L’analisi antropologica mette in evidenza parentele tra le manifestazioni folkloriche delle due regioni, a dimostrazione dell’antichità delle origini delle tradizioni.

Uno degli scopi principali dell’antropologia culturale è quello di identificare parallelismi tra culture popolari diverse, anche geograficamente lontane; poiché questa disciplina ha la pretesa di studiare la logica dei comportamenti umani, al fine di identificarne una linea universale, una delle metodiche utilizzate è quella di cercare parallelismi tra diverse tradizioni, per analizzarli e verificarne possibili parentele.

È già stato trattato, per esempio, il caso delle similitudini tra le caratteristiche della medicina popolare della Romagna e del Salento[1].

L’analisi delle tradizioni popolari evidenzia anche una probabile origine comune di manifestazioni ludiche che si svolgono in Romagna ed in Sardegna, paese che, per la sua vocazione agricola e per il fatto di essere un’isola, tende a mantenere le sue tradizioni più vive che in altre zone.

Una delle figure più note della Sardegna, anche a chi non si interessa di cultura popolare, è indubbiamente quella dei mamuthones, figure vestite con pelli di capra e campanacci, con il volto ricoperto da una maschera nera, che avanzano con passi ritmati agitando i campanacci e guidati dagli issohadores che li indirizzano a colpi di frusta.

Nonostante gli stessi studiosi sardi di tradizioni popolari non siano completamente d’accordo sull’origine di queste figure (c’è chi li vede come un ricordo di antichi riti dionisiaci, chi come la vittoria della ragione umana sugli istinti bestiali[2]) non è comunque difficile scorgere in essi quelle evidenze generali che sono alla base degli antichi Lupercali romani, quei riti che, partendo dal concetto magico-religioso del ritorno dei morti nel mondo dei vivi, ha come scopo il propiziare la fertilità in senso lato (vegetale ed umana).

Rappresentazione presente, nelle sue caratteristiche generali, in tutta l’area mediterranea, dai zidalkos dei Paesi Baschi ai krampos dei paesi alpini, anche in questo particolare scenario ritornano gli stessi elementi: i mamuthones come rimando al mondo irrazionale dei defunti, protettori della vegetazione in quanto abitanti del mondo ctonio, monito ai vivi delle punizioni in cui potrebbero incappare se non rispettano le norme etiche del comportamento societario; gli issohadores che li tengono a bada ma che ribadiscono lo stesso concetto dell’importanza del rispetto delle norme sociali, pena lo sguinzagliare i mamuthones nella loro caccia ai viventi; il percuotere con la frusta donne giovani (promessa di fertilità) come nei Lupercali; il suono dei campanacci come elemento apotropaico, che rimanda al mondo sotterraneo, ma allo stesso tempo tiene a bada (proprio perché apotropaico) la violenza delle figure infernali.

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Sia le caratteristiche di protettori della natura che di “figura monito” vengono identificate da vari studiosi: Max Leopold Wagner traduce mamuthone con “spauracchio”, Bonaventura Licheri con “sciocco”; altri fanno notare la radice punica maim’o nell’indicare l’acqua, Mario Ligia indica in Maimone una divinità fenicia della pioggia, altri ancora come un termine simile (maimasso, traducibile con “il tempestoso”, o “ il violento”) fosse già indicato da Plutarco per identificare Giove Pluvio[3] e come quindi la figura abbia il potere di influire sull’andamento dei raccolti; analogamente Toschi ricorda una cantilena che rimanda alla necessità dell’acqua: Maimone, maimone, abba chere su laore, abba chere su siccau, maimone llàu llàu (Maimone, Maimone, acqua chiede il lavoro, acqua chiede la siccità, Maimone là là)[4]; non mancano interpretazioni dell’etimo che li afferiscono al mondo liminare dei “defunti ritornanti”, come “colui che smania”.

Si ricade quindi, ancora una volta, in quel fenomeno rituale di tipo “didattico” che fu all’origine delle prime forme legislative:  mostrare alla gente come si potrebbe essere trascinati nel mondo dei morti se non si rispetta la convivenza sociale, e che divenne poi l’origine del Carnevale[5], e come blandire con riti ed offerte queste figure possa influenzare in maniera positiva l’andamento dei raccolti.

I romagnoli non avranno difficoltà a riconoscere, in queste maschere, una facile similitudine con i loro Pasqualotti dove, nonostante l’aspetto gioioso completamente diverso da quello dello scenario sardo (si potrebbe definirlo opposto) sono comunque identificabili le stesse origini sia di “figure monito” che di provenienza dal mondo dei defunti.

Anche il periodo dell’evento presenta delle similitudini.

Nonostante una troppo facile (e comunque errata) interpretazione dell’etimo sardo carresecare[6] come vocabolo simile al più noto “carnevale”, indubbiamente c’è, anche in questo caso, una parentela con il fenomeno del noto charivari, fenomeno che riassume, in tutto il mondo, queste forme rituali: il monito a rispettare le regole sociali.

Tra le tradizionali figure femminili della Romagna assumono un aspetto “didattico” (anche se non solo questo) pure l’anguana e la bessabova.

La prima è un essere generalmente malvagio che vive nelle zone con acque stagnanti, la seconda una creatura serpentiforme la cui presenza, soprattutto nei giorni ventosi, viene rivelata dall’ondeggiare delle messi.

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Charivari nel medioevo

Per quanto l’analisi antropologica di queste figure ci mostrino diversi aspetti, ci preme qui sottolinearne uno solo[7], appunto   quello  “didattico” :  l’immagine delle due creature venivano utilizzate  dai contadini romagnoli per tener lontani i bambini da pericolosi bacini d’acqua in un caso, e per impedire che giocassero nei campi coltivati nell’altro.

Analogo scopo didattico hanno indubbiamente in Sardegna sa mama ‘e su sole (la madre del sole) la cui figura viene utilizzata dagli adulti per spaventare i bambini ed indurli a dormire nei caldi pomeriggi estivi, evitando così possibili insolazioni; analogo discorso vale per sa mama ‘e su frittu (la madre del freddo), sa mama ‘e su fogu (la madre del fuoco), sa mama ‘e su ventu (la madre del vento).

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Sa Ilonzana, figura analoga alla Canucera romagnola

Ancora una figura femminile è la sarda sa ilonzana (la filatrice), una maschera di vecchia vestita degli abiti neri delle vedove e che tiene in mano una rocca da cui pendono fili di lana; la donna tiene in mano un paio di forbici pronta a tagliare i fili stessi, chiaro riferimento alla vacuità della vita ed al potere della morte.

L’analoga figura tradizionale romagnola è una donna identica, salvo forse gli abiti, che tiene in mano una conocchia (da cui il nome canucera) che mostra con lo stesso intento educativo, e da noi spesso rappresentata come immagine della morte stessa.

La comune origine dalle figure delle mitologiche Parche è più che evidente.

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Il romagnolo regul, probabile parente dello scultone sardo

Tra le figure mitologiche animali della Romagna è noto il “regolino” (e regul) serpentello caratterizzato da una piccola cresta a forma di corona (da cui il nome) mito nato forse dalla salamandra, e come la salamandra con la capacità di resistere al fuoco.

L’immagine che rimanda alle sfere infernali è comune al sardo scultone, simile ad un piccolo drago che uccide uomini ed animali; in questo caso il riferimento all’inferno ci viene dal fatto che può essere ucciso solo da San Pietro.

Le selve e le foreste si prestano a rappresentare, nell’inconscio umano, il perfetto topos dove si combatte la lotta tra la civilizzazione e la barbarie; qui si trovano quegli esseri che non hanno ancora raggiunto lo stato civilizzato, e che per questo sono tenuti ai margini dei villaggi dell’uomo, quando addirittura non vengono da questi combattuti.

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La figura di s’ursu

In Romagna l’essere più noto, in questa categoria, è l’om saiabadgh (l’uomo selvatico)  che trova il suo corrispettivo sardo nella figura dell’orso (s’ursu) tenuto alla catena dai suoi guardiani (sos peddinciones) e da questi punzecchiato con un nerbo di bue, o nel boe muliache, un uomo che di notte si trasforma in un bovino lamentoso; in questo caso si adombra anche un fenomeno analogo alla licantropia, altra caratteristica dell’om saiabadgh romagnolo.

La lotta tra l’istinto animale e la ragione umana probabilmente viene ancor meglio rappresentata dalle figure sarde note come boe e merdules, ancora figure di animali e guardiani; i primi con maschere bovine ed i secondi con fattezze di vecchio.

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Boe e merdules

La romagnola Segavecchia infine, arsa su un rogo all’inizio della primavera con scopi propiziatori, è evidentemente parente stretta del sardo martisberri, che subisce la stessa sorte l’ultimo giorno di carnevale.

Mentre nel caso romagnolo l’origine da antichi riti sacrificali è andato via via perdendosi, sostituito da finalità ludiche, soprattutto a causa della rapida trasformazione in senso fortemente industriale della zona geografica in cui ancor oggi si festeggia il “rogo della vecchia”, nel caso della figura sarda il rito attuato per propiziare la nascita degli armenti e delle messi è più evidente.

Questo fantoccio ha poi, per i romagnoli, un altro aspetto interessante: punisce chi lavora il martedì grasso, bastonando il trasgressore (deu soi martis berri, beniu po ti ferri) strettissima analogia con il romagnolo mazapégul, anch’esso armato di bastone (la “mazza” da cui il nome) famoso per punire chi non si comporta secondo i suoi dettami (che sono, generalmente, quelli onesti e tipici della civiltà contadina).

Quella che abbiamo evidenziato è un elenco di figure molto limitato; il lavoro di comparazione meriterebbe ovviamente un’analisi più approfondita, e bisognerebbe estenderlo ad un numero maggiore di personaggi delle tradizioni delle due zone prese in considerazione.

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Boe muliache

Ciò che ci premeva sottolineare era che questa metodica permette di verificare quello che era l’ipotesi di questo lavoro, ossia la sostanziale comune origine di miti in aree molto distanti, a riprova della identica matrice culturale che, in questo caso, si è limitata alle sole popolazioni di origine indoeuropea.

L’estensione della comparazione a popolazioni asiatiche porterebbe probabilmente a conclusioni molto simili, a riprova di quanto siano comuni le logiche umane quando si considerano le attività mentali dell’uomo.

Un altro aspetto che qui non abbiamo preso in considerazione, in quanto attiene più agli studi sociali che a quelli antropologici, è il fenomeno del banditismo.

Riteniamo che sarebbe molto interessante confrontare le motivazioni del brigante romagnolo noto come “il Passatore” con quello di suoi omologhi isolani.

Speriamo che qualcuno raccolga l’invito.

NOTA. Per chi volesse approfondire le figure del folclore sardo si consiglia la lettura dei testi indicati alla seguente nota a piè di pagina [8], lista evidentemente non esaustiva.

 

[1] Vedere, a questo riguardo, il lavoro: L’ESORCISMO  E  LA  GUARIGIONE -  I riti tradizionali delle “medicone” romagnole e gli esorcismi  traggono le origini da antichi rituali religiosi, alla pagina Testi di questo stesso sito.

[2] Vedere gli studi di Pierina Moretti, Dolores Turchi, Mario Atzori ed altri.

[3] Qualcuno, come Marcello Madau, rifiuta queste interpretazioni a causa della mancanza di evidenze storiche sicure. Circa questa pretesa occorre dire, ancora una volta, che le prove sicure farebbero tutti felici, ma data l’evidente difficoltà del loro reperimento non si può evitare di proporre ipotesi, sperando di riuscire a definire uno scenario logico e compatibile con le conoscenze (queste invece “sicure”) che si hanno del passato.

[4] P.TOSCHI – Le origini del teatro italiano, Boringhieri, Torino, 1955.

[5] Vedere, a questo riguardo, il lavoro: LE ORIGINI DEL CARNEVALE – Le antiche origini di un inquietante rito solo apparentemente gioioso, alla pagina Testi di questo stesso sito.

[6] Il termine carresecare assume il significato, secondo gli studiosi sardi delle tradizione popolari, di “strappare la carne”, ed anche in questo caso il riferimento va a riti con un retroterra punitivo.

[7] Si sono qui volutamente trascurati gli aspetti antropologici che si rifanno a questioni di tipo sociale, come la “lotta “ tra patriarcato e matriarcato, elemento fondamentale nelle analisi di questi miti.

[8] M.M. SATTA, Riso e pianto nella cultura popolare. Feste e tradizioni sarde, Sassari 1982; R. MARCHI, Le maschere barbaricine, in "Il Ponte", Firenze 1951; P. PIQUEREDDU, I Carnevali della Barbagia, in "Il Carnevale in Sardegna", Cagliari 1989; I. SORDI, Il Carnevale di Ottana e le sue maschere, in "Alle radici del teatro", Sassari 1993; M. ATZORI, Il selvatico nelle tradizioni sarde. Uomini, maschere ed esseri fantastici, Sassari 1988; R. MARCHI, Il boe muliache della Barbagia e l'"essere fantastico" di Nule, in "Atti del Convegno di Studi Religiosi Sardi", Cagliari 24-26 maggio 1962.