Analisi di un etimo del dialetto romagnolo.
Una definizione romagnola oggi desueta come tante altre del dialetto ma sentita spesso da chi scrive, soprattutto negli anni dell’adolescenza, era: brôta com una paghèna[1]. Era il modo di definire una donna decisamente brutta, quasi orribile, sia nell’aspetto che nell’abbigliamento, tal che l’espressione era utilizzata all’insaputa della persona a cui si faceva riferimento, badando bene che rimanesse nell’ambito di un cerchio ristretto di parenti e conoscenti.
Non si sono trovate espressioni analoghe in altre parti d’Italia (salvo in Veneto, di cui si tratterà più avanti) né in paesi esteri, dove invece esistono frasi che fanno riferimento ad altri metodi comparativi, come “… brutta come una scarpa vecchia, … come un cane, … come un rospo…”, metodi di comparazione che si trovano, d’altro canto, anche nella lingua italiana[2].
Poiché la semplice traduzione letterale (“brutta come una pagana”) non chiarisce il concetto che sta all’origine di questa espressione, si è tentato di approfondirne il significato cercandolo nella storia passata, dato che in tutte le forme verbali che, come questa, esprimono un concetto valutativo mediante un termine di comparazione (criterio valutativo = brutta; termine di comparazione = pagana) l’origine viene sempre da un fatto di cui esiste una conoscenza diffusa.
La prima idea che il termine “pagana – pagano” suggerisce si rifà ovviamente ad un significato, legato sia alla storia che alla religione, e riferibile alle crociate. Mettendo in confronto gli uomini degli eserciti europei con quelli saraceni (e poiché i nemici sono sempre brutti e cattivi) sarebbe potuto nascere un collegamento mentale “pagano = brutto”, concetto rafforzato dal fatto che le popolazioni arabe hanno la pelle tendente al colore scuro (infatti erano chiamate anche “i mori”): il colore nero, e tutto ciò che tende allo scuro, viene inconsciamente legato alla bruttezza.
È però anche vero che i documenti che trattano di questo periodo storico non attribuiscono mai ai saraceni questa definizione; i nemici dei cristiani erano definiti in vari modi, ma mai “pagani”, termine che invece veniva riservato, dagli aderenti ad una religione ufficiale, ai popoli di una religione diversa o più antica; infatti i cristiani chiamavano in questo modo quelli che credevano ancora nelle divinità della cultura romana, ed i romani definivano pagani quelle persone (soprattutto le genti del centro Italia, o dei paesi germanici) che avevano preceduto la nascita della potenza di Roma e che adoravano divinità molto primitive, legate generalmente alle attività agricole e pastorali.
Queste considerazioni ci confortano nel ritenere che l’origine della frase sia originata da due cause: dal termine latino pagus, che significa “villaggio” (soprattutto inteso come villaggio agricolo) e dal fatto che quel complesso fenomeno storico-sociale che fu la stregoneria aveva nelle campagne (e quindi nel territorio dove sorgevano villaggi agricoli) i suoi maggiori adepti.
Studi condotti in maniera storicamente scientifica sulla stregoneria hanno ormai messo in evidenza da parecchio tempo come con questo termine si etichettasse tutto ciò che non era conforme alla religione ufficiale; nel periodo in cui il cristianesimo divenne la religione dominante erano soprattutto le campagne ed i piccoli villaggi montani ad essere luoghi in cui permanevano forme di religione legate ad antiche credenze.
Questo avveniva perché i piccoli villaggi, soprattutto quelli lontani dalle grandi strade di comunicazione, non avevano sedi religiose stabili che potevano fungere da centri di evangelizzazione, ed anche perché gli abitanti di questi luoghi, dediti all’agricoltura ed alla pastorizia, erano più portati degli abitanti delle città (civitas) a mantenere vivo il ricordo di quelle divinità che a tali credenze si rifacevano.
D’altro canto i luoghi selvaggi, le paludi, i boschi impenetrabili, le selve, hanno rappresentato da sempre il contenitore di tutto ciò che si allontanava dal senso di sicurezza fisica e psicologica dell’uomo organizzato in forme sociali collettive; erano quelli i luoghi in cui dimoravano i lupi veri e propri e quelli dell’anima (mostri, serpenti, draghi, esseri mostruosi, come l’uomo lupo, l’uomo selvatico – l’om saibatgh del dialetto romagnolo – per arrivare al lupo di Cappuccetto Rosso, nonché zona di residenza di streghe, folletti e quant’altro).
Il drago era uno degli abitatori delle terre incolte e paludose. La sua lotta con San Giorgio è la trasposizione mitica dello scontro tra la civilizzazione cristiana e le residue credenze pagane.
Divenne perciò abbastanza comune identificare con il termine paganus non tanto gli abitanti del pagus, ma soprattutto chi, vivendo in quelle zone, continuava a perseverare in credenze religiose diverse da quelle ufficiali; in questo luogo al limite tra la civiltà e barbarie era facilissimo immaginare commistioni tra uomini ed animali selvaggi, un abbraccio fisico e mentale tra due forme di vita che mettevano in comune ferinità animale e crudeltà umana.
Era nelle selve e nel fitto delle foreste, secondo la fantasia popolare, che si svolgevano i riti connessi alla stregoneria. In questo luogo uomini ed animali stringevano patti con il demonio.
È noto come la demonologia abbia identificato come appartenenti al genere femminile molte di quelle figure che rappresentavano l’immaginario mondo popolare della malvagità nato dai culti precristiani (le streghe in primis) sicché incasellare in questa specie anche donne sole e malviste non era una cosa difficile.
Tra gli abitanti dei villaggi c’erano spesso vecchie donne che vivevano sole, magari perché vedove senza prole, o mai sposate, e che per sopravvivere si dedicavano a lavori degradanti, o alla raccolta di erbe sia per ragioni alimentari che per utilizzarle nella cura di malattie.
Erano sempre loro che aiutavano le altre donne del villaggio in quei problemi di salute tipicamente legati alla condizione femminile (problemi legati al parto, dolori mestruali, magari anche aborti) e che a seguito di ciò diventarono sempre più esperte nell’uso delle erbe medicinali al punto da sostituirsi spesso a quello che era in quei tempi il medico ufficiale.
Queste donne finirono per crearsi parecchi nemici: i medici stessi, i religiosi, ed a volte anche i mariti delle loro stesse assistite, soprattutto quando esse cominciarono a far notare che lo stato di prostrazione che colpiva la moglie del mugnaio non era dovuto ai vapori mefitici della vicina palude (diagnosi del medico, e quindi diagnosi ufficiale) ma al fatto che, oltre ad occuparsi della prole, il marito la costringeva a pesanti lavori nel mulino, od a sfornare un figlio dopo l’altro. Diventarono così, oltre che erboriste e praticone, la cattiva coscienza di una società agraria e primitiva.
Questo fatto finì per emarginarle, e quando l’Inquisizione si propose di estirpare l’eresia (di cui la stregoneria era considerata una delle espressioni) tra le presunte streghe bruciate sui roghi finirono anche molte di queste “medicone” di campagna.
Da ciò nacque il concetto che identificava nelle praticone dei villaggi le streghe: erano considerate streghe, erano generalmente vecchie e povere, e quindi mal vestite (e queste non sono caratteristiche che aiutano l’avvenenza) erano sole e magari derise dai monelli del villaggio; forse avranno magari anche tentato di difendersi dai loro lazzi con l’unico strumento che anche ad una donna povera non manca mai (la scopa) cosa che contribuì ad identificare questo semplice attrezzo familiare col simbolo tipico delle streghe; nella propria casa avevano forse come unico compagno un gatto, altra tipicità dell’immagine stereotipata della strega.
La vecchiaia e la conseguente perdita della bellezza contribuì non poco, nella mentalità primitiva di quei momenti, ad associare alle “vecchie” la nomea di “streghe”.
Se vecchie scontrose e solitarie (ed in genere brutte) erano streghe, erano quindi seguaci di culti aborriti dalla chiesa ufficiale, perciò associate a tutti coloro che non seguivano i dettami evangelici, come facevano nell’antichità i “pagani” quindi erano esse stesse delle “pagane”: il rapporto tra “brutto” e “pagano” divenne automatico.
Questo il meccanismo per cui il tipico, vecchio abitante (donna) del villaggio di campagna diventava l’immagine della cattiveria e della bruttezza; a giustificazione di quanto si è detto sul fenomeno dell’attribuzione della malvagità esclusivamente alla figura femminile ricordiamo anche che l’espressione romagnola è sempre riferita alla sola donna (non esiste l’analogo maschile). Triste fine per donne che tentarono solo di sopravvivere e di aiutare gli altri a vivere meglio, alle quali si deve probabilmente tutta quella serie di nozioni sulle erbe che portarono, successivamente, alla nascita della moderna farmacopea erboristica.
Per colmo dell’ironia furono poi proprio i religiosi (in particolare i francescani, che assieme ai domenicani costituivano i giudici dei tribunali inquisitori) a diventare esperti erboristi; frugando tra le suppellettili delle vittime dei roghi avranno forse trovato note sull’utilizzo delle erbe che, presentate all’opinione pubblica come libri di magia nera, giudicarono invece come testi interessanti per lo sviluppo di questa disciplina.
Si è detto precedentemente che non è sono state trovate espressioni analoghe in altre zone d’Italia salvo il Veneto.
Per questa regione, infatti, un lavoro di Manlio Cortelazzo[3] riporta: “ … a proposito della strega sporadicamente menzionata come Pagana [….] ci siamo soffermati come questa strega, sia per la sua importanza nella vita della donna veneta in un momento particolare, [quello del parto N.d.A.] sia sulla carenza di informazioni sulla sua figura e le sue nefaste azioni….”.
Inoltre sempre lo stesso autore ricorda una serie di testimonianze su questa particolare tradizione; riportiamo di seguito:
Una nota su un testo di Giuseppe Bernoni sulla credenza veneta nelle strighe, datato 1874, ricorda che “…per impedire che lo spirito di una strega detta Pagana entri nella camera di una puerpera per soffocare lei ed il neonato si mettono due coltelli a forma di croce sopra il letto, e si tiene acceso un lumino tutta la notte…”.
Lo scrittore A. P. Ninni[4], continuando il lavoro di padre Alessandro Pericle, che aveva indagato sulle tradizioni di Treviso, nel 1892 annota: “… la donna non dovrebbe mai rimanere sola [….] che arriverebbe la Pagana, con un cappellone di paglia in testa, a spaventare la novella madre …”.
Ancora: l’Atlante Linguistico Italiano, pubblicato nel 1927, ricorda come a Trebaseleghe (in provincia di Padova) Pagana era il nome dell’”incubo” (quel particolare demone notturno che, secondo certe tradizioni popolari, si adagerebbe sul dormiente impedendogli di respirare o, in altri casi, concepirebbe figli con un inconsapevole e dormiente partner maschile).
Ci sono anche testimonianze che ricordano tradizioni con aspetti contrastanti: a Bellombra, frazione di Adria, nel Polesine, una prima testimonianza ricorda la Pagana come una strega che adesca ragazzi dai quali farsi pettinare i lunghi capelli, mentre la seconda la ricorda come una bella donna[5].
Al di là dell’esistenza di un’identica tradizione in due diverse regioni, parallelismo che meriterebbe di essere approfondito, l’accenno alle ultime due testimonianze (quelle tra loro contrastanti, relative al paese di Bellombra) apre la strada ad alcune valutazioni.
Innanzitutto la pagana ricordata sia come orribile vecchia che come bella donna rimanda immediatamente al concetto dell’ambivalenza, noto in antropologia, che si verifica molto spesso quando le persone di questo mondo si mettono in contatto con figure della sfera numinosa.
L’universo numinoso, al di là dell’umano, è popolato da esseri superiori buoni e cattivi (quelli che potremmo chiamare le “divinità maggiori”) ma anche da una miriade di esseri di contorno (la mitologia greca e romana li ricorda come “semidei”) il cui carattere è invece estremamente variabile, forse proprio perché divini “solo a metà” (semidei); in loro permangono molte caratteristiche umane, e sappiamo come l’uomo sia un insieme di bene e male. Per cui molte tradizioni popolari (veicolate poi nella mitologia, ma anche all’inverso) sono zeppe di personaggi buoni ma capricciosi, dispettosi, a volte decisamente maligni; oppure, al contrario, figure che si presentano inizialmente come cattive ma che finiscono poi per essere di aiuto al personaggio principale di un racconto.
Questa particolarità si trasferisce visivamente nel loro aspetto, che può essere, per questo motivo, sia quello di una bella donna che di una vecchia megera, e questo fatto risponde ad un’elementare necessità didattica: deve insegnare al protagonista del mito o della fiaba che il mondo reale è fatto di bene e di male, e che lo stesso vale per gli uomini.
La tradizione popolare irlandese, che più di tutte le altre tradizioni europee ha mantenuto antichi ricordi[6], presenta fate buone e cattive nel contempo, gnomi cattivi ma, alla fine servizievoli, così come di figure ambivalenti sono piene le favole (originarie) dei fratelli Grimm[7]; è stata la favolistica moderna, con la sua ansia radicalmente catalogatoria, a trasformare i personaggi in fate solo buone ed orchi solo cattivi, così come abbiamo visto in tante pellicole disneyane. La pagana ricordata da Cortelazzo appartiene evidentemente ad una tradizione antica proprio perché continua a possedere questo aspetto ambivalente.
La tradizione irlandese e quella romagnola ci vengono ancora alla memoria quando si parla invece di una donna “che adesca ragazzi dai quali farsi pettinare i lunghi capelli”.
Un’anguana in un’espressione pittorica antica. L’artista che ha dipinto questa immagine ha cercato di interpretarla nel suo ruolo di ammaliatrice, ruolo simbolizzato dall’uso della musica per condurre le persone ai suoi voleri.
Una figura che ha l’identico comportamento adescatorio si trova nel personaggio irlandese della uisge ed in quello romagnolo della anguana[8]; nel caso irlandese la somiglianza è abbastanza impressionante, perché anche in questo caso una
delle richieste che la donna-strega rivolge ai giovani è proprio quello di pettinarle i capelli.
Questa possibile convergenza apre un’altra possibilità: potrebbe venire, almeno nel caso romagnolo, il termine pagana dalla corruzione di quello di anguana?
[1] Questo lavoro deve intendersi come un’appendice, o un approfondimento, dell’argomento trattato nell’articolo: Brôta com una paghèna, pubblicato su: la Ludla, anno X, aprile – maggio 2006, n° 4.
[2] Le espressioni italiane hanno poi anche il loro corrispettivo in dialetto romagnolo; sono note le frasi: “…brôta com’ un rosp …” oppure “… l’è propri un cagnaz …”.
[3] M. CORTELAZZO: La terribile Pagana. su: Parole Venete, Vicenza 1994.
[4] A. P. Ninni, Scritti II, Bologna 1964.
[5] Convegno di Studi su Etnografie intorno al Polesine in età moderna e contemporanea. Rovigo 2002.
[6] Su questo aspetto delle tradizioni irlandesi si suggerisce: Croker, T. Crofton: Racconti di fate e tradizioni irlandesi, Neri Pozza Edit., 2001; Yates, B. William: Fiabe Irlandesi, Newton Compton, Roma, 2005.
[7] In una versione di Biancaneve e i sette nani dei fratelli Grimm, la principessa Biancaneve, dopo aver sposato il principe, fa decapitare la matrigna cattiva; in un’altra versione le fa strappare il cuore.
[8] Per questa figura, relativamente alla Romagna, vedere il lavoro: TRA BORDA E ANGUANA. Similitudini e discrepanze tra figure femminili legate al culto delle acque. Il loro ricordo tra Romagna e regioni nordiche, pubblicato alla pagina TESTI di questo stesso sito.
