Divagazioni sul concetto dell’oscurità (fisica e psicologica) nel dialetto romagnolo.

Lo studio delle lingue e della creazione del linguaggio parlato ci ha insegnato che qualunque vocabolo nasce dal tentativo di esprimerne il concetto attraverso un’azione che rappresenti visivamente, e nella maniera più comprensibile possibile, il concetto stesso: classico esempio è quello del latino popolare manducare (mangiare); con questo termine si voleva richiamare il gesto di “condurre con la mano” (manu ducere) il cibo alla bocca[1].

 

Ogni vocabolo nasce quindi come azione simbolica rappresentatrice di un’idea.

E se questo è valido per termini indicativi di oggetti comuni, o di azioni che si compiono banalmente tutti i giorni, lo stesso processo viene utilizzato quando si tenta di esprimere concetti astratti, o stati d’animo.

Lo possiamo vedere nel nostro linguaggio quotidiano: quando assilliamo una persona con ripetute domande diciamo che la “tempestiamo di domande”, rendendo simbolicamente la nostra azione con quella di una tempesta che investe impietosamente un uomo con pioggia o grandine; se gli affidiamo un incarico gravoso diciamo che “lo carichiamo di responsabilità”, così come fisicamente si carica un uomo o un animale con un peso da trasportare.

Da ciò viene che i vocaboli inventati da un popolo sono rappresentativi della sua cultura, in quanto proprio da questa attinge gli esempi che vengono utilizzati: ad esempio sarebbe stato impossibile per un precolombiano (che non conosceva la ruota) inventare vocaboli utilizzanti immagini simboliche che facevano riferimento a questo oggetto, o per un uomo dell’età del bronzo sostenere che aveva una “volontà ferrea”.

L’esame di alcuni termini del dialetto romagnolo sono significativi a questo riguardo.

Uno dei paradigmi delle scuole antropologiche strutturalista e funzionalista prevede che gli organi dai quali è composta la struttura sociale incidano sulla formazione della cultura più di quanto possano le idee dei singoli individui, e tra tali organi (strutture politiche ed economiche, legami parentali, ecc…) le credenze magico-religiose occupano un ruolo fondamentale.

Che si possa essere d’accordo o meno con questa impostazione, è indubbio che l’idea del mondo ultraterreno, sia nella visione della beatitudine ottenibile quando si raggiunge il proprio dio che, soprattutto, nelle tenebrose profondità del mondo del castigo, ha sempre avuto una forte influenza sulla creazione delle idee e delle forme verbali utilizzate per esprimerle[2], ed è pensabile che l’immagine di questo luogo derivi da un concetto culturale ampiamente condiviso, più che dall’idea di un singolo.

Per quanto detto all’inizio di questo lavoro l’immagine simbolica più ricorrente in questo caso fu qualcosa legata all’oscurità, al buio, al terrore connesso al pericolo; ricordiamoci infatti che precedentemente a quello che la cultura cristiana definirà “paradiso”, l’idea del luogo in cui finivano i giusti era pur sempre quella di un posto oscuro e triste, pur se privo dei tormenti destinati ai malvagi[3].

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Borea rapisce Orizia, vaso attico a figure rosse

Il concetto dell’oscurità legato ai temporali, alle tempeste che venivano dal Nord (per i greci Βορέας - Borea per i latini - era il vento che proveniva da quella direzione) finì per legarsi al concetto del fuoco prodotto dai fulmini, e probabilmente contribuì alla creazione del verbo latino comburere (bruciare).

L’antico Borea ha lasciato strascichi linguistici nell’italiano attuale (bora, burrasca, buriana) e nel dialetto romagnolo in bur (buio) legati generalmente a concetti atmosferici, mentre comburere, oltre a vocaboli italiani direttamente

discendenti da esso (come nel caso di “combustione”) ha contribuito a legare il concetto del buio e del colore nero a tutto ciò che aveva a che fare con il fuoco (burnisa si chiama in romagnolo la cenere ancora calda; burnetta era un antico vocabolo per “padella”[4]; imburneda era l’atto di truccarsi il viso con la cenere durante il carnevale[5]) parallelismo forse sollecitato anche, come si diceva nei paragrafi precedenti, dall’idea dell’inferno.

E ancora: a so in burnia, si sente dire da qualche anziano che lamenta l’annebbiarsi delle proprie facoltà mentali, mentre per i più giovani si tratta generalmente di un fatto momentaneo quando dicono a so imburnì (invurnì).

A riguardo di questa doppia versione (con la “b” o con la “v”) di quest’ultimo termine occorre ricordare che il romagnolo deve parte del proprio vocabolario ai linguaggi celtici, ed è tipico di questi idiomi la modificazione di alcune lettere nell’elaborazione dall’antico indoeuropeo.

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Ad esempio la lettera “p” può subire alcune modificazioni quando si trasmette tra lingue dello stesso gruppo indoeuropeo: può perdersi completamente passando dal latino al celtico (è il caso del latino porcus che diventa orc nel celtico goidelico) oppure trasformarsi in “f” (il latino pater diventa fater, da cui l’inglese moderno father); ancora può tramutarsi in “v”, come viene confermato da qualche anziana contadina romagnola che ama adornare la propria casa con fiori, che chiama il Melittis Melissophyllium, comunemente conosciuto come “bocca di lupo”, con il termine boca ad lov. Tra queste trasformazioni c’è anche quello della “b” che diventa “v”, come si vede chiaramente ancor oggi negli spagnoli, in parte eredi anch’essi, come i romagnoli, di tribù celtiche, dove April diventa Abril, anch’esso usato in romagnolo, specie nel ravennate.

D’altro canto commistioni e sincretismi si verificano nei linguaggi, come l’antropologia culturale ci ha insegnato succeda nelle tradizioni: forse dal britannico black (nero) il romagnolo ha preso il nome di quello straccio sporco, ormai inservibile se non per i lavori infimi (e blac) mentre gli inglesi, se pure usano black per indicare il colore, continuano ad usare un termine (burial) imparentato al vocabolo latino comburere, legato alle sepolture (burial grave – fossa mortuaria).

L’ebraico mara, che sottintende qualcosa di negativo[6], è passato al tardo latino nel significato di “oscuro”, “infelice” (assumerà il senso di “amaro” in italiano, usato anche come nome femminile) viene anch’esso utilizzato con significati che rimandano all’al di là, ad esempio in:

… Dies ille, dies irae,

calamitatis et miseriae,

dies magna et mara valde …[7]

 

Viene riprese anche in italiano antico in una lamentazione funebre delle vedove (…mara me, perché sei morto …) frase che, secondo Alfonso Di Nola[8], ha finito per trasformarsi nella nota canzoncina infantile “Maramao perché sei morto …!”

La stessa radice viene ancora utilizzata dai britannici per indicare termini che si riferiscono a qualcosa di spaventoso, come in nightmare (letteralmente “incubo notturno”, o semplicemente “incubo”).

Per tornare, come suggerisce il titolo di questo lavoro, alla divagazione sul concetto del buio (anche psicologico) possiamo supporre che mara possa essere la radice sulla quale è nato il termine romagnolo gnara, indicativo di qualcosa di gravoso e quindi ancora con un’accezione negativa (la j è gnara si dice indicando una situazione difficile); secondo altri[9] gnara viene dal latino ignarus.

E non si tratta di vocaboli e considerazioni relative valide solo per la Romagna.

Grazie alla sua fortuna mediatica sappiamo che il termine burino è tipicamente romanesco, e con esso dovrebbe essere indicato il contadino, ma è poi passato all’uso più comune di indicare, in maniera spregiativa, le persone prive di cultura e dal comportamento grossolano.

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Burini si riposano ai piedi della fontana in Piazza Montanara, a Roma, in una stampa ottocentesca.

Secondo alcuni[10] l’etimologia più probabile sarebbe quella che origina dal latino buris (il manico dell'aratro) con particolare riferimento ai braccianti romagnoli che passavano dai lavori nelle terre possedute della Chiesa nella loro regione, ai lavori per lo stesso padrone nelle campagne laziali, in quel periodo in cui la stagione più mite del Lazio permetteva ancora di compiere quelle attività che in Romagna si erano già svolte.

Ci sembra però più probabile che l’origine sia legata, per quanto esposto relativamente al concetto del colore nero, al volto scurito dal sole di quei braccianti, paragonato a quello più pallido dei proprietari (soprattutto in tempi in cui abbronzarsi non era di moda, anzi era accuratamente evitato dalle classi agiate proprio per non apparire dei popolani) e magari al loro modo di rispondere l’è zà bur (è già buio) quando venivano sollecitati a compiere attività mentre si approssimava la sera.

Mano a mano che il livello culturale diventava più profondo, il simbolismo per esprimere un’idea assumeva aspetti sempre più elaborati e raffinati; anziché ad azioni puramente fisiche i termini di paragone venivano dall’immaginario, o dal bagaglio delle sensazioni: ecco allora che il Nord, lasciato alle spalle il personaggio di Borea, diventò in latino septentrionem (i sette buoi da traino, con riferimento all’Orsa Maggiore, il Grande Carro[11]) o, con tutto il suo carico di oscurità e negatività, nel dialetto romagnolo venne definito anche e mèl canton (l’angolo cattivo).

La lingua nazionale si adatterà poi alle necessità internazionali, quindi i punti cardinali diventeranno quelli usati in tutto il mondo (pure con le relative differenze linguistiche) perciò un adattamento di quei Norðri, Suðri, Austri e Vestri ;pescati nella mitologia norrena dagli antichi germani.

Ma la globalizzazione non risparmia neanche i dialetti. Nel romagnolo i termini con radice –bur finiranno per essere usati sempre meno (almeno relativamente al concetto di “buio”) sostituiti da scur (scuro).

Come spesso accade nella lingua le testimonianze delle antiche radici verbali permangono solo nei termini derivati.

[1] A dimostrazione del fatto che la gente comune tenti di utilizzare immagini semplici, si noti che il termine usato invece dai letterati nella stessa lingua era edere, a indicare che la genesi di una parola segue logiche mentali diverse: più acculturato è l’utilizzatore più elaborato è il percorso mentale (e conseguentemente più difficile tracciarne la storia etimologica).

[2] Si veda, a questo riguardo, gli studi della “scuola linguistica di Praga”.

[3] Con l’avvento del cristianesimo gli “inferi” del mondo pagano faranno da modello al solo inferno; i giusti finiranno nel mondo luminoso, a stretto contatto con la divinità, cosa che non era prevista nel mondo greco e romano.

[4] E. Berti, Il linguaggio furbesco, La Piê, LXXIX, n°5, sett.-ott. 2010.

[5] G. Cavina, Imburneda, la Ludla, anno XI, n° 3.

[6] Potrebbe essere un caso, ma anche nel buddismo il termine assume un’accezione negativa. Infatti Māra è l’essere soprannaturale che cerca di spaventare Buddha con l'apparizione di dieci eserciti di esseri mostruosi corrispondenti ai dieci tipi di ostacoli della vita spirituale, cercando, con ciò, di distoglierlo dal raggiungimento di quello stato che i buddisti definiscono “risveglio”.

[7] Frase della “Liturgia dei Defunti”, adattamento del “Dies Irae”, riportato da L. Faenza, Cattolicesimo e comunismo in una parrocchia di campagna, Milano, 1959.

[8] A. Di Nola, La nera signora, Antropologia della morte e del lutto, Newton Compton Editori, Roma, 1995.

[9] G. Camerani, Burdel, la j è gnara, la Ludla, anno II, maggio 1999, n° 12, in risposta ad un articolo di U. Foschi sullo stesso argomento presentato sul numero precedente della stessa pubblicazione.

[10] F. Ravaro: Dizionario Romanesco, Roma, Newton Compton, 2010, p.153.

[11] A volte la costellazione veniva ricordata anche come septem sider (le sette stelle) da cui l’espressione romagnola l’è un fred ch’lè i set sidar.