Agosto 2017

Nel 1964 fu dato alle stampe, per una pubblicazione curata dal Genio Civile (La Rivista di Ingegneria) un lavoro dell’ingegner Agatino D’Arrigo che riportava una serie di considerazioni su quelli che erano stati, probabilmente, i contributi di Leonardo da Vinci relativamente alle opere marittime operate a Cesenatico a seguito degli studi dello scienziato fiorentino[1].

Partendo dall’ampia bibliografia sulla situazione geologica della costa adriatica, patrimonio, anche se datato, del Genio Civile del nostro paese, e basandosi su una serie di calcoli e considerazioni tecniche che non è il caso di riportare in questo contesto, questo lavoro poco conosciuto di D’Arrigo arrivava a stabilire l’avanzamento della linea di costa di fronte a Cesenatico fin dal periodo in cui, nell’anno 1302, i cesenati decisero di creare un avamposto sulla costa stessa (ved. Fig. 1).

Nella relativa mappa si può notare come la linea di costa si trovasse, nel 1302, all’altezza del ponte San Giuseppe (oggi ponte Leonardo, comunemente noto come “ponte del gatto”); nel 1643 circa a metà strada tra la piazzetta antistante l’attuale pescheria e lo squero; nel 1740 più o meno all’altezza del non più presente ponticello prospiciente Via del Fortino; nel 1841 all’incirca all’altezza di Via E. de Amicis; ed infine nel 1902 poco oltre l’attuale Viale Carducci.

Ma al di là di queste, pur interessanti, informazioni, D’Arrigo pone la sua attenzione sulla questione fondamentale, sulla quale da anni si discute: qual è stato l’effettivo apporto di Leonardo sulla costruzione del porto?

Pur essendo chiaro da tempo che Leonardo non ha progettato il porto originario, che fu iniziato dai cesenati nello stesso anno della costruzione della rocca e terminato il 10 agosto 1314 (come risulta dagli Annali Cesenati) non è mai stato chiarito quali furono effettivamente le modifiche (perché solo di queste si può parlare) e di quale importanza, visto che si può escludere un rifacimento ex novo del porto, fatto di rilevanza tale che sarebbe rimasto sicuramente registrato in documenti storici.

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Fig. 1. Sulla mappa sono riportate, indicate dalla linea punteggiata, le linee di costa negli anni (da sin.): 1302, 1643, 1740, 1841, 1902. Sono i risultati di considerazioni sull’aspetto geologico della zona e di calcoli sulla velocità di sedimentazione e del moto ondoso. La mappa originale, riferentesi ad una situazione del 1938, è stata modificata, al fine di renderla più leggibile, secondo le seguenti caratteristiche: sono stati eliminati i percorsi stradali e la relativa toponomastica, i corsi d’acqua minori, le batimetrie del fondo marino e le indicazioni sui venti prevalenti, le scale metriche di riferimento. Rimangono inalterate le posizioni degli edifici presenti nel 1938. Per un orientamento di massima sono stati evidenziati (non presenti sulla mappa di D’Arrigo)i seguenti punti: 1: Rocca Malatestiana; 2: lo squero; 3: la chiesa ed il convento dei cappuccini. Per un’analisi della mappa originale si rimanda al lavoro di D’Arrigo, riportato alla nota 1 a pie’ di pagina, consultabile presso la Biblioteca Malatestiana di Cesena.

Le considerazioni di D’Arrigo partono dall’analisi della famosa immagine del porto tracciata nel Codice L (folio 66 verso) datato 6 settembre 1502, e che mostra lo schema dell’andamento del canale (ved. Fig. 2) ed in particolare da una notazione riportata a fianco del protendimento di destra; tale notazione era “4a.T” e, a quanto pare, il suo significato non era stato chiarito da nessuno degli specialisti che si erano occupati di progetti vinciani, ad iniziare da Charles Ravaisson Mollien che per primo, nel 1890, aveva tentato la traduzione in francese del Codice L, per finire con Luca Beltrami in due opere successive[2].

Entrambi questi autori avevano dato per scontato, pur non comprendendone il significato, che tale notazione si riferisse a questioni riguardanti le caratteristiche costruttive del porto, così come era per tutte le altre riportate sul disegno (larghezza del canale in diverse posizioni, distanze tra sezioni successive, ecc…).

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Fig. 2. La nota immagine del Codice L (folio 66 verso) che mostra l’andamento del canale con le notazioni di Leonardo. La freccia indica la notazione “4a. T” dalla quale sono iniziate le considerazioni dell’autore.

D’Arrigo, esaminando diversi progetti di Leonardo, verificò che ogni volta che lo scienziato si era dedicato a lavori relativi alla costruzione di porti, aveva posto una particolare importanza all’andamento dei venti dominanti, dato che proprio essi sono i fattori maggiormente responsabili dell’insabbiamento dei canali, soprattutto nei casi in cui, come a Cesenatico, il porto non viene costruito alla foce di un fiume, e quindi non può giovarsi dell’apporto costante dello scorrimento delle acque dolci come “spazzino” dei depositi sedimentali; inoltre Leonardo era al corrente dei risultati, a questo riguardo, di porti costruiti da altri, soprattutto in territorio francese[3].

In base a questi fatti D’Arrigo ritenne che la notazione “4a.T” altro non significasse che “quarta di tramontana” ad indicare in questo vento quello maggiormente responsabile dei problemi di insabbiamento, ed a testimonianza che l’interesse di Leonardo fosse focalizzato soprattutto su questi fatti più che su progetti di costruzione del porto.

Un altro punto preso in considerazione era quello relativo all’altro disegno di Leonardo riguardante Cesenatico (folio 68 recto) dal quale si nota una campagna non percorsa da canali di drenaggio importanti (ved. Fig. 3). Lo scienziato evidenzia una campagna piatta, probabilmente malsana e paludosa, ricca di acque stagnanti; se qualche opera idraulica fosse stata presente egli, da quel “idraulico” che era, ne avrebbe preso certamente nota.

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Fig. 3. L’altra immagine del Codice L relativa a Cesenatico (folio 68 recto) mostra la significativa mancanza di importanti canali di drenaggio delle acque interne.

A questo punto le ipotesi di D’Arrigo appaiono abbastanza scontate: visto l’interesse mostrato da Leonardo (e testimoniato dai suoi schizzi) su venti, correnti marine e canali, il suo intervento fu quello di suggerire miglioramenti per liberare il canale dai sedimenti che costantemente ne ostruivano il corso, probabilmente con la costruzione del bacino, con la realizzazione di un certo numero di canali di drenaggio (il più importante dei quali fu, probabilmente, il canale noto come “Venarella” attualmente tombinato), e la costruzione di sbarramenti che permettessero di trattenere l’acqua “a monte” per rilasciarla con la bassa marea per favorire l’allontanamento delle sabbie dal fondo del canale.

Forse la più antica di queste opere di sbarramento si trovava proprio nel ponte di San Giuseppe, se è vero che Luca Beltrami, in una delle sue opere citate, riporta:

 

“… nell’occasione di alcune opere recentemente [1901] eseguite dall’egregio ing. Leopoldo Antonelli al vecchio ponte di S. Giuseppe, allo scopo di riattarvi il transito, si è potuto riscontrare come, delle tre luci in cui è diviso il ponte, quella mediana dovesse originariamente essere in legno, probabilmente mobile a guisa di ponte levatoio, per lasciar passare le navi; in quella luce mediana si trovarono anche dei vecchi cardini di ferro, cui dovettero una volta corrispondere dei sostegni o paratie mobili…”.[4]

 

Probabilmente suggerisce anche un diverso protendimento del molo di destra rispetto a quello di sinistra, come i tratti più marcati di questo particolare (folio 66 verso) sembrano far ritenere.

D’Arrigo non manca di far notare, a sostegno della sua ipotesi, come il termine “vena” per indicare un corso d’acqua per il drenaggio dei terreni, ricorra costantemente nel territorio di Cesenatico, forse proprio a causa del parallelismo costantemente presente, nella mentalità dello scienziato fiorentino, tra lo scorrere del sangue nel corpo umano e quello delle acque nelle terre abitate dall’uomo.

Del resto che Leonardo si sia occupato soprattutto di questioni inerenti le opere di canalizzazione, è un’ipotesi che propone anche Gianni Briganti, in un interessante lavoro che ipotizza un intervento dello scienziato nella costruzione (o, sarebbe più giusto dire, in “suggerimenti sulla costruzione”) del mulino di Bagnarola[5].

In definitiva possiamo pensare che, per quanto riguarda la visita di Leonardo a Cesenatico, si sia sviluppato uno scenario come quello proposto.

Valentino Borgia, Duca di Romagna, aveva in mente grandi idee, tra cui quella di costruire un canale navigabile che dal mare arrivi fino a Cesena; aveva già un suo architetto, Francesco Spezante, del quale però no si fidava più da quando, nel 1501, alcuni lavori da quest’ultimo portati a termine per governare il tragitto del Savio crearono grossi problemi a Martorano, procurando anche dei morti.

Invitò allora, nel 1502, Leonardo da Vinci a prendere visione della situazione del luogo in previsione della costruzione del “suo” canale fino a Cesena; Leonardo, da quella persona concreta che era, si resee conto che il porto si trovava in situazioni disastrose, soggetto com’era all’insabbiamento, e suggerì interventi più urgenti: il canale fino a Cesena si sarebbe fatto più tardi (e, come sappiamo, non si è più fatto).

A questo punto, nell’ovvia ipotesi che ciò che D’Arrigo propone sia vero, possiamo rispondere alla domanda: Leonardo da Vinci ha progettato il porto di Cesenatico?

La risposta dipende dal significato che si attribuisce al termine “progettare”; se con ciò intendiamo la costruzione di qualcosa dal nulla dobbiamo rispondere sicuramente in maniera negativa! Se però progettare può significare rimettere in sesto e far funzionare qualcosa che fino a quel momento si trovava in situazioni pessime la risposta è decisamente positiva; è la stessa differenza che esiste tra i termini “fondatore” e “rifondatore” quando nelle discussioni storiche si parla, per esempio, di un impero.

Al di là di valutazioni di merito, alle quali ognuno risponde in base alle proprie valutazioni, qui ci interessava solo far notare come “dovrebbero” essere andati i fatti.

[1] A. D’Arrigo: Leonardo da Vinci, il porto canale e le variazioni della spiaggia di Cesenatico dal 1302 al 1963. “Rivista di Ingegneria”, n. 5, maggio 1964. Industrie Grafiche Stucchi, Milano. Questo lavoro può essere consultato, in fotocopia, presso la Biblioteca Malatestiana di Cesena.

[2] Si tratta, rispettivamente, delle opere:

C. R. Mollien: Les Manuscrit de Léonard de Vinci. Vol. V.: Manuscrits G, L et M. de la Bibliotheque de l’Institut, publiés en fac-similés, phototypiques avec transcription littérales, traduction françaises, avant-propos et tables méthodiques, Paris, Quantin, 1890.

L. Beltrami: Leonardo da Vinci ed il porto di Cesenatico, Milano, Allegretti, 1902.

idem: Leonardo da Vinci e Cesare Borgia, Milano, Allegretti, 1916.

[3] Queste indicazioni, qui riportate sommariamente, risultano molto ben documentate nel lavoro di D’Arrigo.

[4] L. Beltrami: Leonardo da Vinci ed il porto di Cesenatico, citato.

[5] Gianni Briganti: Leonardo da Vinci. Il mulino di Bagnarola e la collocazione temporale dei fogli del Codice L. In: www.brigantisrl.it/Leonardo-Da-Vinci-Mulino-Bagnarola.pdf