Cantilene e canzoncine infantili tramandano antichi rituali di cui si è persa la memoria. Il caso di una strofetta romagnola.

Se i grandi avvenimenti della storia, o le opere più importanti dell’ingegno dell’uomo, hanno la fortuna di essere tramandati attraverso la scrittura, lo stesso non è successo, come sappiamo bene, per tutti quei fenomeni che potremmo chiamare i “fratelli minori” nell’ambito della cultura umana. 

Molte leggende, miti, fiabe hanno trovato il loro veicolo di trasmissione solo tramite l’oralità; quelli che trasmisero questo patrimonio furono generalmente persone del popolo ed, a volte, i bambini.

Ciò che gli adulti trasmettono oralmente può subire involontarie deformazioni, sia nei termini che nel significato; infatti l’adulto cerca di trasmettere quanto ha appreso, ma intervengono fattori quali la memoria, le diverse espressioni linguistiche e di intonazione, la pura e semplice funzione fisiologica della funzione uditiva (che può essere più o meno perfetta) ed allora i termini possono cambiare, fino ad assumere significati diversi dall’originale[1].

Quando si perde il motivo dell’avvenimento che ha generato un rito (e la corretta interpretazione che ha generato il mito conseguente) può succedere che l’uomo attribuisca quel rito, che non è più in grado di comprendere, a valori nuovi, tipici della cultura di quel momento; il mito che a questo punto ne risulta può essere notevolmente diverso da quello originale (addirittura opposto). È quel fenomeno che Propp chiamò “trasposizione”[2] (ed “inversione” nel caso che il mito fosse opposto a quello originale).

Un esempio di questo fatto lo possiamo vedere nel caso di quella strofetta, nota in tutta Italia, che recita:

 

“Maramao perché sei morto,

pane e vin non ti mancava,

l’insalata era nell’orto

e una casa avevi tu.”

 

1

Secondo quanto faceva notare Alfonso Maria Di Nola, noto per i suoi studi sulle forme religiose, la strofa nascerebbe[3] dalla trasformazione di un antico rituale funebre dell’Italia centrale, dove il termine maramao sarebbe la trasformazione di una precedente invocazione (mara me, ossia “povera me”, mutuato dal termine mara nel suo antico significato di “amara”, “misera” ossia con una connotazione negativa) recitato dalla vedova alla morte del marito[4].

Perciò la vedova, nel passato, avrebbe detto in realtà: “… misera me, ora che sei morto …” presupponendo una sua futura infelicità a causa della morte del coniuge, non riuscendo inoltre a darsi ragione del decesso del marito, dato che aveva tutto ciò che era sufficiente per vivere (“… pane e vin, non ti mancava, l’insalata era nell’orto e una casa avevi tu …”).

Nel caso in cui siano i bambini a trasmettere queste cose, la possibilità delle infinite variazioni è ancora maggiore; i bambini (specie quelli più piccoli) non possiedono il senso logico del significato insito in certe frasi, che ricordano semplicemente come suoni vocali, per cui in questo caso la trasmissione nel tempo di ciò che hanno solo “musicalmente” ascoltato diventa una strofa, una cantilena, oppure una breve poesia, un indovinello, che si caratterizza per la forma grammaticale molto semplice (spesso in rima baciata) basata su una sillabazione molto scandita, magari utile a “fare la conta” nei loro giochi. I bambini, sentito che un’orazione, o un’invocazione, veniva ripetuta magari più volte, la trasformavano in un ritornello a “struttura circolare[5]” potendola così ripetere a piacere.

Classico caso di questo tipo di trasmissione orale è quello di “ambarabà cicì cocò” che i bambini utilizzano appunto per fare la conta.

Anche in questo caso si è cercato di analizzarne l’origine ed il significato.

2

Secondo uno studio del linguista Vermondo Brugnatelli[6], basato sull'analisi dell’evoluzione nel tempo della lingua italiana, l’origine dovrebbe ritrovarsi nel latino, quando doveva suonare come hanc para ab hac quidquid quodquod ("ripara questa (mano) da quest'altra) fraseologia che giustifica il fatto che, anche in questo caso, era una strofetta utilizzata per “fare la conta”; per quanto riguarda il significato sono state proposte diverse interpretazioni: dalla più edulcorata che intende il termine “civetta” come “ragazza vogliosa di mettersi in mostra” di fronte alla figlia scapestrata di un medico, fino alla più cruda che rimanda a simboli fallici (le civette) ed alla messa in ridicolo dell’uomo (il dottore) da parte della donna (la figlia).

Per quanto detto precedentemente sulla difficoltà di interpretare la trasposizione proppiana nel caso in cui i vettori siano bambini, giungere ad una conclusione convincente per tutti appare molto difficile; l’unica cosa che sembra fuor di dubbio è la visione irriverente del modo di vivere ufficializzato (almeno nella cantilena odierna) probabile retaggio di un passaggio attraverso le logiche delle feste carnevalesche medioevali, quelle che suggerivano “mondi alla rovescia”.

Cantilene infantili come quelle sopra analizzata si trovano in tutto il mondo, come quella britannica che dice:

 

Eeny, meeny, miny, moe

Catch a baby by the toe

If it squeals let it go,

Eeny, meeny, miny, moe.

 

Eeny, meeny, miny, moe

Prendi il bimbo per un dito

Se urla lascialo andare,

Eeny, meeny, miny, moe.

 

dove il significato apparentemente chiaro, ma senza senso, sembrerebbe unicamente asservito alla necessità di un contenuto ritmico utile per fare la conta, o tutt’al più per dare il tempo a girotondi infantili.

Stesso discorso sembrerebbe valere per quella che è forse la più celebre tra le cantilene inglesi di questo tipo:

 

Hickory, dickory, dock.
The mouse ran up the clock.
The clock struck one,
The mouse ran down,
Hickory, dickory, dock.

 

Hickory, dickory, dock.
Il topo corre sull’orologio.
L’orologio batte l’una,
Il topo corre giù,
Hickory, dickory, dock.

 

In questo caso, però, è rintracciabile un collegamento tra la forma fonetica della strofa iniziale (hickory, dickory, dock) ed il sistema numerico utilizzato nella regione britannica della Cumbria dell’ottavo secolo, dove hevera, devera e dick erano rispettivamente i numeri 8, 9, e 10[7].

Charles Godfrey Leland[8], analizzando la stessa cantilena, ne vede invece un collegamento con la cultura zingara, in quanto nel linguaggio romanì, yek significa “uno”, mentre yeckori si traduce “una volta”.

Un interessante caso di possibile “trasposizione e successiva razionalizzazione” ci viene proprio dalla nostra regione.

È pressoché nota a tutti la filastrocca:

 

“ … Guarìn, guaròs,

pòrta via la péla e l’òs …”

 

“ … Guarìn, guaròs,

manda via la pelle e l’osso …”

 

utilizzata dalle madri romagnole che con queste parole cercavano di tranquillizzare i bambini vittime di qualche piccolo infortunio, accompagnata da qualche carezza o da minimi interventi, come una striscia di carta gialla bagnata posta sulla parte dolorante.

3

I termini guarìn, guaròs, hanno evidentemente unicamente lo scopo di fornire una forma cantilenante alla frase, richiamando il vocabolo “guarigione” per similitudine fonetica; ma la frase possiede una logica che a primo avviso sembra irrazionale: perché, se la cantilena deve propiziare una guarigione, si chiedeva che dovessero sparire “pelle ed osso”?

In altri lavori, già pubblicati, si è cercato di dare una spiegazione a questa apparente illogicità attraverso una classica interpretazione apotropaica: una richiesta di punizione di un soggetto in realtà allontana da questo la punizione stessa.

Qui si cercherà di proporre un’altra possibilità interpretativa.

Il “Du Cange[9]” riporta l’informazione che, durante l’alto Medio Evo, bambini francesi percorrevano in piccoli gruppi le strade cittadine recando aste di legno sulle quali era posta paglia incendiata, urlando la frase, in francese arcaico:

 

“ … Taupes et mulots,

sortes des vas clos,

sinon je vous brulerai

la barbe et l’os…”

 

“ …Talpe e sorci,

uscite dai vasi chiusi,

altrimenti io vi brucerò

la barba e l’ osso …”

 

Evidentemente si tratta di una formula per scacciare i roditori ed impedire quindi la distruzione di scorte alimentari (con l’aiuto, molto più pragmatico, del fuoco).

Verrebbe da pensare quindi ad una probabile origine francese della strofa romagnola; c’è l’assonanza (… je vous brulerai la barbe et l’os… >… pòrta via la péla e l’òs…) e, soprattutto, il concetto fondamentale di una formula per “scacciare” qualcosa di negativo che però, nel caso romagnolo, si riflette su qualcosa che non ha senso debba essere scacciato ( pelle e osso).

È questa la fase di “trasposizione” (modifica illogica dovuta alla perdita di memoria del significato originale); a causa di questa illogicità subentra la fase di “razionalizzazione”, che sostituisce una frase senza senso con una invece più intuitiva, arrivando così alla versione più nota (e diffusa) della cantilena, come ricorda il lavoro di Cerasoli e Garavini[10]:

 

“ … Guarì, guaròs,

fa guarì la péla e l’òs …”

 

“ … Guarì, guaròs,

fa guarire la pelle e l’osso …”

 

Il lavoro ricordato attesta questa versione più diffusa nelle zone di Cesena, Forlì, e zone limitrofe, fino a Ravenna[11], mentre la prima viene da ricordi personali di chi scrive, per la zona di Cesenatico, a dimostrazione di quanto, anche per zone territoriali molto vicine, possano persistere per molto tempo versioni diverse di una stessa filastrocca.

[1] Lo studio della toponomastica si basa particolarmente su questi “elementi modificatori”.

[2] Vladimir Propp - Morfologia della fiaba, Einaudi, Torino, 2000.

[3] A. M Di Nola – La morte trionfata: antropologia del lutto, Newton Compton, Roma, 1995.

[4] Da notare che il significato di questo termine è rimasto nella lingua inglese (mare) con il significato di “incubo”. Es. il termine nigthmare = incubo notturno.

[5] La “struttura circolare” è quella in cui il primo verso della frase è identico all’ultimo, il che fornisce la possibilità di ripetere tutta la strofa più volte.

[6] Vermondo Brugnatelli - Per l'etimologia di ambarabà ciccì coccò, Lingua e Letteratura, Milano-Feltre (IULM) 2003, pp. 261–264.

[7] The Oxford Dictionary of Nursery Rhymes. Oxford University Press. 1997.

[8] Charles, G. Leland: Magia degli Zingari. Aneddoti e ricordi , Edizioni Atanòr, Roma, 2015.

[9] Con il termine “Du Cange” abitualmente si indica il poderoso trattato Glossarium ad scriptores mediae et infimae latinitas, pubblicato nel 1678 dallo storico, filologo e linguista francese Charles du Fresne, sieur du Cange. Il lavoro è una sorta di manuale etnografico sull’Europa del Medio Evo.

[10] G. Cerasoli; B. Garavini: Guarì Guaross: riti e rimedi della medicina popolare in Romagna, La Mandragora, Imola, 2010.

[11] La diversa tipizzazione geografica si nota anche nei termini. Avvicinandosi al ravennate le parole terminanti con una consonante tendono ad essere troncate (Guarìn diventa Guarì).