Esistono motivi per ritenere che il comportamento di alcuni rappresentati del “clero minore” abbia profondamente inciso nelle tradizioni romagnole.

Sappiamo già che la Romagna contiene elementi della cultura gallo-celtica, dovuta alla presenza delle popolazioni dei Boi, dei Senoni e dei Lingoni che si stanziarono in queste zone prima dell’invasione delle popolazioni latine; successivamente subì influssi goti quando queste genti ebbero Ravenna come capitale del loro regno, ed abbiamo già visto come la storia della morte del re goto Teodorico fu assimilata dalla favolistica romagnola[1]; abbiamo potuto anche analizzare i parallelismi molto evidenti tra fiabe romagnole ed irlandesi, soprattutto per quanto riguarda l’importanza data al copricapo delle figure magiche (il che apparenta alcuni folletti delle tradizioni irlandesi con il mazapégul delle fiabe romagnole[2]). 

Vale la pena di approfondire questo tema con riferimento a quanto, di questa stessa cultura nordeuropea, possa essere stato veicolato dalle figure degli esponenti del clero cristiano, in considerazione dell’influenza che tali personaggi hanno sempre avuto sulla gente, in particolare sulle classi più povere. E’ noto infatti come le genti romagnole di campagna abbiano sempre avuto una particolare predilezione per quei religiosi che, sia per la scelta del loro peculiare ordine religioso che per il comportamento quotidiano, ritenevano più vicini al modo di vivere contadino: ci riferiamo agli ordini monastici, ai frati francescani, ai predicatori itineranti, agli ordini dei penitenziari (non è un caso, infatti, che il santo che ha goduto di maggior prestigio nella Romagna contadina sia sempre stato sant’Antonio Abate, eremita e penitente).

La figura del “frate” (con questo termine generico erano chiamati dalla gente questi religiosi, anche se la definizione non è corretta dal punto di vista strettamente canonico) con la loro scelta della povertà, della vita semplice a contatto con i più poveri, ma soprattutto per la loro lontananza da quelle che erano le posizioni di potere all’interno delle strutture ecclesiastiche, godevano indubbiamente di una stima sconosciuta ai prelati di città, ai vescovi ed alle alte cariche della Chiesa; i loro sai spesso logori e sdruciti, l’eloquio semplice e non infarcito di termini latini, il viaggiare a piedi o su un asino, erano le espressioni esteriori più evidenti della loro estraneità alle beghe del potere: tutto ciò era sufficiente, a contadini semplici e privi d’istruzione, per considerarli una sorta di “clero povero” sostanzialmente diverso da quello espresso da altri ordini religiosi, e per questo motivo pronto a parteggiare con i più poveri nel caso di un’eventuale diatriba con i potenti.

Questa idea, sebbene solo in parte, è un retaggio comune anche oggi. A questo riguardo si ricorda come fino a poco tempo fa a Cesenatico (ma è presumibile, anche se non se ne hanno testimonianze dirette, che ciò succedesse anche in altre località marinare) poteva essere solo un frate a benedire un’imbarcazione quando veniva varata, e che invece la presenza sull’imbarcazione di un sacerdote di un diverso ordine si diceva “portasse male”.

Va notato che la stessa Chiesa, conscia di questo fatto, lo utilizzò quando lo ritenne opportuno: nei momenti in cui si trattò di combattere le tante eresie che nel corso dei secoli travagliarono le istituzioni ecclesiastiche, la Chiesa inviò, a tenere sermoni nelle campagne, gruppi di religiosi composti da domenicani (esperti nelle questioni teologiche) accompagnati però da frati francescani, che con la loro presenza rassicuravano i contadini, intimiditi dal comportamento dei compassati ed eruditi domenicani.

Uno di questi personaggi fu sant’Ellero. Nato nell’alto Lazio nel 476, si dedicò alla vita eremitica scegliendo di vivere nella vallata del fiume Bidente, non lontano da quello che è l’attuale paese di Galeata, dove ancor oggi sorge l’abbazia che porta il suo nome e dove si trova la sua sepoltura.

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Una rappresentazione di sant’Ellero, un tempo all’interno dell’omonima abbazia, oggi al museo Mambrini di Pianetto di Galeata.
Il bassorilievo fa parte di un gruppo più grande che rappresenta l’incontro tra il santo ed il re goto Teodorico.

Passato dalla vita eremitica a quella comunitaria, divenne abate del gruppo di religiosi che si riunirono attorno a lui, e col tempo la sua figura assunse un notevole prestigio, al punto tale da divenire il punto di riferimento più importante per i cristiani di quella zona dell’Appennino forlivese. Si seguivano più i suoi insegnamenti che quello dei vescovi locali, il che provocò diversi momenti di forte attrito con la gerarchia ecclesiastica di quella zona (si dice dovuti anche al carattere non proprio accondiscendente di Ellero).

I motivi dell’attrito erano dovuti soprattutto al diverso modo di

intendere i rapporti con i non cristiani; se per le autorità della Chiesa i pagani erano persone da convertire in qualunque modo, sembra che Ellero preferisse invece un dialogo “alla pari”, e che fosse proprio con il dialogo e con i confronti tra la teologia cristiana con quella pagana che cercava di giungere alla conversione. La storia ricorda che ebbe un rapporto privilegiato con il re goto Teodorico, e che i due uomini si stimassero reciprocamente, così come uno dei suoi principali seguaci fu proprio un pagano venuto da Ravenna, Olibio.

Olobio, per quanto convertito alla religione cristiana, continuava a ritenere validi anche quei fondamenti della propria antica religione che si rifacevano comunque a concetti di giustizia e carità, e che quindi non potevano essere considerati eretici, anche se provenivano da una diversa tradizione religiosa. Ellero condivideva questo punto di vista che, chiaramente, la Chiesa non poteva accettare, e che ebbe come risultato l’idea che anche le tradizioni altrui (in questo caso quella proveniente dal nord dell’Europa, vista l’appartenenza di Teodorico e di Olibio alla popolazione di cultura gota) avevano diritto di essere espresse purché fondate su principi di onestà ed amore per il prossimo.

Da un punto di vista meno dottrinale e più pratico, questa libertà di espressione concessa ai monaci con tradizioni diverse da quella cristiana si trasformò nella possibilità, nei sermoni tenuti dai religiosi come Olibio, di accennare anche alle proprie tradizioni; magari si trattò solo di rapidi accenni a figure mitologiche o retoriche, a personaggi di quella cultura senza particolari ricadute sui concetti teologici, ma con un carattere così legato al mondo fantastico e così diverso dalle tradizioni italiane da colpire la fantasia degli ascoltatori.

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Schema di un decoro scolpito sulle mura dell’Abbazia si sant’Ellero, ottenuta dall’autore del testo per semplice ricalcatura su carta trasparente. Per quanto grossolano a causa del metodo utilizzato per il rilievo, lo schema mostra in maniera evidente lo stile dei decori nordeuropei e tardogotici, con chiare similitudini a quelli che furono, più tardi, i disegni dei “knots”, i “nodi intrecciati” delle culture celtiche.

Questo aspetto colpì evidentemente non solo chi ascoltava i sermoni, ma anche gli artisti che si dedicarono alle decorazioni delle chiese di quelle zone, così che troviamo, nelle decorazioni stesse, dettagli che rimandano senza ombra di dubbio alle tradizioni del nordeuropa: rosoni, fregi intrecciati, tralci di piante e fiori si accavallano, si legavano tra di loro secondo uno stile che non è certamente quello classico della tradizione cristiana; lo stesso stile che, più tardi, portò a quella commistione tra i disegni celtici e quelli dei marginalisti arabi che probabilmente sta alla base degli attuali disegni delle stampe romagnole su tessuto[3].

Un altro contributo all’influsso della cultura popolare nordeuropea si deve al monachesimo irlandese, che si differenziava da quello continentale per una caratteristica principale: un forte attaccamento alla tradizione precedente alla diffusione del cattolicesimo. Questo fatto si manifestava innanzitutto con una forma organizzativa religiosa molto simile a quelle che erano le forme sociali dell’antica Irlanda, quella che si basava su una verticalizzazione della società in famiglie, insieme di famiglie (clan), tribù, insieme di tribù (tùatha); proprio per questa marcata similitudine i gruppi religiosi irlandesi poterono contare in una maggiore presa sulle popolazioni locali, e quindi anche in questo caso, come già si era verificato nel caso di sant’Ellero, le stesse popolazioni erano più portate a seguire l’insegnamento dei monaci che quello dei prelati “classici” del cristianesimo (cardinali, vescovi, ecc...).

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San Patrizio, che fu uno dei primi a portare il cristianesimo in Irlanda, mostra il trifoglio[4], divenuto poi uno dei classici simboli di quel paese assieme all’arpa celtica.

Altro elemento di differenzazione fu, ancora una volta, l’atteggiamento non ostile nei confronti delle convinzioni religiose delle popolazioni locali, che permise un confronto civile con quegli esponenti delle vecchie religioni (bardi e druidi) che continuavano a vivere in maniera sufficientemente sicura nell’isola.

Fu proprio san Patrizio il primo a riconoscere questa differenza tra l’evoluzione del monachesimo irlandese con la chiesa continentale, parlando espressamente di uno “scontro solo spirituale” con gli “avversari”, cosa che noi oggi possiamo verificare anche dal fatto che la chiesa cristiana irlandese è l’unica che non annovera martiri nelle sue file[5].

Evitare la radicalizzazione dei comportamenti era fondamentale in questo ordine religioso, come si evince facilmente da una delle regole dell’ordine stesso: “Coloro che vivono senza discrezione inevitabilmente cadono nell’eccesso, il quale è sempre contario alle virtù, che stanno in mezzo, tra due eccessi opposti”[6].

Come si può notare si tratta di differenze che ricopiano esattamente quelle stesse che abbiamo visto nel caso di sant’Ellero, e che qui abbiamo suddiviso in due diversi paragrafi solo per il fatto che avvennero in tempi e luoghi diversi; ed occorre notare che non si trattava solo di differenze tenute riservate a pochi, ma che si manifestavano anche con fenomeni pubblici di grande visibilità, come avvenne con l’utilizzo pubblico della croce celtica, che univa la croce cristiana a quel cerchio che nella cultura irlandese ha sempre rappresentato l’espressione del raggiungimento della perfezione morale.

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La croce celtica, il simbolo più noto della chiesa d’Irlanda.

Si potrà ribattere immediatamente che non si hanno tracce evidenti della presenza del monachesimo irlandese in Romagna, dato che la presenza di san Colombano, uno dei maggiori rappresentanti di questa filosofia religiosa, è attestata con sicurezza solo fino a Bobbio, nel piacentino; però non è pensabile che perlomeno il suo solo insegnamento non si sia diffuso in tutta la dorsale appenninica fino alle nostre zone visto il numero di conventi e comunità religiose che costellavano quella parte di Appennino e dei frequenti contatti tra loro. Non bisogna dimenticare, infatti, che uno dei fondamenti del monachesimo irlandese era quello della “predicazione itinerante” e quanto questo concetto fosse fondamentale ci viene attestato dal successo che ottenne un testo come la Navigazione di san Brendano, un manoscritto del X secolo che, per quanto basato su fatti immaginari, riportava le gesta di un gruppo di monaci alla ricerca del Paradiso Terrestre, ed ai quali si attribuiva la fondazione degli innumerevoli conventi ed abbazie che costellavano la Scozia e l’Irlanda.

In definitiva possiamo affermare che ci sono sufficienti motivi per ritenere che tutto quell’universo fatto di sorgenti, fonti ed alberi sacri, di animali immaginari, di boschi e colline in cui vivevano esseri dotati di qualità magiche, insomma tutto quel mondo fantastico che era un patrimonio tipico delle culture nordeuropee precristiane, reso disponibile dai racconti dei monaci, abbia trovato una facile accoglienza nelle popolazioni dell’Italia settentrionale, che già erano in possesso di ricordi del mondo pagano ereditato dalle popolazioni latine e da quelle nordiche che avevano invaso l’Italia alla caduta dell’impero romano.

Non deve essere stato difficile, per le popolazione del nostro paese, vedere nel nordico dio Kernunnos, dotato di corna, un parente stretto di quei satiri che, al seguito di Pan, popolavano le campagne italiane; nelle sacerdotesse delle fonti magiche dei paesi del nord le sorelle delle naiadi e delle ninfe; negli alberi sacri scorgere il ricordo delle fronde che ornavano, prima della sua uccisione, il capo del re sacrificato nei boschi di Nemi[7].

Tutto ciò è servito non a creare ex novo un universo fantastico, ma a rafforzarne quel ricordo che già esisteva, secondo quel meccanismo antropologico che Alfred Kroeber definì “diffusione per stimolo”: una tradizione importata funge da catalizzatore, riportando alla memoria tradizioni simili che già erano presenti allo stato potenziale.

In considerazione poi del substrato celtico mai scomparso completamente in Romagna, il fenomeno fu probabilmente molto più semplice.

[1] A questo riguardo vedere: INFLUSSI NORDEUROPEI NELLE TRADIZIONI POPOLARI ROMAGNOLE - La “caccia selvaggia” della cultura popolare dei paesi nordici rivive nelle terre romagnole con un particolare scenario, alla pagina TESTI di questo stesso sito.

[2] Vedere: LA ROMAGNA E L’ISOLA VERDE - Elementi di contatto tra figure della tradizione romagnola e di quella irlandese, alla pagina TESTI di questo stesso sito.

[3] Questo aspetto è stato indagato nel lavoro: LE STAMPE ROMAGNOLE SU TESSUTO - Un’ipotesi sull’origine dei motivi grafici di questi prodotti conduce a considerarli elemento di unione di culture molto lontane tra di loro, riportato alla pagina TESTI di questo stesso sito. Le stampe romagnole su tessuto sono un prodotto ancora esistente e che continua ad avere, soprattutto in questa zona, un suo fiorente mercato.

[4] Si dice che san Patrizio utilizzasse il simbolo del trifoglio per cercare di fornire ai popolani illetterati la spiegazione più semplice possibile del concetto trinitario.

[5] Furono altri, e molto più tardi, i momenti delle lotte religiose cruente che travagliarono l’Irlanda e la Gran Bretagna, ma si ebbero quando il monachesimo irlandese aveva perso le caratteristiche che lo differenziavano da altri ordini ecclesiastici, fondendosi principalmente con gli ordini di regola benedettina, e non si trattò di lotte tra cristiani e pagani ma all’interno della cristianità.

[6] Regula Monachorum Colombaniana, Reg. VIII.

[7] Il riferimento, ovviamente, è quello delle indagini antropologiche elaborate da James Frazer nel suo Il ramo d’oro.