L’apparente illogicità di alcuni detti popolari ha origine dall’antichissima regola tribale delle “proibizioni tabuistiche”
Lo studio delle tradizioni popolari trova nei proverbi, nei modi di dire, nei motti e nelle facezie, alcuni dei suoi più importanti punti fermi, dato che proprio questi rappresentano il serbatoio della cultura che si vuole studiare; si potrebbe dire che proverbi, modi di dire, ecc… stanno allo studio della cultura popolare come scritti di uomini politici, dichiarazioni di guerra, atti pubblici in genere stanno allo studio della storia.
A riguardo di un documento storico si potrà non essere d’accordo con quanto vi viene espresso, trovare difficoltà tecniche nell’interpretazione (ad esempio nella traduzione di documenti antichi, magari malridotti) ma comunque sono atti che è facile capire; invece nel caso dei proverbi, o dei modi di dire, ci si imbatte a volte in espressioni che, di primo acchito, si potrebbero definire solo come irrazionali o, perlomeno, la cui logica non è assolutamente chiara; e ciò è ancora più spiazzante quando si pensa che la funzione sociale dei proverbi e dei modi di dire è peculiarmente quella di fornire indicazioni sul “buon vivere in comunità”, una sorta di decalogo legislativo popolare e, proprio in funzione della sua matrice popolare, più facilmente accettabile di quello imposto dal potere costituito: per questo motivo dovevano comprendersi facilmente.
Per analizzare questo argomento ci limiteremo all’analisi di alcuni esempi nella casistica dei modi di dire della Romagna, la cui comprensione ci darà però la chiave interpretativa di questo particolare problema.
Iniziamo in particolare con quel detto romagnolo, apparentemente privo di una spiegazione razionale, che afferma: “Non si possono tagliare le unghie, sia delle mani che dei piedi, dei bambini inferiori ad un anno di età, altrimenti diventerebbero ladri”.
Possiamo immaginare che generazioni di genitori si saranno chiesti come si legava l’atto del taglio delle unghie all’attività ladresca, magari elaborando quei complicati percorsi mentali in cui l’animale umano è particolarmente dotato (come ci ha insegnato la psicanalisi), per cui forse sono giunti alla correlazione mentale: unghie > artigli > uccello rapace > rapina > ladro; qualcun altro, portato ad analisi più pratiche, avrà visto magari in questo divieto un modo di proteggere i bambini, piccoli e fragili, da pratiche relative alla cura del corpo forse troppo pericolose se affidate a mani callose di persone abituate alla pesantezza delle zappe e dei vomeri; qualcun altro ancora avrà pensato che mani con unghie curate assomigliavano troppo a quelle dei ricchi (“ladri” per generale attribuzione popolare) per cui era meglio che assomigliassero a quelle, con unghie rotte e sporche, dei loro genitori.[1]
Tutte le popolazioni della terra hanno dedicato, naturalmente particolare attenzione alla protezione dei bambini; già i romani ponevano al loro collo la “bulla”, un pendaglio contenente un qualunque elemento magico protettivo (il nome di un dio, una reliquia, ecc..). Tale tradizione si è rinnovata in quella romagnola di appendere alle vesti di bambini morti una preghiera scritta su un piccolo pezzo di carta ed avvolta nelle vesti mortuarie (chiamata “il breve”) e, comunque, è lo stesso fenomeno che ci induce oggi ad indossare catenine con medagliette raffiguranti santi o simboli magici.
Per capire questo fenomeno è necessario rifarsi a quell’antichissimo sistema di relazioni sociali dominato dalla presenza e dalla stretta osservanza di “tabù” all’interno delle società umane più ataviche. La più antica paura dell’uomo è sempre stata generata dall’ansia per la propria sopravvivenza: come fare a sopravvivere oggi, domani e nei giorni a seguire, come procurarsi il cibo, come evitare di morire a causa di conflitti con altri uomini o altri gruppi tribali, come sopravvivere alle malattie: questi erano i problemi fondamentali delle società primitive[2].
Con il consolidarsi delle strutture sociali si è venuta formando, di pari passo con queste, un’omologa “rete di protezione” del gruppo legato al rispetto delle regole comunitarie; per fare un esempio, se le scorte di cereali dovevano essere sufficienti dal momento della mietitura fino all’anno seguente, era necessario non sprecare cibo in pranzi considerati eccessivi, per cui nascevano leggi non scritte, ma affidate al senso comune, che prevedevano di astenersi dal cibo in determinate occasioni (magari in particolari giornate dedicate al culto, o durante giornate predefinite dedicate a riti sociali).
Il rispetto di queste regole o, rovesciando il discorso, la proibizione di tenere particolari comportamenti, garantiva la sopravvivenza; la loro infrazione, al contrario, avrebbe finito per condurre alla disgregazione del sistema, portando alla rovina del sistema collettivo.
Fino a questo punto il sistema non è molto diverso da un semplice codice etico; ciò che lo ha trasformato in una serie di regole accettate acriticamente (ossia quello che in antropologia viene appunto considerato un “sistema di tabù”) è stata la “perdita della memoria del motivo pratico” originario di tali comportamenti; vale a dire mentre che un individuo che si asteneva dal cibo in particolari giornate perché questo aumentava la durata delle scorte alimentari non faceva che seguire una regola di sicurezza, quello che non mangiava perché la propria cultura gli diceva che “ciò non si doveva fare” il giorno del solstizio d’estate (e non era a conoscenza di altri motivi) semplicemente seguiva una regola “tabù”.
È facile intuire come la mancata conoscenza delle motivazioni pratiche di queste regole abbia finito per creare una serie di giustificazioni alternative fantasiose, basate per lo più su racconti e leggende, ma accumunate da un unico elemento: il mancato rispetto delle regole portava all’estinzione del gruppo. Esaminando la numerosa bibliografia su questo tema si trovano testimonianze su credenze che, senza il rispetto dei tabù, facevano credere che popolazioni intere sarebbero state rapite dai morti, o da stermini causati dalla caduta della luna sulla terra, da sconvolgimenti geologici come alluvioni o maremoti, sbranati da belve feroci, ecc…
In definitiva il rispetto dei tabù era lo scotto che si doveva pagare per garantire la stabilità propria e della propria gente, quella cosa che garantiva la sicurezza fisica e psicologica dell’esistenza.
Il fenomeno non è molto diverso da quello nevrotico della persona che, camminando per strada, cerca di non calpestare le giunzioni della pavimentazione stradale, o di quello (ormai al limite del patologico) di chi allinea costantemente le posate sulla tavola; queste persone, anche se solo inconsciamente, credono che se non rispettano queste regole accadrà qualcosa di negativo, anche se non sanno esattamente cosa.
Ma oltre a creare la convinzione di questi destini escatologici, la mancanza del ricordo del fine pratico del divieto portava ad una ritualizzazione dei divieti stessi sempre più complessa ed elaborata; proprio perché non ne ricordava il motivo “vero”, un individuo indotto a non mangiare in certe occasioni poteva chiedersi se, invece, fosse lecito bere, o magari cosa bere, e come; per questa ragione il sistema dei tabù è uno dei più astrusi e complicati che l’antropologia sia stata in grado di mettere in evidenza: c’erano tabù sul cibo, sugli abiti, sui rapporti sessuali, sulle norme da tenere nel rapporto con gli altri (diversi se erano della stessa tribù o estranei) sugli utensili di lavoro, sugli animali cacciati o allevati, su quelli domestici, sul modo di coltivare la terra e così via.
Tra questi tabù ve ne erano alcuni legati alla protezione contro il “furto dell’anima”, ed è proprio questi che esamineremo in relazione al problema posto, ossia alla spiegazione del “modo di dire” relativamente al taglio delle unghie.
L’uomo primitivo temeva, infatti, che l’anima potesse essergli rubata; secondo questo concetto l’anima, intesa come un “altro sé stessi”, era qualcosa che poteva sfuggire attraverso un’apertura del corpo (generalmente dalla bocca o dalle narici) ed essere utilizzata contro di lui con fatture magiche, e quindi era necessario ricorrere a forme di protezione che scongiurassero questo evento[3].
Al di là di queste forme di protezione, che per il momento non ci interessano, questa credenza ci testimonia dell’importanza di questo fenomeno; l’anima poteva essere rubata anche impossessandosi di parti del corpo umano, come unghie, denti, capelli, che, essendo appartenuti ad un uomo, continuavano a rappresentarlo, secondo la logica della magia imitativa: essendo una parte del suo corpo questa stessa parte era ancora in comunicazione con la sua anima. Altri modi di rubare l’anima erano quelli di fare riflettere il corpo di un uomo da uno specchio, o di cercare di fotografarlo, come sappiamo dalle testimonianze di tanti ricercatori[4].
È noto come in tutte le culture c’era la credenza di poter “affatturare” qualcuno utilizzando parti del suo corpo (come capelli, unghie, denti o brandelli di pelle) magari disposte su una statuetta di cera per ricreare una figura umana. I rituali di questo tipo più noti, soprattutto al grande pubblico, sono quelli della cultura haitiana del voo-doo.
Testimonianze di questi tabù sono state particolarmente raccontate dall’esploratore francese Jules Crevaux[5].
Alla luce di ciò appare evidente che unghie e capelli tagliati, denti caduti o quant’altro fosse appartenuto ad un uomo (ad esempio anche lo sputo, o una qualunque parte amputata del corpo) dovessero essere protetti da malintenzionati; a questo punto l’apparente illogicità del detto romagnolo sul taglio delle unghie dei bambini non ci sembra più tale: l’evitare il taglio era un modo per non disperdere quanto veniva tagliato, e l’avvertimento sulla possibilità che il bambino diventasse un ladro era solo il metodo per convincere i genitori a seguire questa regola, visto che, come abbiamo abbondantemente dimostrato, “non esisteva più il ricordo dell’antica motivazione del divieto”.
Si trattava, quindi, di una pratica tabuistica.
Che il tabù avesse origini antichissime e che fosse diffuso in tutto il mondo è dimostrato da molti documenti: nella cultura latina, al Flamen Dialis i capelli e le unghie potevano essere tagliati solo da un uomo libero e con un coltello di bronzo, e capelli ed unghie dovevano essere sepolte sotto un albero; gli Uroni, nativi americani del Nord America, si tagliavano i capelli solo in determinati momenti dell’anno e stante il rigido controllo dello sciamano della tribù; gli abitanti delle isole Figi ponevano i capelli tagliati in canne svuotate che venivano bruciate seguendo le norme di una rigorosissima ritualità[6]. Potremmo continuare con infiniti esempi, per i quali si rimanda, eventualmente, alla letteratura specializzata.
Sempre a questa convinzione fa riferimento un’atra tradizione romagnola, quella della cosiddetta “orma tagliata”; secondo questo rito si potevano compiere riti magici su un individuo impossessandosi della sua orma, o, per essere più chiari, di quella parte di terreno che veniva da lui calpestata[7].
Come ultimo esempio di tabuismo possiamo ricordare quello legato al nome proprio di un individuo: poiché anche il nome è legato all’individualità spirituale del portatore, esistevano innumerevoli tabù sul fatto di poterlo pronunciare o solamente conoscere; prova ne sia, nel corso dei secoli, gli innumerevoli divieti di pronunciare i nomi di varie divinità, o i “nomi segreti” che si auto attribuivano gli adepti di scuole gnostiche, filosofiche ed esoteriche.
Forse nell’antica abitudine romagnola di avere un nome “ufficiale”, diverso da quello con il quale si veniva chiamati usualmente in famiglia o tra conoscenti stretti, potrebbero rintracciarsi germi di questa antica credenza.
Il fatto meriterebbe di essere indagato.
[1] Da notare che queste diverse interpretazioni non sono in contraddizione tra loro. Quando si crea una “legge non scritta”, sia essa un divieto o una imposizione ad agire in un certo modo, la stessa legge diventa il collettore di una serie di interpretazioni diverse, ognuna delle quali ha la sua ragione di esistere. Nel caso in esame, per esempio, il fatto che un divieto fosse nato per un certo motivo (come si vedrà più avanti) non toglieva nulla al fatto, positivo, che l’evitare di tagliare le unghie abbia contribuito a diminuire maldestri incidenti, ferite, infezioni od altro alle mani di bambini molto piccoli.
[2] Oggi, d’altro canto, il fatto che tante persone cerchino sicurezza sul loro futuro consultando astrologi e chiromanti, ci mostra che questa paura universale non è passata, e come il nostro desiderio di sopravvivenza cerchi di aggrapparsi a qualunque metodo che sembrerebbe in grado di avvertirci in anticipo dei nostri possibili problemi.
[3] Alcuni detti popolari, utilizzati anche oggi, come “tenere l’anima con i denti”, testimonia di come la convinzione della possibilità della fuga dell’anima si sia tramandata fino a noi contemporanei, anche se, naturalmente, in maniera inconscia.
[4] Probabilmente a questa antica credenza si deve la tradizione popolare che gli specchi della camera da letto in cui si trovava un moribondo dovessero essere coperti.
[5] Crevaux non ha mai scritto nulla di suo, ma le sue ricerche sono state pubblicate da Edward J. Godman nel libro: The Explorers of South America, University of Oklahoma Press, 1992.
[6] M. Olfield & J. Alcorn: Conservation of Traditional Agrosystems, In: Biodiversity, Culture, Conservation an Ecodevelopment, Westview Press, Boulder, 1965.
[7] Su questo tema si rimanda all’interessante lavoro sulla stregoneria in Romagna di M.P. Fabbri: L’orma tagliata. Sulle tracce di un’antica stregoneria. Editrice La Mandragora, Imola, 2006.
