La “caccia selvaggia” della cultura popolare dei paesi nordici rivive nelle terre romagnole con un particolare scenario.
Cavalli scalpitanti, urla ed imprecazioni di uomini, latrare di cani: potrebbe sembrare una scena di una battuta di caccia di qualche secolo fa, invece è la rappresentazione mentale collettiva di un tema mitologico tipico dell’Europa del nord, quello per cui, durante particolari notti, un gruppo di anime dannate esce dall’inferno montando cavalli neri e, seguiti da torme di cani inferociti, si gettano su poveri mortali per afferrarli è trascinarli con loro; non mancano lampi e tuoni, e qualche fuoco manda bagliori sinistri.
È questa la tipica immagine odierna che hanno della “caccia selvaggia”, una tradizione nordeuropea, i cittadini di quella parte del mondo; immagine attuale, contaminata dalla cultura contemporanea fatta di televisione e di film horror.
Se si cercano informazioni sulla stessa tradizione in documenti scritti di un paio di secoli fa, si trovano maggiori dettagli: le anime dannate sui cavalli neri sono quelle di antichi guerrieri, ed alla loro testa c’è Odin, la massima divinità della tradizione norrena (che assume le sembianze di Wotan quando ci si sposta nell’area germanica); ma, soprattutto, i cavalieri neri non rapiscono tutti indiscriminatamente, ma solo le persone che hanno compiuto azioni riprovevoli, in particolare a riguardo delle norme di convivenza sociale.
La radice originaria di questo mito affonda nella mitologia nordica (in particolare il corpus mitologico si è consolidato nella mitologia norrena) ma si è diffusa in molte altre regioni europee, dall’estremo nord alla zona delle Alpi e oltre, e per capirne il significato occorre fare un breve riferimento alla mitologia norrena (l’antica cultura di quei paesi che, pressappoco, si possono identificare in quelli scandinavi) nota come Volupsa, e che fu tramandata dai racconti narrati da Snorri Sturluson nel libro Edda in Prosa, in particolare in quella parte di esso che si intitola La profezia della Veggente.
Nel mondo norreno gli Asi erano gli dei del bene, signori assoluti del cielo, che avevano creato il regno di Asaland, con Asgard come capitale, alla quale si accedeva attraverso Bifrost, un ponte creato dall’arcobaleno; qui avrebbero combattuto contro i Vanir, divinità maligne. Con la fine della guerra si fusero le due culture ed i due pantheon religiosi, che da allora in poi furono simboleggiati dall’albero sacro, il frassino Yggdrasil, che unisce il cielo e la terra.
Secondo questo mito la fine del mondo (o Ragnarok) arriverà con l’ultima battaglia tra Asi e Vanir; Odin (o Wotan) sul suo cavallo ad otto zampe Sleipnir, sarà ingoiato dal lupo Fenrir.
La battaglia finirà senza vincitori e vinti, tutti periranno e, attraversando Bifrost, si getteranno in Asaland ormai dissolto, da cui nascerà una nuova civiltà, una nuova coppia originatrice, Lif e Lifbrasir (che si erano salvati da Ragnarok nascondendosi tra le fronde del frassino Yggdrasil) e che ripopolerà il mondo dando inizio ad una serie di futuri cicli di nascite e morti.
Nel cielo notturno appare la torma dei cavalieri. Questa è l’immagine tradizionale della caccia selvaggia.
Ma gli antichi dei Asi non si limiteranno a perire e ad aspettare i nuovi cicli vitali; ogni tanto usciranno dal regno delle ombre per scorazzare, come fantasmi, nel mondo degli uomini per rapire i malvagi che con il loro comportamento impediscono l’instaurarsi di un mondo più giusto del precedente, e per portarli nell’inferno (che secondo la tradizione norrena deve essere visto come una sorta di caos primigenio più che nel mondo di fiamme tipico della tradizione cristiana).
Interpretato con il metro degli avvenimenti storici, c’è chi ha visto in questo mito il ricordo di scontri tra popolazioni originarie dell’Asia, che da quel luogo si sarebbero spostate verso nord-ovest, e popolazioni autoctone dell’attuale Svezia; altri, tra cui Georges Dumèzil e Mircea Eliade, li ritengono il ricordo di lotte tra due gruppi con la stessa origine indoeuropea.
Al di là della pura interpretazione storica non è difficile scorgervi, comunque, uno dei tanti miti escatologici che si trovano nelle culture di tutti i popoli della terra, che vedono nella fine tragica ed improvvisa del loro mondo l’elemento necessario ad una completa rinascita di un mondo migliore, e nei fantasmi degli antichi guerrieri gli spiriti degli antenati che hanno il compito di vegliare affinché ciò possa verificarsi.
Il nome con cui viene indicata la “caccia selvaggia” cambia di nazione in nazione attraverso il continente, ma anche spostandosi da una regione all’altra della stessa nazione: se in Inghilterra continua a chiamarsi Wilde Hunt, viene definita Sluagh in Scozia, Wutende heer in Germania, Chasse Arthur in Francia, Struggele in Svizzera.
Ogni regione mette a capo di questa orda selvaggia personaggi che sono tipici della propria tradizione culturale: Odin e Wotan nei paesi scandinavi ed in quelli germanici, Carlo Magno in Francia, Waldemar in Danimarca, Re Artù nelle Isole Britanniche. In Italia viene definita Caccia Morta, Kasa selvadega o Caccia del Diavolo in Lombardia, Corteo dla Berta, Càsa d’i canètt in Piemonte, Cazza selvadega in Trentino.
In Italia, soprattutto nell’area alpina, la caccia selvaggia viene associata a fenomeni fisici magari di origine naturale ma che ricordano il brillare di luci e fiaccole lontane, lo scalpitio di zoccoli, l’abbaiare di cani, le urla demoniache ed un forte sibilare del vento. In questo caso il capo dell’orda dei cavalieri viene chiamato Beatrix, e qualche volta è associato alla figura di Teodorico il Grande. Nel medioevo troviamo una traccia da un testimone d’eccezione: Dante Alighieri, nell’Inferno[1], ci mostra come la leggenda fosse un patrimonio comune europeo, ma testimonianze le hanno lasciate anche anche Torquato Tasso[2] e Giovanni Boccaccio[3].
È anche evidente, da quanto risulta da queste leggende, l’origine mitologica e la funzione didattica della caccia selvaggia: la necessità di fornire delle leggi agli uomini, dei modelli di comportamento sociale, uomini che avevano bisogno di un elemento che frenasse i comportamenti egoisti ed antisociali.
Coloro che non si comportavano secondo questi modelli erano puniti, rapiti da questa sorta di “polizia” ante litteram, e portati a scontare le pene in una specie di inferno, lo stesso dal quale uscivano i cavalieri che conducevano la caccia.
È anche evidente l’analogia con un’altra leggenda, quella del “corteo dei morti” più tipica del mondo mediterraneo[4], e che origina anch’essa dalla paura che i morti, che tornano sulla terra in particolari momenti dell’anno, rapiscano e portino con loro i trasgressori delle norme sociali.
Significativamente analoghi nel significato sono pure i periodi dell’anno in cui avvengono i due fenomeni: periodo che va all’incirca dal nostro Natale all’Epifania per il corteo dei morti mediterraneo, mentre è quello del capodanno celtico del 1° novembre, o della notte di Valpurga (1° maggio) per gli autori della caccia selvaggia. Anche se diversi temporalmente, sono i momenti in cui, in entrambe le civiltà, si aprono le porte tra il mondo dell’uomo e quello delle divinità, ed il mondo reale ha un contatto momentaneo con quello degli spiriti[5].
Sleipnir, il cavallo ad otto zampe di Odin/Wotan.
Unica differenza di una certa importanza sta nella presenza dei cavalli per la leggenda nordica, che non compaiono invece in quella mediterranea più legato invece al corteo pedestre delle anime degli spiriti (e che darà poi origine ad un altro fenomeno mitologico quello della “danza macabra” del periodo medioevale). Questa differenza non ha però niente di strano, quando ci rendiamo conto che il cavallo è stato uno degli elementi caratterizzanti (assieme all’uso del ferro) delle società patriarcali provenienti dalle steppe dell’Europa centrale e poi migrate verso la parte occidentale del continente, e che quindi hanno lasciato tracce più profonde in quelle culture rispetto a quelle del bacino mediterraneo.
Questa leggenda, che per quanto riguarda l’Italia abbiamo detto essere tipica delle regioni dell’arco alpino, trova in Romagna una reminescenza nella leggenda della morte del re ostrogoto Teodorico che, nato in Pannonia nel 454 e morto a Ravenna nel 526, fu uno di quei personaggi che tentarono una sintesi delle culture nordiche, orientali e romane, durante quella fase di profondi sconvolgimenti politici e religiosi che travagliarono l’Italia in quel periodo.
Cresciuto ed educato alla corte bizantina, dove era trattenuto in ostaggio a garanzia della pace, era di religione ariana ma anche difensore di tutte le libertà religiose; diventato re di due popoli diversi in quanto a tradizione, cultura e temperamento, cercò di promuovere una politica che portasse all’integrazione dei due popoli, condizione che considerava necessaria a mantenere la pace e la stabilità del suo regno.
Per ottenere ciò creò una struttura organizzativa dello stato che si rifaceva al diritto romano (ad esempio con l’Edictum Theodorici Regis) sistema di leggi che non mancavano però di rimarcare l’inevitabile differenza delle etnìe: affidò agli Italiani le cariche civili ed agli Ostrogoti quelle militari, senza però particolari pregiudizi su una possibile inversione dei ruoli nel caso lo avesse ritenuto necessario. Si propose come mediatore tra la chiesa romana e la corte imperiale nella polemica sull’Henoticon, un editto emanato dall’imperatore Zenone per unificare la fede dei suoi sudditi e, in particolare, per comporre la questione aperta tra Monofisiti ed Ortodossi sulla duplice natura di Cristo. La tradizione vuole che Teodorico abbia avuto contatti anche con Sant’Ellero, e che fece costruire un palazzo non lontano dal monastero fondato dal santo a Galeata; quando venne a conoscenza degli avvenimenti prodigiosi che vi avvenivano, donò al monastero beni e terreni.
Teodorico all’inseguimento della cerva dalle corna d’oro, l’ultimo suo atto prima di precipitare nel cratere dell’Etna.
Fu però anche un personaggio con molte contraddizioni: pur aspirando alla pace non mancò di utilizzare l’uso delle armi, spesso ferocemente; utilizzò a suo vantaggio le discordie tra Roma e Costantinopoli, e quando si offrì come mediatore politico si dice che, nella maggioranza dei casi, lo facesse in maniera alquanto ambigua.
Di leggende sulla sua morte ce ne sono molte: una delle più conosciute è quella che lo vuole ucciso da un fulmine mentre prendeva un bagno nel suo palazzo di Ravenna e che poi fu trasportato all’inferno da un cavallo nero apparso misteriosamente; una seconda, quella che più ci interessa, lo vede inseguire una cerva dalle corna d’oro cavalcando un cavallo che, imbizzarrito, cominciò a correre a perdifiato arrivando fino al cratere dell’Etna, dentro al quale si gettò con il re in groppa[6].
Si vede bene come questa leggenda non faccia altro che riproporre la mitologia norrena della morte degli Asi, ma con qualche particolare che rimanda alla cultura cristiana e mediterranea: dall’Etna che sostituisce il regno di Asaland (d’altro canto proprio la mitologia norrena ricordava l’infuocato e misterioso reame meridionale di Muspell, la dimora dei giganti di fuoco, concetto nato probabilmente dall’aver osservato proprio i caldi paesi del mediterraneo) allo stretto di Messina al posto dell’arcobaleno Bifrost, e soprattutto dal simbolo cristiano del cervo, come ricorda Franco Cardini[7].
Infatti per quanto il cervo fosse un animale simbolo di Artemide e l’animale sacro del dio Kernunnos presso i Celti[8], e perciò legato a tradizioni pagane, fu Plinio a porre le basi per l’utilizzo del suo valore simbolico da parte dei cristiani. Nella sua Naturalis Historia, descrive l’animale come nemico del serpente: quando l’animale si insinua nelle crepe del terreno il cervo beve acqua che poi vomita nelle stesse crepe, costringendo il serpente ad uscire, e quindi lo uccide schiacciandolo con gli zoccoli.
Poiché nel cristianesimo il demonio assume le sembianze del serpente divenne naturale pensare al cervo come ad un amico della cristianità.
Da quel momento in poi fu facile trovare nella letteratura cristiana leggende che narravano di cervi che recavano l’immagine della croce tra le corna (ad esempio nelle leggende di Sant’Eustachio e Sant’Uberto) oppure di cervi che salvavano pellegrini smarriti nei boschi, allegoria del dio cristiano che salva l’uomo dalla perdita dell’anima.
Quindi se possiamo vedere in Teodorico l’uomo che tentò una mediazione culturale tra il nord ed il sud dell’Europa, ritroviamo in questa leggenda che, almeno all’inizio del suo svolgimento, si pone geograficamente a Ravenna, una conferma di quanto anche la Romagna rappresenti una cerniera tra le due stesse culture, un luogo in cui convivono stabilmente e senza problemi mitologie e tradizioni dell’intera Europa.
[1] D. Alighieri, Inferno, XIII, 109 – 124.
[2] T. Tasso, Gerusalemme Liberata, canto XI, 21.
[3] G. Boccaccio, Decameron, V giornata, VII novella (novella di Nastagio degli Onesti).
[4] Nel mondo mediterraneo le filiazioni del mito del “corteo dei morti” sono infinite, e sono tutti quelli definiti in antropologia come fenomeni di “charivari”: dai lupercalia latini alle medioevali “feste dei folli”, fino alla romagnola “festa dei becchi” ed ai pasquaroli.
[5] Nella cultura latina era il momento in cui si apriva quel passaggio verso il mondo degli inferi definito mundus patet.
[6] L’episodio fu ricordato anche dal Carducci nella poesia La leggenda di Teodorico.
[7] Cardini, F.: Il Cervo, su Abstracta, n° 12, febbraio 1987, pp. 38-45.
[8] Nella cultura celtica l’animale era il simbolo del rinnovamento, concetto suggerito dalle corna che cadevano e rispuntavano ad ogni stagione.
