inghilterra, dove il potere della Chiesa non era così forte come nei paesi latini, il potere regale continuò ad esistere più a lungo, ma prima o poi i reali dovettero rinunciare a questa particolare facoltà: la sempre maggiore consapevolezza dei principi fondamentali dei concetti religiosi, le lotte sempre più evidenti con le strutture della Chiesa, il comportamento dei re, molto spesso crudele ed immorale, contribuirono ad allontanare dalla loro figura quel concetto di santità che dovrebbe essere legato a chi pretende di compiere atti miracolosi.

Ci fu perciò un periodo in cui la Chiesa riascrisse a sé la possibilità di guarire le malattie attraverso semplici atti manuali (quello che abbiamo definito come “tocco”) o mediante l’aiuto di preghiere, riti religiosi, aspersione di acqua benedetta, processioni, oppure, molto più spesso, da una combinazione di tutte queste pratiche.

La Chiesa, inoltre, approfittò di questa sua ritrovata attribuzione per combattere quel paganesimo che ancora sopravviveva, soprattutto nelle zone rurali, e che rimandava a figure residuali della mitologia pagana la facoltà della guarigione “per magia”: applicando un’operazione sincretica non nuova nella storia della sua evoluzione, la Chiesa sostituì alle figure pagane quelle di un certo numero di santi, rispettando anche quella “specializzazione” (ad ogni divinità una particolare malattia) che era una caratteristica tipica del paganesimo[7].

Perciò nacque l’idea che, ad esempio, san Marculfo curasse le piaghe con il tocco delle mani, san Rocco curasse la peste, sant’Agostino la tosse, san Biagio il mal di gola, santa Lucia le affezioni agli occhi, san Paolo le morsicature delle serpi, san Giovanni Battista le emicranie, e, non meno importante per una cultura contadina, sant’Antonio Abate, cui venne affidata la protezione delle malattie che potevano affliggere il bestiame da lavoro[8].

In tal modo si tentava la sostituzione di figure pagane con quelle cristiane, e nel contempo si ribadiva come fosse necessario affidare questa capacità a personaggi la cui santità era chiaramente ed ufficialmente definita, in contrapposizione a quella regalità ormai decisamente compromessa di figure che, volenti o nolenti, erano pur sempre uomini e non santi.

Ma le tradizioni antiche sono dure a morire, e soprattutto in quelle zone rurali di cui si è detto, lontane dalle pratiche ufficiali e frequenti della Chiesa, certe forme di paganesimo continuarono a perdurare, e, complice un atteggiamento del clero non sempre favorevole alle classi più povere, continuarono a perpetuarsi attribuendo però le capacità curative non più a figure pagane (che ormai erano state decisamente sconfitte dalla lotta dei religiosi) ma a persone che, a causa di particolari indizi, venivano identificate come persone dotate di una particolare santità[9].

Questi indizi potevano essere rappresentati da una particolare anomalia fisica o psicologica (zoppìa, polidattia, pazzia, l’essere nati ancora avvolti nel sacco amniotico – il fatto che definiva queste persone come “nati nel sacco della Madonna”- o essere nati settimini); a volte poteva trattarsi di nei sulla pelle, soprattutto se questi avevano una forma tale da possedere un valore simbolico (a forma di croce – in Francia si conoscono casi in cui si dava particolare valore ai nei a forma di giglio, simbolo rappresentato sulle bandiere di quel paese - o simili ad un volto).

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Il rito della taranta

Anche questi segni particolari cominciarono poi a perdere il significato di “indicazione divina”, soprattutto quando la medicina cominciò a chiarire la loro origine semplicemente organica, ed allora il “segno” fu sostituito dalla “credenza condivisa” di una particolare saggezza di alcune persone, che derivava loro generalmente dall’età avanzata; in particolare la capacità della guarigione venne attribuita sopratutto alle donne, per l’atavico ricordo del fatto che erano proprio le donne ad occuparsi di questioni mediche nei piccoli paesi rurali, così poco avvezzi alla medicina ufficiale.

In Romagna, fino a pochi decenni fa, esistevano ancora molte guaritrici, o “medicone”, che curavano mediante queste pratiche[10], ma è noto che il fenomeno è stato particolarmente rilevante anche in altri paesi; per rimanere in Europa sappiamo dell’esistenza dello stesso fenomeno in Francia, dove i guaritori erano chiamati popolarmente touchou, ed in Spagna, dove si chiamavano saludadores.C’è da dire che, in realtà, anche il fenomeno dell’attribuzione della capacità guaritiva che si era autoassegnata la Chiesa continuò a sopravvivere per qualche tempo, ed in particolare nelle figure dei “parenti” di un santo. Si dava questo nome a quegli aderenti a confraternite religiose particolarmente devoti ad un santo guaritore; il fenomeno della guarigione mediante l’intervento dei “parenti” è rimasto presente, almeno in Italia, nel rito della “taranta”, quel rito esorcistico che utilizzava suoni e balli, ed ancora praticato in alcune regioni dell’Italia del sud fino a pochi anni fa.

[1] Vedere il lavoro: L’ESORCISMO E LA GUARIGIONE - I riti tradizionali delle “medicone” romagnole e gli esorcismi traggono le origini da antichi rituali religiosi, pubblicato alla pagina TESTI di questo stesso sito.

[2] G. Dumézil: L’ideologia tripartita degli indoeuropei, Edit. Il Cerchio, Rimini, 2014.

[3] Basti pensare alla legislazione politica di alcuni paesi arabi, fortemente influenzata dai concetti religiosi islamici, così come quella dello stato di Israele è legata strettamente ai precetti dell’Antico Testamento. Ma anche in occidente c’è ancora qualche residuo di questo fenomeno: la regina Elisabetta II del Regno Unito è, a tutt’oggi, anche il capo della Chiesa d’Inghilterra.

[4] Tutti ricorderanno che quando Napoleone fu incoronato Imperatore dei Francesi, per rimarcare la sua indipendenza dalla Chiesa, tolse la corona dalle mani del papa Pio VII per incoronare prima sé stesso e poi la moglie Giuseppina.

[5] M. Bloc: I re taumaturghi, Einaudi, Torino, 1973.

[6] Un’infezione linfatica, chiamata in medicina “adenite tubercolare”, dovuta in buona parte all’alimentazione carente ed alla scarsa attitudine alle pratiche igeniche.

[7] Sulle divinità pagane con la capacità di guarire malattie esiste un’ampia documentazione, ad esempio in: Conelius Agrippa De occulta Philosophia; o in: Martin Delrio: Disquisitionum magicarum, liber sex.

[8] Esiste un elenco molto vasto di santi che curavano determinate malattie, le cui funzioni potevano variare anche in funzione delle diverse aree geografiche.

[9] A riguardo di questi “particolari indizi”, vedere il lavoro ANOMALIA COME SEGNO DI DIO - Sant’Antonio Abate e la “pagana”, due esempi nelle tradizioni della Romagna, pubblicato alla pagina TESTI di questo stesso sito.

[10] Un’ampia trattazione del fenomeno della medicina popolare dei guaritori in Romagna è quella del testo: G. Cerasoli, B. Garavini: Guarì Guaros – Riti e rimedi della medicina popolare in Romagna, La Mandragora Editrice, Imola, 2010.