Giugno 2016

Nella nostra storia nazionale il termine “brigantaggio” rimanda alla memoria le immagini di quegli individui armati di archibugio che infestarono, tra “700 e “800, soprattutto le zone del meridione e della Romagna; nel ricordo popolare al brigantaggio è associata anche l’immagine di combattenti contro i soprusi delle classi più ricche, una sorta di rivendicazione sociale ancora indefinita che avrebbe anticipato l’unificazione nazionale. 

Sebbene i motivi che originavano il brigantaggio stessero indubbiamente nella miseria, l’analisi storica ha ormai ampiamente dimostrato come il ruolo di “vendicatori” delle classi popolari fosse solo un modo di guadagnarsi la complicità della gente più povera, finalizzata a trovare aiuto, quando serviva, contro le forze di polizia; questo rapporto era ben noto anche ai politici di quel tempo[1], così come era ben noto anche a quelli che ne approfittarono per imbastire lotte politiche reazionarie ammantandole di una veste “popolare”, come nel caso delle milizie antigiacobine (i “sanfedisti”) del cardinale Fabrizio Ruffo, che tentarono la riconquista borbonica di Napoli diventata Repubblica Napoletana.

In Romagna la mitizzazione del brigante come difensore degli oppressi si deve probabilmente allo stereotipo (che gli stessi romagnoli hanno ancora di sé stessi) di una etnia di gente ribelle, passionale, sempre pronta a farsi giustizia da sé stessa, stereotipo a cui non è sfuggita neppure la letteratura[2].

Il brigantaggio ha origini antiche (esiste un editto contro "grassatori, banditi, facinorosi e malviventi" già nel 1696 pubblicato da Innocenzo XIII) ma il più famoso è quello che ci viene illustrato nei documenti storici fin dal XVI secolo: prima ancora del noto Stefano Pelloni, detto “il Passatore" (Stuvanèn d'e Pasadôr) in Romagna c’erano stati Gaetano Prosperi, detto “Spirito”, Prospero Baschieri, Sebastiano Bora (Puiena), Tommaso Rinaldini (Mason d'la Blona), Michele Botti, detto "Falcone", Luigi Casadio (E Gagin)[3], Antonio Cola (Fabrizj), Giuseppe Afflitti, detto “Lazzarino”[4].

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Tra le imprese del Passatore quella che più ha contribuito a far nascere il mito del difensore dei più poveri è probabilmente la rapina a danno dei cittadini di Forlimpopoli, la notte del 25 gennaio 1851. I briganti penetrarono nel Teatro Comunale durante una rappresentazione e, saliti sul palco da cui puntavano i fucili verso gli spettatori, li rapinarono uno per volta.

Anche in Romagna, come nelle zone meridionali d’Italia, le radici del banditismo era sempre la solita: la miseria endemica, esasperata dalle condizioni politiche e sociali dovute allo stato pontificio, che considerava questa una terra barbara ed incivile, utile per essere sfruttata e utilizzata come via di passaggio per il Veneto (e l’Europa del Nord) senza essere costretti ad attraversare le terre toscane, dove non sempre la gerarchia ecclesiastica era ben vista, e la cui frammentazione politica portava al moltiplicarsi delle tariffe doganali.

Diverso dal meridione era da noi lo stato sociale dei briganti: più legato a questioni riguardanti le proprietà terriere al sud (quelli meridionali venivano, per lo più, dallo stato bracciantile) mentre i romagnoli erano generalmente contrabbandieri[5].

Ma le origini potevano anche essere diverse.

Soprattutto nei secoli precedenti non era raro che si diventasse briganti a causa di lotte politiche legate a diatribe tra famiglie nobiliari (e in questo caso erano i nobili a diventare banditi); uno di questi ebbe una vicenda che si concluse proprio a Cesenatico.

Alfonso Piccolòmini, duca di Montemarciano, nacque nel 1550 (la data però non è certa); discendeva dalle famose famiglie dei Piccolòmini di Siena e degli Orsini, quindi era uno dei discendenti di papa Pio II.

Non aveva ancora diciotto anni quando uccise uno dei Baglioni, nobili di Perugia, per questioni di interessi legati ai possessi di terre. Ciò gli costò la scomunica da parte del papa Gregorio XIII; per questo fatto fu costretto a darsi alla macchia. Fu salvato dall’intervento del granduca di Toscana, che lo aiutò a fuggire in Francia dove rimase otto anni servendo il re di quel paese come militare.

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Tornò poi in Italia, e poiché la scomunica era ancora in vigore si diede alla latitanza mettendo insieme una banda di circa 200 uomini (toscani, romagnoli e marchigiani, alla fine della sua carriera erano diventati più di 500) che nascondeva nei suoi possedimenti.

Come vassallo dei Medici in un primo tempo riuscì a barcamenarsi tra questi ed i loro nemici (convinse i Medici che avrebbe potuto liberare la Toscana da bande criminali) ma le sue imprese assunsero sempre di più il carattere di scorrerie senza regola alcuna, soprattutto durante una carestia nel 1590, durante la quale cercò di darsi la fama di “amico del popolo oppresso”. Ma questo suo tentativo non poté nascondere i fatti sanguinosi di cui si era reso colpevole: assaliva i conventi mettendo a morte tutti i religiosi che vi trovava, uccise alcuni suoi avversari politici facendoli sgozzare alla presenza dei parenti, in un paese vicino a Civitavecchia fece uccidere tutti gli abitanti maschi.

Ciò costrinse il granduca di Toscana ad allearsi con il papa per dargli la caccia. Fu allora che Piccolòmini si imbatté in un suo vecchio nemico: Pierconte Gabuzi.

Nato vicino a Senigallia da famiglia di nobili locali, Pierconte Gabuzi si dedicò alla carriera militare, particolarmente a favore di Venezia (fu uno dei comandanti che più si misero in mostra durante l'assedio di Famagosta, nel 1571, cosa per la quale il Senato veneto lo nominò colonnello[6]).

Tra i due c’era una vecchia ruggine, poiché Piccolòmini accusava Gabuzi di averlo screditato agli occhi di papa Gregorio XIII (e per vendicarsi di questo fatto il bandito aveva saccheggiato e distrutto Montalboddo, paese natale di Gabuzi, e cercato di farlo uccidere con un’imboscata capeggiata da un bandito di nome “Selvatico”). Quando il papa ed il granduca di Toscana decisero di porre termine alle imprese di Piccolòmini, Gabuzi ottenne dalla Serenissima un gruppo di armati albanesi per dare aiuto alle truppe toscane. Alfonso Piccolòmini iniziò allora una fuga attraverso la Maremma e la Romagna fino a quando, ai primi di gennaio del 1591, venne catturato dalle truppe toscane e pontificie a Cesenatico: Gabuzi era tra coloro che lo fermarono[7].

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Un ritratto di Pierconte Gabuzi

La zona attorno alla Cesenatico di quel tempo era il terreno più adatto da utilizzare come nascondiglio: sufficientemente lontano da grandi centri (ma non troppo per impedire l’invio di richieste di soccorso) vicino ad un mare magari utilizzabile in caso di fuga, percorso da canali che dividevano appezzamenti di terreno spesso incolti e paludosi, abitato da contadini e pescatori ignari delle beghe politiche e delle loro implicazioni sociali.

Ma questo, evidentemente, non gli fu sufficiente.

È lo storico Ludovico Antonio Muratori a ricordare, nei suoi Annali, proprio Cesenatico come luogo di cattura del bandito:

“Anno di Cristo 1591, indizione IV di INNOCENZO I papa, di Rodolfo II, imperadore.

Più che mai e in maniera disusata sii provarono nel verno, e nei mesi susseguenti di questo anno i terribili morsi della fame in Italia , ed anche fuori l’ Italia […]. A questo malore si aggiunse una perniciosa epidemia, probabilmente originata o dalla mancanza, o dalla mala qualità dei cibi per cui gran copia di gente sorpresa da deliqui, o da acute febbri perì […]. I duchi di Firenze, Ferrara, Urbino ed altri principi, e spezialmente la saggia repubblica di Venezia, non perdonarono a spesa veruna per tirar grani da lontanissime contrade a fin di soccorrere al bisogno dei loro popoli. […] Medesimamente in questo anno più che mai infierirono i banditi in campagna di Roma, e in Romagna. Per conto di questa ultima provincia, mosso dal pontefice, Alfonso duca di Ferrara, seppe trovar la maniera di purgarla da quei tanti masnadieri, inviando il conte Enea Montecuccoli con assai squadre di cavalli e fanti, e certe carrette conducenti artiglierie colle loro troniere, le quali nello spazio di due mesi parte uccisero, parte dissiparono quella canaglia. […] Nel Cesenatico restò anche preso Alfonso Piccolomini, gran caporione di quelle masnade, e condotto a Firenze, quivi trovò quel fine, che conveniva ai meriti suoi . …[8]

Alfonso Piccolòmini venne condotto a Firenze (il papa lo avrebbe voluto a Roma) dove fu processato ed impiccato nel palazzo del Bargello, il 16 marzo 1591: aveva poco più di quarant’anni, di cui più di venti spesi ad uccidere e terrorizzare.

[1] Francesco Saverio Nitti scrisse: “Per le plebi meridionali il brigante fu assai spesso il vendicatore e il benefattore: qualche volta fu la giustizia stessa. Le rivolte dei briganti, coscienti o incoscienti, nel maggior numero dei casi ebbero il carattere di vere e selvagge rivolte proletarie.”

[2] Si pensi ai famosi versi sul Passatore di Giovanni Pascoli, o al racconto “Sangue romagnolo” di Edmondo De Amicis. Questo fenomeno è vero (anche se solo in parte) per il meridione, dove Vincenzo Padula scrisse, nel 1850, il dramma "Antonello, capobrigante calabrese".

[3] La storia di questo bandito, che si era quasi dimenticata, è tornata alla memoria collettiva grazie ad un articolo di Franco Gàbici apparso sul “Resto del Carlino” nell’agosto del 2001.

[4] Per chi volesse approfondire queste storie si rimanda a vari volumi, di cui si riporta una lista non esaustiva: TURCHINI A., Società, banditismo, religione e controllo sociale fra Romagna e Toscana: la Val Lamone nel XVI secolo, « Studi Romagnoli » XXVIII, 1977; ANTONIELLI L., DONATI C. Corpi armati e ordine pubblico in Italia (XVI-XIX sec.). Il banditismo nella Romagna toscana. LOMBARDI, F.: Briganti in Romagna. Secoli XVI-XIX. Il Ponte Vecchio, Cesena, 2009.

[5] E’ interessante ricordare come il contrabbando sia rimasto a lungo un’attività delle nostre zone. A Cesenatico esistevano contrabbandieri fino agli anni “50 del secolo scorso (in questo caso di sigarette) e l’attuale via Zara veniva identificata, in mappe comunali degli anni “20, come “Via Contrabbandiera”.

[6] Venezia, Bibl. del Civico Museo Correr, Mss. Cicogna, 2993/IV, cc. 11v-12.

[7] A. Morosini, Venetiarum principis vita, Venetiis 1628.

[8] Annali d' Italia di Lodovico Antonio Muratori, Edizione Novissima, tomo XXIV. Dalla tipografia di Antonio Curti, in Venezia, MDCCCI.