Incidenza del nanismo e della figura del bambino sulla mitologia della colpevolezza e dell’innocenza.
Il “piccolo popolo” era, nella tradizione dei popoli dell’Europa del Nord, quella miriade di personaggi del mondo fantastico e mitologico rappresentata da folletti, goblin, elfi, gnomi, leprechaun, nani e lutin che hanno popolato le favole di Grimm e di tanti altri autori nordici.
Anche oggi alcuni di loro fanno parte della vita quotidiana di quei paesi, come l’ometto con la barba rossa ed il vestito verde (un leprechaun, appunto) che compare come simbolo commerciale in tanti prodotti irlandesi ed é utilizzato come pupazzo durante la festa di San Patrizio, soprattutto a Dublino, ma anche in altri paesi di cultura anglosassone.
Queste tradizioni sono state studiate da molti antropologi, e la loro origine, almeno dal punto di vista morfologico (oltre naturalmente a quella che ha sede nell’inconscio dell’uomo), va probabilmente ricercata in quelle popolazioni neolitiche che precedettero le celtiche nella penisola iberica e nelle isole britanniche.
Le ricerche su questi antichi abitatori del Nord Europa (probabilmente migrate dalle coste settentrionali dell’Africa attraverso lo stretto di Gibilterra o dalle coste del Mediterraneo) ci dicono infatti che erano di carnagione scura e di piccola statura (comunque inferiore a quella dei successivi celti) e questo fatto, oltre alla loro abitudine di abitare in grotte, ha fatto nascere il mito di piccoli uomini “scuri” (brownies è un altro dei loro appellativi) abitatori di “colline cave” (le grotte del neolitico) e di taglia inferiore alla media (da cui il termine “elfo” dall’inglese arcaico helf – metà – con riguardo alla statura) abili nell’uso degli strumenti in pietra e del fuoco (come erano probabilmente tutti i popoli neolitici).
Scomparsi a causa delle successive invasioni delle culture provenienti dall’Est continentale europeo, il loro ricordo si è mitizzato in quelli di un popolo che si è rintanato nel mondo sotterraneo, e che poi la tradizione ha idealizzato nei progenitori mitici dei celti, dai Fomori ai Tùata dé Danann.
Dal punto di vista del carattere la tradizione li tramanda diffidenti, scontrosi, dispettosi (spesso addirittura malevoli e pericolosi) poco inclini a mostrarsi agli esseri umani, avidi di ricchezze ma incapaci poi di godersele, preferendo ammassarle in grotte sotterranee o in vecchi pozzi abbandonati.
Questa idea di “piccoli esseri maligni” non è molto lontana da quella che tutte le culture hanno sempre avuto nei confronti delle persone affette da nanismo; se pure ci è stato tramandato il ricordo di nani tollerati e considerati compagni di divertimento degli uomini, in questa funzione il loro ruolo era comunque subalterno. Nel passato furono buffoni di corte, paggi, dame di compagnia, oggetti di semplice curiosità; più tardi diventarono clown, saltimbanchi, e, ai nostri giorni, attori in ruoli comici.
Nella mentalità comune l’uomo ha sempre inteso il nano come una punizione inviata da dio per qualche mancanza dei suoi progenitori, un segnale a “futura memoria” perché la razza umana si comporti in maniera degna.
Lo stesso ruolo lo hanno sempre avuto le anomalie fisiche in tutte le loro forme (malattia, deformità, pazzia) ma è stato sopratutto il nano che, a causa della sua struttura “incompiuta”, ha meglio rappresentato ciò che l’uomo ha perso (non diventare un uomo completo) a causa di qualche atavica colpa.
Un nano con una scimmia dipinto sulla volta di una villa veneta.
La frustrazione, la rabbia di ogni persona che vede sé stesso diverso dalla maggioranza degli altri uomini, l’impossibilità di risolvere il proprio problema, ha portato spesso queste persone ad avere un carattere scontroso, non facile alla sincera amicizia con i “normali”, e questo ha contribuito all’idea del nano come persona infida e fondamentalmente cattiva[1].
Il loro ruolo di buffoni nel passato li vedeva spesso ritratti in compagnie di scimmie, un animale al quale si attribuiva lo stesso carattere dispettoso ed infido, e da cui ci si aspettava che, come i nani, procurassero divertimento agli uomini ed alle dame delle corti regali.
Quasi a contraltare di questa idea il bambino, simile nella sua struttura fisica al nano, era visto invece come un essere completo, per quanto ancora in via di formazione fisica e caratteriale e, in contrapposizione con l’idea della malignità del primo, veniva considerato la quintessenza dell’innocenza; un essere puro ed incontaminato concesso agli uomini perché ne facessero, con l’educazione, il protagonista del futuro, una pagina bianca sulla quale vergare le proprie aspirazioni ed i propri desideri.
Il bambino non aveva, secondo questa mentalità, un suo carattere e suoi desideri. Doveva vivere secondo regole da adulto, magari adattate ed addolcite a causa della sua giovane età, ma si supponeva che le sue aspirazioni fossero le stesse degli adulti, dai quali doveva prendere esempio ed imitarne i comportamenti.
Sono i bambini rappresentati in tanti dipinti come ometti con gli abiti simili a quelli dei loro genitori, o con armi in miniatura costruite appositamente per loro, in pose che imitano quelle degli adulti, in atteggiamenti tanto più falsi e innaturali per loro quanto più alta è la loro posizione sociale; i piccoli contadini, i poveri, sembrano riuscire a sfuggire a questo destino, e i pittori ci lasciano la testimonianza dei loro giochi a piedi scalzi ed in abiti stracciati.
Una festa in casa, a cui partecipano gli esponenti di tutte le generazioni della famiglia. Il bambino non sfugge allo stereotipo della famiglia felice.
In realtà è solo una breve pausa, che finirà presto, e anche questi bambini si troveranno ad essere adulti molto presto, molto prima dei loro coetanei più ricchi, e più di questi saranno sottoposti ai problemi della vita reale.
Ai bambini si attribuiva una generosità così priva di interessi materiali che non si avrà nessuna remora a considerarli messaggeri della volontà dio quando saranno protagonisti delle crociate dei fanciulli[2].
Quando però le necessità della vita costringevano a scelte più pragmatiche la loro innocenza non appariva più come un bene da proteggere, ed allora diventavano una semplice merce di scambio, come il simbolismo della storia del pifferaio di Hamelin ha molto bene sottolineato.
Questa era l’idea che da un certo momento della storia divenne patrimonio culturale acquisito dalla cultura occidentale (e, almeno in parte, anche di quella di altre zone del mondo, soprattutto quando la nostra cultura diventò predominante[3] rispetto a tutte le altre).
Nonostante ciò rimaneva, seppur sepolta negli angoli più reconditi della nostra cultura, l’idea atavica di un diverso rapporto tra i bambini ed il mondo del magico e del soprannaturale, il pensiero che per loro il rapporto con il fantastico fosse un atteggiamento “normale”, che la via verso le dimensioni del sogno fosse per loro facilmente percorribile, quello stesso percorso era impossibile per gli adulti senza la necessità di “farsi” nuovamente bambini, cosa che poteva avvenire solo in condizioni eccezionali.
Il pittore inglese Charles Dadd, per penetrare il mondo onirico del suo universo, si ritrae piccolo, più piccolo di quelle figure, già minuscole, che sono gli gnomi ed i folletti delle sue opere pittoriche.
Tra la fine del 1800 e l’inizio del “900, nel momento di massimo interesse per i fenomeni dell’occultismo e delle ricerche cosiddette parapsicologiche, i bambini diventarono il soggetto preferito di quei fenomeni, e non
furono pochi coloro che, interessandosi a queste esperienze, attribuirono a loro queste innate capacità, senza essere minimamente sfiorati da dubbi sull’autenticità di queste vicende quando i bambini ne erano protagonisti. Non mancarono, ovviamente, clamorose cantonate in cui caddero anche personaggi famosi[4].
L’apparizione di fatine a due bambine risultò un falso clamoroso di cui furono vittime anche personaggi famosi. Fu il caso noto come “le fatine di Cottingley”, avvenuto in Inghilterra nel 1920.
Nel passato più remoto il coinvolgimento dei bambini con il soprannaturale non era considerato un fatto limitato a soli fenomeni al di là della normalità, ma una realtà che trovava la sua massima espressione nelle forme religiose.
Divinità in forma infantile o, ancora una volta, in forme animali ma fortemente antropomorfizzate in maniera molto simile a quella umana, sono diffuse in tutte le culture antiche: l’egiziano Bes, l’etrusco Tages, il greco Telerforos, i latini Lares, il vedico Kia per ricordarne solo alcuni, ad indicare che i fanciulli non erano solo un ponte fra il mondo reale e quello divino, ma erano essi stessi divinità.
In queste culture, quindi, il bambino ha la stessa valenza numinosa degli adulti e, allo stesso tempo, la sua individualità, come si chiarirà tra poco.
A questo riguardo non va confuso la sacralità delle divinità precedenti al cristianesimo con quella di Cristo nella sua forma di bambino, quella di Gesù infante: se quest’ultimo viene considerato un personaggio sacro, lo è solo perché si trasformerà comunque in adulto, cosa che non si verifica negli dei infantili pagani, che tali sono e tali rimangono sempre.
Si è detto che queste divinità infantili mantenevano una propria individualità.
Infatti il loro carattere era molto spesso contraddistinto da una forte carica di amore-odio nel confronto degli uomini, qualcosa di profondamente diverso da quello degli dei “adulti” che erano favorevoli a qualunque uomo purché questo adempisse agli usuali atteggiamenti di rispetto dovuti alle divinità, e ne diventavano nemici solo se non rispettati.
Nel caso degli dei fanciulli questo atteggiamento era assente, l’uomo veniva considerato quasi un discepolo al quale insegnare, magari “a suon di botte”, a comportarsi sempre e comunque in maniera corretta, ma non tanto nei propri confronti quanto in confronto agli altri uomini.
Il dio non pretendeva sacrifici o venerazione, pretendeva un corretto “comportamento sociale”; non per niente Tages viene ricordato soprattutto perché, apparso improvvisamente dal terreno, aveva portato agli uomini i “libri Tagetici”, che assieme a quelli “Acherontici” rappresentò il corpus completo delle leggi sociali degli Etruschi.
Era, in definitiva, quella forma di atteggiamento tutoriale nel confronto dei mortali, sulla quale l’antropologia culturale ha prodotto centinaia di lavori inquadrandoli nello studio dei riti di passaggio.
Riguardo poi alla loro esatta forma fisica, mentre alcuni di loro (come Tages) sono chiaramente identificati come bambini, in altri casi il fanciullo, il nano, la scimmia antropomorfizzata si uniscono in un’immagine ibrida, nella quale non è possibile identificarne quale di loro sia il carattere fisico principale; d’altro canto questa miscelazione fisica è proprio uno dei motivi peculiari della loro figura, simbologia di forze che sono contemporaneamente “appena nate” e “animali”, con tutto ciò che di “naturale” e non contaminato dalla vita questo fatto comporta. Probabilmente è proprio questo il motivo per cui le immagini di nani e buffoni in compagnie di scimmie si mantengono nel tempo, fino ad arrivare ai tanti dipinti che oggi conosciamo.

Con l’avvento del cristianesimo, che non vedeva altra immagine “fanciulla” divina che non fosse quella del Gesù infante, le divinità bambine furono dimenticate, a differenza di quelle adulte che diventarono entità infere; forse fu la pietà verso creature minori che, in qualche modo ricordavano agli uomini i propri figli, che contribuì all’affievolirsi di questo ricordo, la stessa pietà che, in quei periodi, fece scaturire l’idea del Purgatorio.
Il ricordo della loro strana corporalità e del loro carattere ambiguo, così diverso da quell’immagine di purezza ed innocenza che si era intanto formata nel pensiero collettivo, rimase solo nell’arte, nelle immagini degli strani ed inquietanti personaggi che popolano, ad esempio, i dipinti di Hieronimus Bosch, con la loro miscela di mostruosità, nanismo ed aspetto vagamente infantile.
In queste figure si scaricò tutto il senso di ribrezzo e repulsione nei confronti dell’anomalia, che lungi dall’essere considerato segno di predilezione divina, come successe nell’antico passato[5], passò ad indicare il peccato e l’estraneità dalla purezza che dio aveva concesso alla razza umana.
Col tempo questi soggetti scomparvero anche dall’arte pittorica (per lo meno da quella colta) e rimasero solo nelle tradizioni popolari (e nelle relative illustrazioni) conservando pressoché intatto il loro bagaglio di caratteristiche fisiche e di indole psicologica: sono gli gnomi, i folletti, tutte le figure della tradizione folklorica, nei quali la caratteristica tutoriale è l’aspetto preminente[6].
Liberatisi definitivamente dai collegamenti con l’aspetto numinoso è rimasto loro quello con il mondo del fantastico, il che ha permesso un’evoluzione priva di tutti quei vincoli che si creano inevitabilmente quando un simbolo si sviluppa nell’ufficialità della cultura, per quanto popolare.
La loro evoluzione è stata limitata solo dalla fantasia dell’uomo, e questo fatto rappresenta un laccio molto labile.
A questo punto l’aspetto nanesco, quello animale, quello solamente infantile hanno potuto svilupparsi indipendentemente l’uno dall’altro, dando vita a figure tutoriali in forme facilmente identificabili.
Dal sicuramente umano Pollicino, che come ultimo nato e più scaltro dei suoi fratelli simboleggia la rivincita degli ultimi nella lotta contro le avversità della vita (l’orco che mangia i bambini) ai sicuramente animali (il gatto con gli stivali) agli ancora umani nani di tante favole di Grimm, ai folletti (tra i quali non va dimenticato il romagnolo mazapégul) queste figure hanno continuato fino ai nostri giorni a rappresentare lo spirito che soccorre lo sviluppo evolutivo che fa di un bambino un uomo, e questo al di là della stereotipata immagine infantile dell’innocenza e di quella della mostruosità del nano.
Anche il cristianesimo non è riuscito a dimenticare completamente questo ricordo: forse non a caso l’angelo custode non ha mai l’aspetto di un angelo adulto o vecchio.
[1] Si ricordi, ad esempio, la frase di Edgard Lee Master, trasformata in brano musicale da un noto cantautore italiano, : “…il nano è sicuramente una carogna…” , tratta dalla poesia “Un giudice” dalla raccolta “Antologia di Spoon River”.
[2] Le “crociate dei fanciulli” furono un fenomeno del periodo medioevale, attribuibile al misticismo di quel periodo, in cui alcuni giovani ritenevano di essere spinti da dio ad intraprendere lunghi viaggi per aggiungere la Terra Santa, dove combattere a fianco dei crociati. Gli adulti assecondarono questi viaggi, che finirono tutti tragicamente. I bambini morirono o caddero schiavi di adulti senza scrupoli.
[3] Il concetto di predominanza non contiene, in questo caso, nessun attributo di merito.
[4] Tra gli altri personaggi come Arthur Conan Doyle e l’illusionista Harry Houdini.
[5] Vedere, a questo riguardo, il lavoro Anomalia come segno di Dio, nella pagina “Testi” di questo stesso sito.
[6] Vedere il lavoro Maestri, gaglioffi ed altri fantasmi del passato, nella pagina “Testi”.


