Approfondimenti sull’interpretazione della tradizione romagnola del ceppo natalizio.

Tra le tante tradizioni romagnole legate ai riti natalizi e di fine anno c’era quella di bruciare, nel camino della casa, un ceppo di dimensioni tali da durare dalla sera della vigilia fino al mattino di Natale.

Le interpretazioni di questa tradizione più vicine nel tempo rimandavano, come è pratica usuale, a motivi legati alla religione: si diceva che serviva a preparare un ambiente caldo ed accogliente per il nascente Gesù (per lui o per l’intera famiglia) oppure serviva ad indicare, con la luminosità del fuoco, la strada perché lo stesso Gesù trovasse la strada per il nostro mondo, ecc…: il motivo dell’interpretazione a sfondo religioso è ovvio: la perdita di memoria dei significati antropologici più antichi del fenomeno trovavano una decodificazione aggiornata nell’acquisizione di una nuova simbologia spirituale di sostituzione, che non poteva che essere legata alla religione, quale surrogato delle pratiche pagane precedenti.

Già il verificare che questa tradizione aveva alcune varianti, come quella di spostare l’atto alla notte tra l’ultimo ed il primo giorno dell’anno, o di estenderlo a tutto l’arco dei giorni che vanno dalla vigilia di Natale all’Epifania, aveva indotto gli antropologi a pensare ad una diversa interpretazione del fenomeno, come quella del residuo di un rito benaugurante: come il fuoco, acceso nell’ultimo giorno dell’anno, durava fino al primo dell’anno successivo, così la vita della famiglia, o della comunità, continuava senza variazioni anche nell’anno a venire.

Si esorcizzava in tal modo la paura indotta da un avvenimento nuovo (appunto l’arrivo dell’anno a venire) che come tutti i fenomeni che introducono una novità è sempre stato vissuto dalle civiltà antiche come un avvenimento traumatico: ciò che è nuovo suggerisce incertezza sul futuro, allontanandoci dalla tranquilla sicurezza della tradizione e del “già vissuto”.

Relativamente a queste nuove interpretazioni si ricorderà in particolare l’antropologo tedesco Wilhelm Mannhardt, sia perché nel suo lavoro Culti della foresta e del campo[1] il ceppo rimanderebbe ad antiche divinità animistiche legate all’uomo da un patto di mutua alleanza, in cui l’atto di bruciare il ceppo, secondo i concetti magico – imitativi garantirebbero luce e calore futuri, sia perché in un lavoro successivo fece riferimento ad un concetto che sarà meglio chiarito nel seguito di questa trattazione.

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Un rito sacrificale: sul fuoco dell’ara si offrono agli dei cibi e bevande (particolare da un vaso attico a figure rosse).

A consolidare queste ipotesi c’era anche l’evidenza che l’atto di bruciare qualcosa rimanda esattamente agli antichi riti sacrificali benauguranti (che, è bene ricordare, erano vissuti dagli antichi come un “patto” tra gli dei e gli uomini, ossia andavano rispettati da entrambe le parti, e non come una preghiera che

poteva rimanere anche senza risposta, così come noi oggi interpretiamo le nostre “preghiere”) anche se in questo caso il passare del tempo aveva eliminato, dal rito stesso, quello che è l’elemento principale del sacrificio: la vittima.

Così come, d’altro canto, il nome dialettale di quella parte del camino destinata alla cottura del cibo ricorda ancora una volta il sacrificio, pur nella deformazione dialettale romagnola del termine (arola = piccola ara).

Che bruciare il ceppo sia un fenomeno che possiede legami con la ritualità del “mutuo accordo” con caratteristiche sacrificali lo si può verificare facilmente prendendo in considerazione alcuni dei suoi aspetti: la cenere risultante veniva sparsa sui campi e sotto gli alberi da frutto per favorire il raccolto dell’anno a venire, o anche utilizzata per cospargersi la testa ed i polsi come protezione contro i fulmini[2]; sempre a scopo di protezione dai fulmini si usava mettere i suoi resti sotto al letto; le donne si tingevano con la stessa cenere per favorire la fertilità; se ne cospargeva il manto degli animali da lavoro contro le malattie; si mischiava la cenere con il foraggio per favorire la fertilità delle mucche (sono solo alcuni esempi di riti che si attuavano in tutta l’area europea nel passato, ma tanti altri possono essere facilmente reperiti nella bibliografia del settore).

E’ il tipico scenario del rito sacrificale che prevede la logica del do ut des: si offre qualcosa in sacrificio (il ceppo) per ottenere in cambio vantaggi (la fertilità dei campi, la salute, ecc…).

Ma proprio la logica dell’offerta sacrificale, in particolare vista nell’ottica già precedentemente illustrata dell’assoluto rispetto dei patti da parte dei due contraenti, prevedeva che contro concessioni così importanti, come la fertilità dei campi o la salute, non si potesse barattare una cosa di così poco valore come un ceppo di legno; l’unica conclusione a cui si perviene, quindi, è che questa tradizione sia l’ultima versione nel tempo di un sacrificio ben più cruento, dove il ceppo altro non è che il sostituto di una vittima di “maggior valore” (probabilmente un uomo) tale che la sua esistenza potesse essere ritenuta degna di essere barattata con favori importanti.

E proprio a questo riguardo si ritorna a quanto anticipato precedentemente su concetti espressi da Wilhelm Mannhardt.

Nel suo lavoro Gli Spiriti del Grano[3] l’autore tedesco ipotizza residui di antichi culti agrari in cui venivano adorati gli spiriti benevoli della vegetazione, responsabili del buon andamento dell’annata agricola; nonostante questo loro ruolo erano però proprio queste divinità, non direttamente ma sotto forma di simulacro sostitutivo umano, ad essere offerte in sacrificio per impetrare la buona riuscita della produzione agricola.

In definitiva era un uomo, quale rappresentante dello “spirito del grano” ad essere sacrificato; questo rito non può non richiamare alla memoria l’omicidio rituale del re descritto da James Frazer nel suo lavoro principale[4], così come si accorda perfettamente con il sacrificio del covone, al quale si da il nome di “vecchia”, e che in Romagna è alla base della tradizione della Segavecchia[5].

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L’omicidio rituale del re, quale mezzo per ottenere l’estensione nel tempo dei suoi poteri taumaturgici (che si otteneva, concretamente, con l’elezione di un nuovo re) è uno dei capisaldi dell’interpretazione delle pratiche sociali a sfondo magico – religioso ipotizzate da Frazer.

È quindi pensabile che all’origine di tutto ciò ci fosse un sacrificio umano nei confronti di una figura che rappresentava in qualche modo la continuità dello spirito della vegetazione, sia che si trattasse della stessa “madre terra” (personificata dall’ultimo covone mietuto, a cui si attribuiva il nome di “vecchia”) sia di un uomo comune, a cui però la difesa di questa continuità fosse stata attribuita come titolo regale (il re proposto da Frazer).

Con l’andar del tempo i sacrifici si fecero meno cruenti, così che si passò a sacrificare animali (uno per tutti il capro, da cui l’attributo di “capro espiatorio”) oppure vegetali, fino all’ultima vestigia, quello di un ceppo bruciato.

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In questa immagine di Henry Marriot Paget sulla tradizione del ceppo bruciato sembra scorgere il ricordo della violenza esercitata dalla comunità verso il sacrificato, che viene trascinato a forza verso la sua ultima azione a favore della comunità.

Su questa tradizione agricolo – pastorale si è innestata quella cristiana, che non prevede il sacrificio umano (non per niente Abramo viene fermato all’ultimo momento dal sacrificare il figlio) fino ad assumere la veste più tranquillizzante delle tradizioni natalizie.

[1] Der Baumkultus der Germanen und ihrer Nachbarstämme, Berlino, 1875.

[2] La protezione contro i fulmini può sembrare una stranezza a noi del mondo attuale, visto che non consideriamo così frequente il pericolo di essere colpiti. Bisogna però considerare che anticamente i contadini erano costretti a lavorare con qualunque situazione atmosferica, anche mentre si avvicinavano i temporali, ed in questo caso il trovarsi in un ampio spazio aperto e con attrezzi metallici in mano era particolarmente pericoloso. Si trattava quindi di questo tipo di protezione verso l’uomo stesso, e non quella contro il fatto che ad essere colpiti potessero essere la casa o altri edifici.

[3] Die Korndämonen: Beitrag zur Germanischen Sittenkunden, Berlino 1868

[4] James G. Frazer: Il ramo d’oro. Studio sulla magia e la religione, Newton Compton, Roma, 2006

[5]Su questo particolare argomento vedere il lavoro: LA SEGAVECCHIA NON È LA "VECCHIA SEGATA" L'analisi su base antropologica di questa festa tradizionale ci permette di correggerne l'interpretazione corrente, alla pagina TESTI di questo stesso sito.