Gennaio 2017
È un fatto ormai risaputo che la marineria di Cesenatico, nell’accezione moderna del termine, è nata con l’apporto delle famiglie di pescatori di origine veneta prima (soprattutto di Chioggia) e di San Benedetto del Tronto poi; sono questi uomini che portarono le moderne (per quei periodi) tecniche di pesca e di navigazione e, soprattutto, la decisione di estendere le aree di pesca verso il mare aperto, più al largo di quanto gli abitanti di Cesenatico avessero mai fatto.
Ma ci sono dei motivi per spiegare questo fatto? E solo un caso (uno dei tanti che a volte ci mostra la storia) che una professione così importante per questa zona sia nata sotto la spinta di persone venute da fuori, o ci furono delle cause? Era proprio inevitabile che gli abitanti di Cesenatico non avessero propensione per il mare aperto, quasi una fisiologica ripulsa di avventurarsi in quell’universo che si manifestava così scuro e inquietante per tante parti del’anno?
A Cesenatico non ci troviamo in presenza di una comunità talmente importante da aver lasciato traccia nella storia relativamente alle sue scelte ed alle sue politiche di sviluppo sociale, per cui possiamo solo fare delle ipotesi, basandoci su quei pochissimi documenti che lasciano informazioni appena accennate dell’evoluzione di quest’area.
Quando una comunità nasce e cresce su un’isola diventa indispensabile, per la sua stessa sopravvivenza, che sviluppi un rapporto privilegiato con il mare; la storia e le scienze sociali ci hanno mostrato che in questi casi non solo diventa simbiotico il rapporto tra il mare e lo sviluppo artigianale di quella comunità, ma anche che il mare permea, attraverso il suo simbolismo, lo spirito stesso della popolazione, la sua cultura, le sue forme religiose. E’ il caso mostratoci da tanti studi storici ed etnografici sulle antiche popolazioni delle isole mediterranee, fino a quelli più moderni sulle culture dell’Oceano Pacifico.
La cosa invece non succede quando, nonostante si viva in una zona bagnata dal mare, si ha la possibilità di un entroterra che fornisca sufficiente cibo e riparo: nonostante si dica che l’uomo è nato nell’acqua, egli ne ha un’antica paura, considera il nuoto un’azione anomala e, appena può, cerca di evitare questo elemento ostile.
Probabilmente questa doveva essere la situazione delle più antiche popolazioni delle nostre zone di cui si ha traccia, ossia di quelle di origine centro-italica (umbra e sabina e, successivamente, celtica) che scesero dagli Appennini e dal nord per arrivare sino alle nostre zone costiere: avendo alle spalle un entroterra favorevole all’agricoltura approfittarono poco del mare, le cui spiagge piatte permettevano, inoltre, tipi di pesca che si potevano condurre senza grosse imbarcazioni, oppure con reti lanciate a mano, come vediamo ancora avvenire in certe aree del mondo.

Con l’arrivo delle popolazioni romane, e dopo l’instaurarsi di una struttura politica dominata da quel mondo (Rimini fu fondata nel 268 a.C., le battaglie di Sentino e di Talamone, che portarono alla definitiva sconfitta delle coalizioni celtico-umbre, si ebbero rispettivamente nel 295 e nel 225 a.C.) è pensabile che i veterani di Roma, a cui venivano consegnate le terre conquistate, preferissero le zone più ricche della prima collina, lasciando le terre paludose vicino alla costa a quei celti ed umbri che ancora rimanevano in queste zone (le guerre non fanno sparire completamente un popolo e la sua cultura).
Anche la pianta stradale ci fa supporre questa tacita e pacifica suddivisione del territorio: infatti rimangono tracce di realizzazione planimetrica secondo le tecniche romane della centuriazione (secundum solis – vale a dire secondo la direzione dei punti cardinali) a sudovest della via Emilia, mentre quelle più utilizzate dai celti ed umbri, a nordest e più antiche, rimasero disposte secondo il sistema precedente alla dominazione romana (secundum loci – cioè secondo le caratteristiche geomorfologiche).
Forse le popolazioni più antiche di quella zona che è attualmente Cesenatico si trovavano in questa condizione[1]: gruppi di persone che utilizzavano soprattutto i prodotti delle zone vallive, delle acque interne, e che si dedicavano alla pesca con piccole imbarcazioni poco distante dalla riva (perché rischiare di imbattersi nelle navi romane che avevano stabilito un loro importante porto militare a Ravenna?) se non sulla riva stessa.
È evidente che questa non è la migliore situazione adatta a far nascere, nelle popolazioni rivierasche, una forte tradizione marinara.
Se a questo punto saltiamo il lungo periodo che va da questi antichi avvenimenti agli anni successivi alla costruzione del porto da parte dei cesenati, ci si accorge che questa attitudine alla pesca in acque vicine alla costa venne incentivata dal sistema protezionistico attuato dai cesenati stessi sulla gestione delle potenzialità portuali.
Cesena realizzò un porto soprattutto per favorire i suoi commerci, per avere libertà di movimento per l’importazione e l’esportazione delle merci necessarie al suo sviluppo, e senza dover dipendere quindi dalle imposizioni daziarie di strutture portuali in mano a potenze esterne; il porto di Cesenatico fu per molti anni destinato soprattutto a questo tipo di traffico, utilizzando flottiglie di proprietà non locale, con merci di proprietà di Cesena e di altre città, ed i cesenaticensi furono probabilmente utilizzati come mano d’opera per lo scarico ed il carico del materiale, per il suo immagazzinamento e la guardianìa.
Quando anche il prodotto della pesca cominciò a rappresentare un dato economico importante nel bilancio della città di Cesena, l’atteggiamento non cambiò molto: da una parte si cominciò a concedere qualcosa agli abitanti di Cesenatico, consci che, soprattutto in tempo di pace, val più la carota del bastone, ma si continuò ad adottare misure protezionistiche che impedirono l’ampliarsi del mercato del pescato. A giustificazione dell’atteggiamento “concessivo” dei cesenati riportiamo un documento, tratto dagli Statuta Gabellarum[2] (ordinamenti del dazio) in cui è scritto:
“….disponiamo inoltre ed ordiniamo che tutti e ciascuno che portino alla città di Cesena pesci tanto di mare quanto delle acque dolci […] esentiamo inoltre (dal dazio) tutti e ciascun ospite ed abitante nel porto di Cesena nei limiti della quantità di detti pesci che possano comprare per uso proprio, della loro casa, e dei loro ospiti, esenzione valida solo in detto porto…..”[3]
Uno dei tanti editti con i quali si tentava di regolarizzare il commercio del pesce di Cesenatico da parte degli amministratori di Cesena.
ma d’altro canto si attuò anche una legislazione che imponeva un forte controllo sui prodotti della pesca. Un’ordinanza dei Conservatori di Cesena in data 11 marzo 1588 riporta:
“….. è fatto divieto a pescatori, bragocci, ostrigari, habitanti nel porto Cesenatico, sbarcare alcuna quantità di pesce armato e disarmato […] senza espressa licenza ottenuta dal Podestà del luogo…”
ed un editto, più tardo, del Cardinale legato Carlo de Marini vieta il trasporto del pesce pescato a Cesenatico “al di fuori del territorio di Cesena[4]”.
Anche quando si applicarono misure igieniche (1682. Ordinanza per disciplinare il commercio, del pesce cotto, fresco e salato del Cesenatico) si pensò più alle tre pescherie ufficiali di Cesena (il cardinal legato temeva frodi relative alla vendita di pesce conservato invece del fresco, oppure pescato nel bacino e nelle vene, che si supponevano percorse da acqua non limpida) lasciando però priva di legislazione la vendita al minuto che si “permetteva” al di fuori dei luoghi predetti.
Quando poi, a seguito della soppressione delle saline camerali di Cesenatico si temette una perdita nel bilancio economico di Cesena, il papa concesse gratuitamente alla città di Cesena due magazzini del sale siti a Cesenatico[5], ed il sale venne utilizzato per conservare le eccedenze da utilizzare sempre nel territorio anziché lasciare le stesse eccedenze per un mercato libero.
Forse fu per questi motivi che finirono per decadere alcune imprese commerciali come quella della creazione di “peschiere” (una sorta di antico allevamento ittico in terra) di cui rimangono le tracce in una mappa di Cesenatico della metà del “700.
L’indicazione di una “peschiera” in una mappa di Cesenatico del 1740 realizzata dal canonico e cartografo Domenico Viaggi (particolare). Questo impianto si trovava a qualche centinaio di metri dall’attuale stazione ferroviaria, in direzione nord-ovest.
Negli stessi periodi i comacchiesi già trattavano e commerciavano pesce a Cesena, come si rileva da un atto notarile[6].
Visto lo scarso potere contrattuale dei pescatori di Cesenatico, quelli di Comacchio sono forse stati spinti a “colonizzare” il porto? Anche perché la loro presenza a Cesenatico era già forte, come risulta da un documento del settembre 1733 (una denuncia per diffamazione) nel quale si legge che a Cesenatico erano presenti i “paroni”, termine che rimanda ad un’origine territoriale veneto - chioggiotta.
Scopo di questo lavoro non sono banali questioni campanilistiche, ma solo il tentativo di identificare i motivi che hanno ritardato un’evoluzione professionale che sarebbe potuto avvenire molto prima, e quindi, per spezzare una lancia anche a favore di Cesena bisogna comunque sempre ricordare che per questa città dell’entroterra il porto sulla riva del mare era comunque un’appendice del suo territorio (oggi la chiameremmo una “frazione”); i cesenati lo vedevano come qualcosa costruito con i propri capitali e per proprio interesse, forse gli abitanti locali si erano dimostrati persino indifferenti al progetto, se non addirittura ostili, sicuramente erano lontani dagli interessi di una città che cercava di allargare le proprie potenzialità politiche.
Per Cesena era normale, quindi, considerare questa zona come “propria” anche se lontana (questa mentalità sarebbe stata ben evidenziata più tardi, quando Cesenatico richiese l’autonomia) e le zone più lontane dal centro sono sempre state, agli occhi degli amministratori, un po’ meno importanti delle altre.
[1] Sulla popolazione di Cesenatico, comunque si chiamasse allora, le cose sono ancora avvolte dalla nebbia. Del periodo che va dalla sparizione della più antica Ad Novas e fino alla creazione del porto da parte di Cesena si hanno scarse tracce documentali; nuove informazioni dovrebbero scaturire dall’analisi reperti ritrovati negli scavi di Ca’ Bufalini condotti dal gruppo di archeologi guidati dal Dott. Denis Sami, attualmente in fase di studio e, si spera, di futuro ampliamento.
[2] Gli Statuta Gabellarum sono parte degli Statuta Civitas Caesenae 1589 (Cesena, Biblioteca Malatestiana, Coll. 162 – 198).
[3] Archivio di Stato di Cesena, rubr. LVIII, 1531, 1550-1739, voll.2 (nn. 556 - 557). La parte in grassetto è dell’autore. Per approfondire questi aspetti, sopratutto dal punto di vista economico e merceologico, si rimanda al lavoro Il pesce e la “pescaria” del Cesenatico, di Lanfranco Mancini, Studi Romagnoli XX (1969) F.lli Lega Editori, Faenza, saggio da cui sono tratti molti dei dati riportati nel presente lavoro.
[4] Archivio di Stato di Cesena, rubr. LVIII, citato.
[5] S. Tassinari, La Soppressione delle saline camerali del Cesenatico nel sec. XVIII, Studi Romagnoli XX (1969) F.lli Lega Editori, Faenza.
[6] 1531. Notaio Chrystophorus, Filius Olim ser Antonij de Fortis Caesenas.
