Considerazioni sulle possibili origini di un toponimo.
I toponimi hanno, nella credenza popolare, significati ed origini rimandabili a situazioni legate alla lingua parlata nello stesso momento in cui li si indaga, o tutt’al più ad idiomi di poco più antichi, oppure ancora ad immagini riferibili al simbolismo dei luoghi.
Molti dei cittadini di Montebello, per esempio, penseranno che il nome della loro cittadina faccia riferimento all’amenità del luogo; un caso interessante, se non altro dal punto di vista del divertissement, è quello che ritiene il toponimo del torrente Pisciatello riferibile ad una minzione, visto l’esiguità di questo corso d’acqua[1].
Ma una volta che si spiega il vero significato di un nome geografico anche chi non possiede competenze linguistiche e lessicali particolari è pronto ad accettarne la validità; compito degli storici è quello di ricercare le vere origini dei toponimi e spiegarle nel modo più semplice possibile: in questo modo si sfatano facilmente certe spiegazioni che devono la loro popolarità solo alla mancanza di informazioni ed alla forza di quel fenomeno che è detto generalmente “leggenda metropolitana”.
È il caso del toponimo “Sacramora”, il nome di quella fonte d’acqua situata a Viserba, a nord di Rimini, che rimanda l’origine ad una leggenda legata alla figura di San Giuliano, uno dei patroni di Rimini.
Giuliano di Anazarbo, seguace di Cristo nel periodo delle persecuzioni contro questi fedeli da parte dell’imperatore Traiano (249 – 251 d.C.) fu condotto dinanzi ad un tribunale dal proconsole Marziano, in Cilicia; rifiutando di abiurare la propria fede fu racchiuso in un sacco contenente serpi velenose e poi gettato in mare. Il suo corpo venne successivamente recuperato e sepolto in un’arca di marmo collocata su di uno scoglio a picco del mare nel Peloponneso, da cui una frana, nel 957, lo fece finire in mare.
Il sarcofago cominciò allora una peregrinazione attraverso il Mediterraneo, sostenuta dagli angeli, dalle isole Egee fino al Mare di Marmara, per approdare poi, nel 962, sulla spiaggia di Viserba.
Fu come se il santo avesse scelto questo luogo come sua ultima dimora, da cui perciò il toponimo “sacramora” sarebbe la contrazione di “sacra dimora”; nello stesso punto sgorgò una sorgente miracolosa, che prese lo stesso nome[2]. I tentativi di rimuovere il sarcofago risultarono vani (sembra che i buoi adibiti al traino rifiutassero di muoversi[3]) fino a quando il vescovo di Rimini non chiese l’intercessione dei santi Pietro e Paolo; per questo motivo la salma fu posta proprio nell’Abbazia dei santi con lo stesso nome, che sorgeva ove oggi è la Chiesa di San Giuliano. Da quel momento il culto del santo divenne sempre più forte nella città adriatica, al punto che nel 1255 Giuliano fu proclamato co-patrono di Rimini (assieme a San Gaudenzio).
Nel 1910 le spoglie del santo furono trasferite dall’arca di marmo in una di legno, oggi conservate nella Chiesa omonima; nel 1957 fu festeggiato il millenario dell’approdo dell’arca, ed in tale occasione furono posti in sito il bassorilievo visibile ancor oggi, opera dello scultore Franco Luzi, ed una lapide che riporta la frase:
La eccezionale mora dell’arca di S. Giuliano, Martire di Cristo, ha suscitato la salutare e benefica polla, che zampillando gioiosa ricanta il prodigio eternandolo nei tempi. MCMLVII. Nel millenio.
Fin qui la leggenda, che comunque è molto antica, trovandosi già in documenti del 1600[4].
Volendo passare ad un’analisi più realistica, e trascurando evidentemente il fatto dell’impossibile “traversata” per mare di un’arca di marmo scortata da angeli, possiamo notare che la storia comincia già a mostrare alcune stranezze fin dall’inizio; per quanto siano note le punizioni inflitte ai martiri cristiani, la documentazione storica ci parla di crocefissioni (i cristiani venivano, tra l’altro, legati a croci che non avevano la forma che l’arte pittorica ha tramandato, ma erano costitute da due pali formanti una sorta di T) di roghi, di uomini utilizzati nei giochi circensi come vittime di bestie feroci, di decapitazioni (generalmente applicate ai soli cittadini romani) ma non esistono riferimenti storicamente accettabili circa punizioni come quella a cui si è accennato.
D’altro canto è noto come il martirologio cristiano sia zeppo di questi tormenti ad personam (martiri bruciati vivi su una griglia, persone a cui venivano strappati gli occhi, altre affogate) che l’antropologia culturale ci ha spiegato come personalizzazioni atte a creare un legame tra figure santificate ed una serie di simboli destinati a diventare reliquie, che perpetuavano la santità del martirizzato secondo quello che è il fenomeno della magia simpatico-imitativa: un simbolo legato ad un santo può essere tramandato, venerato, toccato, dipinto, portare cioè il marchio di quel particolare martire, e diventare così un simbolo distinguibile rispetto ad altri.
“Un santo, il suo simbolo” era il concetto fondamentale di questa logica religiosa. In questo caso il simbolismo è molto evidente: il santo muore ma la sua anima e la sua santità sopravvivono, vincendo così sul male rappresentato dai serpenti.
Sappiamo che il cristianesimo non è nuovo a miracolosi spostamenti come quello ricordato, che avevano come scopo primario quello di sottrarre reliquie da terre devastate dalle guerre e spesso in mano a nemici della cristianità, per portarle in salvo nel paese erede della dottrina di Cristo; un fenomeno simile è quello dello spostamento della casa di Maria da Nazareth prima in Dalmazia e poi a Loreto, questa volta attuato da angeli che sostennero, volando, il sacro edificio.
Nel nostro caso la più verosimile origine della presenza a Rimini delle ossa del martire è da attribuire ad una razzia da parte di marinai riminesi; se poi le reliquie e gli avvenimenti che portavano alla loro salvezza erano in grado di rinfocolare la religiosità popolare, tanto di guadagnato. Altrettanto positivo il fatto che spesso i luoghi di culto fossero creati dove già esistevano culti più antichi, tali per cui il ricordo delle divinità precristiane venivano sostituite e dimenticate, grazie al sovrapporsi di nuove divinità su quelle anteriori. È quello che in antropologia culturale si definisce “fenomeno sincretico”.
Era un atteggiamento in cui non è corretto vedervi solo un (anche se indubitabile) scopo “politico”, in quanto sostenuto anche da una fede sincera, anche se ingenua, della superiorità del proprio credo religioso.
Esaminiamo invece la questione della fonte.
Prima del cristianesimo esistevano luoghi sacri dedicati a divinità pagane, ed alcuni di questi erano laghi o fonti sacre; le fonti erano legate particolarmente a divinità femminili (ninfe, naiadi) secondo un’identificazione dell’acqua con la capacità solo femminile di generare la vita (il luogo più famoso, da questo punto di vista, è probabilmente il lago di Nemi, che mantenne inalterata la sua antica sacralità pagana in quella successiva della figura romana di Diana Nemoriensis, che tanta parte ebbe negli studi sulle religioni di J. Frazer). Ma anche specchi d’acqua molto più piccoli ricevevano una patente di sacralità quando accostati a pratiche che sembravano avere a che fare con qualcosa di magico o comunque non facilmente intuibile dalla gente comune: è il caso dei németon, luoghi sacri della cultura celtica, all’interno dei quali si trovava spesso un piccolo specchio d’acqua utilizzato dalla gerarchia druidica come mappe stellari (in questo predecessori dei più importanti e monumentali manufatti litici, come quello di Stonehenghe). Famosi, e ampiamente studiati dagli archeologi, sono i németon di Bibracte, la città più importante dei Galli Edui, e quello di Lebènice in Boemia. In questi laghetti i druidi, mediante la riflessione del cielo stellato, marcavano la posizione di determinati astri per segnare lo scorrere del tempo, creando così calendari che permettevano di identificare i giorni più propizi alle semine ed all’inizio dei raccolti[5].

L’immagine sopra (probabilmente attorno agli anni “20) mostra un coppo dal quale sgorgava l’acqua; il coppo fu poi sostituito da un’anfora (immagine a destra, particolare da una cartolina degli anni “50).
Non stupisce (data l’importanza che avevano in società come quelle di allora le pratiche agricole e la conseguente necessità dell’esatta determinazione del periodo annuale, pena la carestia per tutto un popolo) che tali luoghi fossero accumunati allo stesso potere magico-religioso che possedevano gli altari ed i templi delle divinità: da qui l’importanza sacra delle fonti d’acqua, e la conseguente trasformazione della sacralità del luogo in una valenza benefica (di origine magica o religiosa) attribuita alle acque della fonte stessa.
Possiamo supporre che tale valenza magico-religiosa di quei luoghi permanesse nel tempo, anche con la venuta di nuove popolazioni, passando da una popolazione all’altra, magari cambiando semplicemente il nome della divinità a cui veniva consacrata.
Non ci sarebbe perciò niente di strano se la fonte Sacramora fosse presente da moltissimo tempo, e come tante altre fonti sacre abbia trasmesso il ricordo di effetti benefici dalle prime popolazioni della Romagna alle popolazioni romane arrivate in quell’area dopo la fondazione di Rimini, e da questi ultimi fino ad oggi; il culto cristiano si è così sovrapposto a precedenti culti pagani.
A giustificazione della persistenza dell’antica credenza, sull’attuale struttura muraria è posta una lapide che riporta:
IUIUS, JULIANUS, LOCI SACRI CUSTODIA FONTIS DORMO DUM BLANDAE SENTIO MURMUR ACQUAE. PARCE MEUM QUISQUIS TANGIS SACRA MARMORA SOMNUM ROMPERE: SIVE BIBAS, SIVE LAVERE, FIDE!
(Io, Giuliano, a custodia della fonte di questo sacro luogo dormo al blando sussurro della sua acqua. Chiunque tocchi il marmo benedetto non turbi il mio sonno, e sia che egli beva, sia che si lavi, abbia fede!).
Queste parole sono indicative di come alcune di esse (sentio murmur … sacra marmora) siano entrate nel lessico e nella mentalità comune ed abbiano finito per tradursi nel posteriore concetto, espresso in italiano, di un “sacro mormorio”, o di “sacri marmi” per venire poi definitivamente conglobati in un complessivo “sacramora” anche semplicemente per indicare il luogo geografico della fonte.
Naturalmente la lapide è relativamente recente, e quindi non può essere attribuita direttamente a questa il toponimo, ma è indicativa del fatto che certe espressioni, come si è detto, erano rimaste nella memoria comune.
Anche la presenza dei serpenti associati al santo rimandano alla simbologia di questo animale, spesso legato alla presenza dell’acqua ed a divinità femminili; la mitologia, l’arte pittorica, le leggende popolari, ci hanno tramandato innumerevoli esempi di come siano proprio serpenti o draghi ad essere ricordati come custodi delle fonti sacre, ed il fatto che San Giuliano sia stato rinchiuso in un sacco contenente questi animali è un anello della catena logica di questo classico esempio di sincretismo religioso.
Particolare della lapide a cui si fa riferimento nel testo.
Ovviamente quello che abbiamo esposto è semplicemente un’ipotesi sulla generazione di questo particolare toponimo, e come tale può essere evidentemente contestata per sostenere l’ipotesi che tutt’oggi va per la maggiore.
Riteniamo però che sia nostro dovere, per salvaguardare le autentiche radici del nostro passato, guardare i fatti con occhi disincantati e la mente pronta a recepire percorsi logici, facendoci aiutare da documentazione storica e da ciò che le discipline sociali ci hanno insegnato sule metodiche di elaborazione dei ricordi da parte dell’uomo.
Vale appena il caso di ricordare che non verrà neppure per un attimo presa in considerazione la scontata critica di volere, in queste argomentazioni, ritrovare intenti dissacratori della religiosità popolare.
La religiosità non può essere meno autentica solo perché si cerca di dimostrare come una tradizione nasca da considerazioni storiche e da crudi fatti, a maggior ragione quando i fatti sono, in realtà, solo ipotesi.
[1] In realtà il toponimo deriva dal vocabolo celtico “psa” (fossato) che prende l’accezione di “piccolo fosso” con l’aggiunta del suffisso – del.
[2] Tutta la biografia rintracciabile riporta questa spiegazione del toponimo. Lo stesso su quella ecclesiastica, da ultima l’opera di Antonio Borrelli, San Giuliano di Anazarbo, su: Santi e Beati, 14 dicembre 2003.
[3] Il che ha dato luogo ad un’ulteriore interpretazione del toponimo come equivalente a “fermata sacra”. Questa ipotesi però non gode la stessa fortuna della precedente.
[4] Viene riportata, ad esempio, da Belmonte Cagnoli, sul suo testo: La vita di San Giuliano Martire in Anazarbe. Il suo corpo riposa a Rimini. Stampato in Venetia, appresso Antonio Pinelli, MDCXXII.
[5] Su questo argomento vedere il lavoro: QUESTO MONDO E L’ALTRO MONDO. I rituali tradizionali romagnoli legati alla fine dell’anno sono simili ad altri, presenti in tutta Europa, pubblicato alla pagina TESTI di questo stesso sito.
