L’evoluzione delle forme parentali e del concetto di “totem” Sociale si è evoluto nel tempo fino ai patronimici famigliari.

L’antropologia culturale ha ampiamente spiegato come l’evoluzione delle forme parentali ed il rapporto tra le realtà terrene e quelle divine abbia avuto come elemento di collegamento le figure liminari del totem, in tutte le sue variegate epifanie animali ed umane.

Il desiderio dell’uomo di trovare alla sua specie un’origine spirituale ha portato alla creazione di una “zona intermedia” (zona liminare) nella quale situare un antenato direttamente collegato alla zona divina superiore ed alla sua zona terrena, antenato che, oltre a questa funzione di elemento di collegamento, svolgeva la funzione di protettore della sua progenie e di elemento di coesione sociale.

Nelle società antiche si creava quindi una struttura molto semplice: l’essere divino (o gli esseri divini) creatore del mondo aveva a sua volta creato delle forme vitali (vegetali od animali “totem”) dotate del suo stesso afflato spirituale; da questo essere discendevano gli uomini.

Se l’essere fosse stato, ad esempio, un lupo, questo animale diventava il progenitore di un certo numero di uomini che si ritenevano uniti da vincoli parentali, attraverso di esso, all’entità superiore; consci della differenza tra mondo reale e mondo spirituale ponevano l’animale totemico in una zona intermedia (zona liminare) che conferiva al totem stesso attitudini e caratteristiche intermedie tra le due zone.

Il totem diventava così il ponte tra le due zone: attraverso di esso era possibile accedere alla zona superiore, inviare richieste alla divinità e dialogare con essa.

Il totem era anche il detentore di tutte le caratteristiche positive (coraggio, onestà, ecc…) della progenie, e l’unico in grado di distribuire le stesse alla sua discendenza. Solo il totem, infatti, riusciva a distinguere tra elementi negativi e positivi, che il dio inviava indifferentemente agli uomini, ed adoperarsi affinché solo le positività giungessero alla progenie umana.

Era quindi una sorta di “filtro” che si adoperava per annullare le negatività ed ottenere solo il bene per i suoi discendenti umani; unica imposizione agli uomini per ottenere questo beneficio era quello di un comportamento conforme a determinate regole etiche e sociali, il rispetto di forme adeguate alla vita in comune.

Il totem era così anche un “tutore” degli uomini, ed un guardiano delle prime regole sociale di convivenza, ossia delle prime forme legislative.

Insomma, una specie di grande e saggio padre comune, però inflessibile riguardo il rispetto delle regole.

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L’immagine schematizza i rapporti interfunzionali illustrati, fino a questo punto, nel testo.
A - L’entità superiore distribuisce indifferentemente bene e male all’uomo.
B - L’uomo accetta di rispettare le regole totemiche.
C - Il totem si attiva affinché le sole funzioni del bene pervengano alla progenie umana.

È noto come le forme più antiche  di aggregazione sociale utilizzassero figure tutoriali animali, e come tali forme siano state rilevate, da ricercatori etnografi, anche in organizzazioni sociali primitive che si sono mantenute fino ai nostri giorni, soprattutto in civiltà dell’Africa Equatoriale e del Nord America.

La letteratura ha reso popolare presso il grande pubblico, senza che si fosse a conoscenza che si trattava di residui antropologici di questo fenomeno, le forme tutoriali dei Pellerossa nordamericani: film e fumetti ci hanno insegnato, fin dalla nostra fanciullezza, che esistevano le varie “tribù dell’orso”, “tribù del castoro” e così via; tutti sapevamo che si trattava di un modo di un metodo di identificazione di un gruppo sociale, anche se non eravamo al corrente che a questi animali totemici lo stesso gruppo faceva riferimento come “antenati ancestrali” e protettori tutoriali del gruppo.

Con lo sviluppo delle società, e soprattutto con il passaggio dalle religioni animistiche a quelle più elaborate, le forme tutoriali hanno cominciato ad assumere fattezze con antropomorfia umana. Potevano essere eroi del passato o, più semplicemente, antichi progenitori (questa volta con fattezze umane) della tribù o di alcune delle famiglie più importanti della stessa.

L’esempio di questo tipo di rappresentazione antropologica delle forme e dei rapporti parentali più vicino alla nostra attuale cultura di italiani ci viene dato dalla cultura latina; presso gli antichi romani gli intermediari tra uomo e divinità era rappresentato dai Lares, i nobili antenati ai quali si dedicavano altarini all’interno delle abitazioni o, in mancanza degli altari, li si credeva dimoranti in quello che più di ogni altro luogo rappresentava l’unità famigliare: il camino, dove ci si scaldava, o il luogo in cui si cuocevano i cibi.

Questi altarini, o camini, erano considerati dei piccoli altari, e proprio dal nome latino di questi (ara) viene il romagnolo dialettale aròla (piccola ara) ad indicare quella parte del camino nel quale si cuoceva il cibo, termine che è rimasto fino ai nostri giorni e che è ben conosciuto da chi ancora conosce ed utilizza il dialetto.

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Altarino domestico (piccola ara) dedicato al culto dei Lares  nella cultura latina.

Erano i Lares a dare il nome della famiglia latina, quello che definiva la gens di appartenenza; era mediante queste figure che si creava un senso comunitario e di reciproco aiuto che andava al di là della stretta famiglia nucleare, estendendosi a tutti quelli che avevano un antenato comune.

Il concetto del totem legato ad un gruppo parentale rappresentò un’evoluzione positiva rispetto a quello connesso alla tribù nella sua globalità, in quanto più rispondente a forme sociali via via più complesse ed articolate, ma fu, allo stesso tempo, un fenomeno che portò alla perdita del senso di coesione tribale. Ora il gruppo  parentale diventava più  importante della tribù, e questo portò ad un allentamento del senso di solidarietà dell’intero gruppo civile.

Nacque, con questo particolare paradigma totemico, la suddivisione politica all’interno delle città, la struttura sociale moderna, quella che noi oggi stiamo vivendo.

Anche da un punto di vista simbolico si ebbero delle differenze: se prima il totem inteso come pura rappresentazione grafica (statua, idolo, segno grafico) rappresentava la tribù nella sua interezza, ora nacquero probabilmente elementi identificativi di un gruppo parentale, quelli che più tardi si esprimeranno con stemmi, blasoni famigliari e gagliardetti.

Questo fatto portò anche ad una particolare visione del sistema religioso; dato che i gruppi parentali erano (o potevano) essere in concorrenza (se non in vero e proprio contrasto civile) venne messa in discussione l’effettivo legame con la divinità superiore del totem del gruppo rivale.

Un gruppo che si riteneva nel giusto perché legato ad un proprio totem (il quale era in accordo con l’entità superiore) come poteva ritenere valido il contatto con la divinità del totem del gruppo rivale, dato che sosteneva istanze diverse?

È questa fondamentalmente l’idea che sta alla base delle guerre di religione, e che porta ogni gruppo a concludere che il proprio totem sia l’unico ad avere un rapporto vero  con l’entità superiore, entità che quindi è favorevole solo a quel particolare gruppo.

Ciò si esprimerà nei secoli a venire, anche se con parole sempre diverse, nell’universale pretesa del “Dio è con noi”.

E’ da tener presente l’importanza che questo sistema ciclico (dal generale al particolare “il totem della tribù che diventa il totem di un solo gruppo parentale” e di nuovo dal particolare al generale “il totem famigliare che diventa elemento nazionale” ad esempio la creazione di un dio sovranazionale, come per il cristianesimo e, ancora maggiormente per l’islam) avrà sullo sviluppo sociale e politico degli stati moderni.

La frammentazione e moltiplicazione dei simboli totemici portò ad una loro sempre minore valenza nel campo del divino. Se tanti simboli venivano messi in discussione nella loro funzione di “vero ponte tra dio e l’uomo” era inevitabile che il simbolo stesso assumesse caratteri sempre più lontani dal concetto religioso.

Il simbolo totemico che più di altri ha conosciuto questo effetto di sradicamento dal numinoso è indubbiamente la bandiera.

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Bandiere e rulli di tamburini sono stati, tra i tardi simboli totemici, tra quelli più utilizzati, soprattutto  per il loro fare ricorso a sentimenti viscerali.

Nata come strumento bellico, in quanto utilizzata per fornire indicazioni alle truppe (e probabilmente anche questa origine ha contribuito alla sua laicizzazione) la bandiera è diventata il simbolo più universale di gruppo politico, sociale, comunque laico, e meno legata di altri simboli al concetto religioso; proprio per questo motivo la si trova molto raramente nell’armamentario iconografico tipico delle religioni, al contrario di simboli quali croci, stelle,  icone, reliquie.  Viene  associata alla religione solo

nei casi di guerre religiose, quando l’aspetto politico e militare viene giustificato da una difesa dei principi religiosi (è questo il caso delle bandiere delle armate dei Crociati, o quello della “bandiera dell’Islam”).

Il suo utilizzo pressoché universale ne ha fatto il simbolo totemico di gruppo per eccellenza (fino all’adozione delle bandiere nazionali) ma questo suo aspetto sovra-parentale ha probabilmente contribuito a rafforzare il valore più intimo, più legato a concetti famigliari, del totem legato alle forme parentali. Vale a dire che nei sentimenti personali è comunque rimasto, rafforzato appunto dalla bandiera che comunque rappresentava tutto un popolo, quello legato alle figure degli antenati, dei progenitori “eccellenti”.

In Romagna questi elementi di riferimento parentali sono particolarmente evidenti nei patronimici locali.

Se il cognome ufficiale è stato il risultato di quel processo politico che ha portato, alla fine, al conseguimento dell’unità nazionale, il concetto del totem parentale è rimasto nell’attribuire un appellativo personale che ha valenza solo in ambito locale.

Così si è continuato per lungo tempo a chiamare Antonio Rossi (nome anagrafico) con l’appellativo di Toni ad Fafin (Antonio di Giuseppe, nome locale) dove il rimando a Fafin era il rimando al padre o, più anticamente, al nome di un antenato sufficientemente noto, con questo nome, alla popolazione da non poter essere confuso con quello di un altro; insomma quello che potremmo definire il “patriarca” familiare.

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La tipica foto di gruppo, presente in tutte le famiglie romagnole (ma lo stesso vale per altre regioni del mondo) dove la posizione dei soggetti è funzionale al simbolismo della gerarchia.
Il patriarca seduto, in segno di rispetto, ed i figli e le rispettive mogli in piedi, alle sue spalle, ad indicare la sottomissione alla conduzione della famiglia del patriarca stesso (spesso definito con l’appellativo di “azdor”- reggitore).
L’ultima generazione davanti, spesso tra le ginocchia del patriarca, ad indicare sia la protezione totemica del patriarca nei loro confronti, sia la speranza della prosecuzione della famiglia.
In questa foto manca la moglie del patriarca ( la “azdora”, forse già deceduta) a cui spettava un posto di fianco al marito, anch’essa seduta.

Segno inequivocabile del permanere nel tempo del concetto totemico-tutoriale del patriarca stava non solo nell’uso di imporre ai nati delle nuove generazioni il nome personale del patriarca stesso (non al figlio, per evitare problemi di confusione di nomi) ma ai nipoti o pronipoti[1], nella speranza che le buone qualità del patriarca-totem passassero alle nuove generazioni, ma anche nell’uso di utilizzare il patronimico dialettale, oltre che per i figli, anche agli stessi nipoti.

Così in questo caso se l’Antonio Rossi dell’esempio precedente avesse avuto un figlio, il patronimico sarebbe stato ancora ad Fafin, da leggersi, questa volta, non come “figlio di …” ma “della famiglia originata da …”.

L’utilizzo del patronimico del patriarca poteva durare molte generazioni, ma poiché la cultura popolare era quasi essenzialmente cultura orale, con la quale difficilmente si perpetuava il ricordo oltre il trisavolo, si finiva ad un certo punto per modificare il patronimico sostituendolo con quello di un nuovo patriarca, di una generazione successiva.

Questo accadeva soprattutto quando un uomo abbandonava la famiglia di origine per fondare un nuovo gruppo famigliare, o quando il ricorrere degli stessi nomi avrebbe potuto condurre a confusioni.

Possiamo perciò concludere che l’aspirazione umana di avere un protettore, una sorta di figura che intercedesse tra lui ed il numinoso, non è sostanzialmente cambiata nel tempo, ma si è solo modificata negli aspetti simbolici, che possiamo schematizzare come nello schema sotto riportato. 

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Che questo desiderio sia  un fatto  comune a  tutta l’umanità basti pensare al concetto dei tanti geni protettori presenti nel repertorio favolistico, o a quello attuale cristiano dell’angelo custode.

Da notare che l’uso di questa particolare forma patronimica è tipica della sola Romagna; in altre parti d’Italia esistono appellativi locali basati su nomi che derivano da caratteristiche della famiglia (ossia legate ad una caratterizzazione specifica, come una certa professione, od una caratteristica fisica). Se la figura di riferimento variava dopo qualche generazione nella tradizione popolare, ciò non si riscontra nelle sedicenti famiglie nobili.

[1] Uso, questo, detto del “arcarvè”. Su questo argomento vedi il lavoro: MORTE  E  RINASCITA Il tentativo di negare la morte è vecchio come il mondo, dalla reincarnazione della cultura indù all’ «arcarvè» della Romagna, alla pagina TESTI di questo stesso sito.