Interpretazione romagnola di un antico rito matrimoniale pagano.

Siamo debitori a tanti dei primi studiosi delle tradizioni romagnole il ricordo di riti matrimoniali dei secoli scorsi; sono ricordi la cui diffusione ha avuto un certo successo nel passato, grazie soprattutto a Placucci e Tassoni[1]; poi la cosa è stata un po’ dimenticata, e gli attuali ricercatori sulla cultura romagnola ne hanno parlato sempre meno.

Non molti anni fa Anselmo Calvetti[2] ci è ritornato, ed il fatto ci ha permesso di riflettere su alcune di queste tradizioni romagnole tramandateci dai primi indagatori della nostra regione.

Tra esse “il rivoltaglio”, quella particolare usanza per cui una donna, dopo essersi sposata ed aver convissuto con il marito per un certo periodo di tempo variabile tra una e due settimane, ritornava (da cui il termine romagnolo arvultàia, ossia “rivoltaglio”, “ritornello”) alla casa dei genitori, dove lo sposo andava a prelevarla nei giorni successivi.

Calvetti ci ricorda come questa tradizione venga interpretata in diversi modi: secondo Corraini e Zampini[3] il fatto era l’atavico ricordo di un “matrimonio di prova” con il quale la giovane doveva evidentemente dare prova delle proprie capacità di gestire la casa; Zaccarini[4] vi vede invece il ricordo del “ripudio postnuziale” già presente nei riti matrimoniali celtici e longobardi.

Pur d’accordo con questi autori sull’antichità di questa tradizione, pensiamo che per la sua origine si possa prendere in considerazione anche un’altra ipotesi, quella del rapimento della futura sposa da parte dell’uomo al fine di un matrimonio forzato, e che la successiva fuga della donna verso la casa paterna e il definitivo ritorno alla casa dello sposo abbia condotto alla ritualizzazione di questo ricordo atavico.

Se questa ipotesi è corretta la tradizione dovrebbe risalire a tempi molto antichi, come dimostrato da una mitologia altrettanto antica: basti pensare al ratto delle Sabine, a quello di Europa, e soprattutto al ratto di Proserpina, che con la fuga della dea dal suo rapitore e, grazie alla mediazione di Giove, con il successivo ritorno alla casa dell’uomo è il mito che meglio si attiene alla tradizione romagnola.

L’analisi di questi miti ci permette di definire con una certa precisione le strutture sociali all’interno delle quali avvenivano questi fenomeni.

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Il ratto di Proserpina. Particolare di un dipinto di Luca Giordano.

È evidente che il matrimonio seguente ad un ratto presuppone un tipo di società in cui l’uomo ha un ruolo primario, tipico delle società patriarcali: se così non fosse sarebbe la donna a scegliersi il compagno, o perlomeno, a poter esporre il proprio consenso.In questa fattispecie la donna ha invece un ruolo non solo secondario ma addirittura sottomesso, dato che non può opporsi al ratto.Ma la dinamica dell’avvenimento ci lascia intravedere una situazione in cui il dominio dell’uomo non doveva essere forse ancora così prevalente come potrebbe apparire a prima vista: infatti il ritorno (o la fuga) della donna alla casa della propria famiglia ci permette di identificare una fase storica in cui il sesso femminile non accettava supinamente l’azione dell’uomo, e di supporre inoltre che il gruppo famigliare di origine garantisse una certa sicurezza di fornire un valido soccorso alla fuga della sposa.La situazione a cui si giunge è comunque una situazione di compromesso: la donna ritorna dal marito ricevendo però dalla famiglia di questo una sorta di investitura, diviene colei che gestisce la famiglia (la “reggitrice” famigliare, azdora in dialetto romagnolo).Per dare maggiore risalto a questa investitura, come ci ricorda ancora Calvetti, la suocera accoglieva la neo sposa nella propria casa offrendole la scopa, il mestolo e la conocchia, classici simboli dei lavori femminili.Possiamo quindi vederla come una resa solo parziale, a fronte dell’ufficializzazione di un suo ruolo significativo all’interno della famiglia.Che il rito matrimoniale, nella sua generalità, sia antico lo dimostra anche un altro particolare, quello della cosiddetta “gallina arrabbiata”: uno di questi animali veniva spiumato vivo durante il corteo nuziale, evidente trasformazione ultima di un precedente ed atavico sacrificio animale[5].Ancora, nel rituale romagnolo dello sposalizio, la presenza di un mediatore, il cosiddetto “bracco” (un intermediario che favoriva l’incontro dei due giovani, concorreva all’accordo tra le famiglie dei due giovani, componeva eventuali disaccordi o faide famigliari, concordava questioni di dote) rimanda al ruolo di Giove visto nel mito di Proserpina.L’antichità del rito, la sua ampia diffusione territoriale (oltre alla sua presenza in Romagna, come ricordato nello “Statuto Ravennate” di Ostasio da Polenta del 1327, la tradizione del rivoltaglio è presente in molte zone europee; Paolo Toschi uno molto simile in Francia) fanno pensare ad una pratica che dovette durare per molto tempo per influenzare così significativamente le culture di diversi popoli, e tale da mantenersi pressoché intatta nella sua successiva trasformazione da rito a tradizione.E’ probabilmente un ricordo di quel periodo di trasformazione dei rapporti sociali tra membri di un gruppo che lentamente, dalla fase matriarcale, stava avanzando verso quella del patriarcato; una fase in cui era necessario un certo accordo tra i due sessi per poter convivere senza eccessivi traumi, quel periodo intravisto da Bachofen e da Graves nei loro studi sul matriarcato, e è più fortemente sostenuto da M. Gimbutas, che lo definì “fase gilanica”[6].

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È probabile che le lotte per la presa di potere da parte dell’uomo siano state precedute da una fase di sostanziale parità tra i sessi, un accordo voluto dal matriarcato per evitare spargimenti di sangue tra i giovani di ambo i sessi.

In questo periodo il passaggio del potere dalla donna all’uomo sarebbe potuto avvenire violentemente, con spargimento di sangue, o con una cessione volontaria e graduale dei ruoli di comando; furono probabilmente le donne a prendere la decisione di attuare questa secondastrada, in quanto madri sia di maschi che di femmine, e quindi non inclini a preferire una lotta cruenta che avrebbe visto, in ogni modo, la sconfitta di una parte della loro prole.Fu probabilmente l’unico caso, nella storia della nostra civiltà, in cui una decisione sociopolitica venne pesantemente condizionato dall’amore filiale.Si può supporre che la decisione di un passaggio di poteri incruento non sia stata una decisione unanime del cosiddetto sesso debole: troppo vasta è l’area geografica in cui, nel passato, era presente il matriarcato per pensare che in ogni gruppo sociale, e nello stesso periodo, tutte le donne abbiano deciso di cedere le leve di potere agli uomini; probabilmente il fatto avvenne in un periodo di tempo molto ampio, ed in maniera disomogenea; è molto probabile che in qualche regione si sia arrivato anche a scontri cruenti tra i due sessi.

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La sconfitta del matriarcato relegò definitivamente la donna a quei ruoli che oggi identifichiamo genericamente come “attività prettamente femminili”.

La mitologia che ci racconta delle Amazzoni, le donne guerriere che vivevano senza uomini e combattevano per la supremazia femminile sia l’altra faccia di questa medaglia, ossia il ricordo di quella parte delle donne che non si attennero a questo volontario passaggio di poteri, mentre la leggenda di Melusina, la donna-serpente che scompare volontariamente dopo aver realizzato la fortuna economica del proprio sposo e dei propri figli, rappresentano evidentemente il mitologema delle donne che si adattano ad un ruolo secondario per il bene della famiglia.Al sesso maschile la tradizione del rivoltaglio non ha mai dato fastidio, forse perché vedeva nel ritorno della moglie una definitiva consacrazione della propria potestà famigliare; la Chiesa invece la combatté strenuamente, perché vi riscontrava probabilmente sia un residuo pagano che un atteggiamento di rivolta della donna nei confronti dell’uomo, non consono ai dettami evangelici (“…nessuno può dividere ciò che Dio ha unito…”). Inoltre le autorità religiose non potevano permettere la presenza di una figura, oltre a quella del sacerdote, che aveva un ruolo così importante nell’ufficialità del matrimonio come il “bracco”: questo era l’uomo che, il giorno del matrimonio, presentava la sposa allo sposo facendo quasi le veci del padre della donna, era anche la sua mediazione che faceva accettare la sposa al suo ritorno.

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L’uomo accetta di essere trattato ancora come un bambino da una donna quando, nel ricoprire questo ruolo solo apparentemente superiore, la donna in realtà svolge un lavoro di “madre”.

Era sempre lui che garantiva l’identificazione della sposa, nel rito della “falsa sposa”: in occasione del matrimonio si presentavano allo sposo altre donne della casa, generalmente vecchie e brutte (le “false spose”, appunto) e il giovane doveva riconoscere la sua “promessa”; al riconoscimento il bracco dava il suo benestare.

Questo modo di ritualizzare in maniera profana un avvenimento sacro, sul quale si basava il futuro della famiglia, non doveva certamente piacere ai religiosi, che non potevano ammettere un’autorità terrena potesse fornire un suggello che non provenisse da Dio. Occorre inoltre precisare che il ruolo della sposa come “reggitrice” famigliare ricevuto ufficialmente dopo il rivoltaglio, era però di rango inferiore a quello della reggitrice attuale: la madre dello sposo.Il rito della consegna degli utensili domestici lo dobbiamo interpretare come una “promessa” di un ruolo principale solo nel prossimo futuro, quando la morte avesse deciso di porre fine all’esistenza della reggitrice anziana, e sempre che non esistessero già “figlie acquisite” entrate precedentemente nella casa dei genitori dello sposo. Anche in ciò non si può fare a meno di notare una classificazione che rimanda inevitabilmente ad un ricordo atavico di potere femminile, con le sue gerarchie basate sull’anzianità e sulle prove, già fornite, di dedizione al gruppo.E in questo fenomeno dobbiamo ammettere che i protagonisti “accomodanti”, quelli che permettono la mediazione tipica del teorizzato “periodo gilanico” ci sono tutti, tanto in campo maschile che in quello femminile: dal bracco alla famiglia della sposa, alle false spose che si prestano al rito.Sulla base di queste ipotesi possiamo ammettere che le interpretazioni del rivoltaglio già ricordate, quelle proposte da Corraini e Zampini (matrimonio di prova) e Zaccarini (ripudio postnuziale celtico e longobardo) non sono comunque da scartare, in quanto interpretabili come visioni parziali del fenomeno più generale.

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Il ratto delle Sabine. Particolare da un dipinto di Nicola Poussin.

[1] G. TASSONI, Il rivoltaglio, Lares - Firenze, 53 (1987), n. 1, pagg. 26-31.

[2] A. CALVETTI, Toccamano, nozze e rivoltaglio nelle tradizioni romagnole del XIX secolo, su Confini, n° 33, settembre – dicembre 2009, pag. 13;

[3] C. CORRAINI; P. ZAMPINI, Documenti etnografici e folklorici nei sinodi diocesani italiani, Forni, Bologna, 1970.

[4] U. ZACCARINI, Frammenti di lessico romagnolo, s.v. “Arvultàia”, La Piê, marzo-aprile 2008, pag. 76.

[5] Un rito quasi identico è rintracciabile anche nelle tradizioni delle popolazioni di Haiti. Che un rituale molto simile a quello romagnolo possa essere rintracciato in un paese così lontano dalla nostra regione non è cosa strana, se si riflette sulla presenza pressoché universale dei sacrifici umani. Si pensi, ad esempio alla cruenta tradizione ancora presente in alcune zone della Catalogna di gettare una capra viva dall’alto del campanile della chiesa durante la festa del patrono, ed a tanti altri riti che, ancora oggi, hanno per sfortunati protagonisti animali che vengono sacrificati durante feste popolari, o manifestazioni sportive identificate come ricordo di antichi riti sociali.

[6] Dopo un periodo di iniziale interesse, la tesi che presuppone una fase matriarcale precedente a quella del patriarcato ha oggi perso credibilità e viene messa in dubbio, da molti autori, a causa della mancanza di riscontri storici. A questo riguardo varrebbe la pena di ricordare la corretta “metodologia delle ipotesi”. La mancanza di rilievi storici non nega la possibilità dell’ipotesi (perché di ipotesi appunto si tratta) semplicemente ne esclude la certezza. Va inoltre ricordato che l’eventuale fase matriarcale sarebbe molto antica (dal 6.000 al 1.500 a.C.) cosa che rende purtroppo quasi inevitabile la possibilità di ritrovare documenti che la comprovino; si possono fare solo ipotesi basate sulla storia della mentalità umana e dei suoi meccanismi logici. Il fenomeno del passaggio tra le due forme sociali è già stato trattato nel lavoro QUADRISTORIA in questo stesso sito alla pagina Testi.