Il trascorrere del tempo incide sulla memoria a seconda del rapporto con l’oggetto da ricordare.
Lo studio delle scienze che riguardano i meccanismi della biologia neurale è divenuto, dalla metà del secolo scorso, un valido alleato dell’antropologia culturale; superati i primi momenti di reciproca diffidenza, motivati dalle reciproche accuse di materialismo da una parte e di eccessiva fantasia dall’altra, la sempre maggiore comprensione dei fenomeni riguardanti la percezione dei dati, il loro modo di accumularsi nel “serbatoio della memoria”, lo scambio tra soggetti diversi, ha fornito strumenti di analisi utili agli antropologi, che devono costantemente scontrarsi con la veridicità di un dato, o di un avvenimento, successo molto tempo prima[1].
A questo riguardo è interessante verificare quanto siano utili nelle analisi di fenomeni antropologici alcuni risultati degli studi sulla memoria ed i suoi limiti ottenuti nel campo delle scienze neurologiche. In particolare è interessante notare come la costante presenza di un modello (un oggetto fisico, un volto, o anche una conversazione) incida, sul ricordo dello stesso modello, molto meno di quanto si potrebbe pensare; anzi a volte, come si vedrà, la sua presenza continua possa ottenere l’effetto contrario.
Spieghiamo questi concetti riferendoci allo schema riportato in Fig. 1, e immaginiamo che un individuo (chiamiamolo “osservatore 1”), in un momento determinato, abbia la possibilità di “percepire” (nel senso di guardare, verificare ed imprimere nella propria memoria) due diversi modelli, A e B, che, come già detto, possono essere sia oggetti concreti che concetti; con il passare del tempo il modello A sparisce dalla capacità di percezione dell’osservatore, mentre il modello B rimane presente, pur cambiando qualcosa delle sue caratteristiche ma in maniera tale che il suo cambiamento sia comunque apprezzabile; immaginiamo ancora che le variazioni di B avvengano diverse volte, mentre A continua a rimanere non percepibile, e che così passi un po’ di tempo.
Per uscire dalla generalizzazione pensiamo ad un caso concreto, come quello in cui A e B siano due edifici noti all’osservatore, dei quali uno (A) viene demolito e l’area in cui sorgeva rimane vuota, mentre il secondo (B) è sempre un edificio che viene demolito e che, nel tempo, subisce diverse modifiche (ad esempio una sala cinematografica che diventa un grande magazzino, poi un parcheggio coperto per automobili, poi ancora un magazzino, poi magari una serie di appartamenti residenziali)[2].
Fig. 1
Schema del funzionamento dei meccanismi di “memoria conservativa” e di “memoria riduttiva”. Con riferimento all’esempio riportato A rappresenta l’edificio distrutto e non più ricostruito (l’area su cui sorgeva rimane vuota) mentre B è l’edificio che viene modificato nel tempo.
Se, dopo un certo periodo di tempo, si chiede all’osservatore di descrivere i due edifici di partenza (quelli che nella Fig. 1 sono definiti come “modelli base”) l’osservatore stesso avrà meno difficoltà a ricordare l’aspetto di A che quello di B: il modello A, seppure scomparso, ha inciso un ricordo sufficientemente veritiero nel “magazzino mentale” dell’osservatore, mentre le continue variazioni strutturali di B ha fatto si che i vari nuovi modelli che si sono succeduti nel tempo (B1, B2, B3) hanno finito per “sovrapporre” al modello iniziale una serie di modelli via via sempre diversi che hanno “disturbato” il ricordo iniziale.
Ma l’esperimento non finisce qui. Se all’inizio fosse stato presente, oltre al nostro, un altro osservatore (osservatore 2) e quest’ultimo non avesse visto le modifiche apportate a B, saprebbe ricordare i due modelli iniziali con lo stesso grado di precisione: questo fatto ci conferma che proprio la sovrapposizione dei modelli è la causa della difficoltà a ricordare in maniera corretta dell’osservatore 1.
Esperimenti di questo tipo sono stati realizzati anche analizzando il ricordo visivo di volti umani: alcune persone che vivevano in ambiti culturali in cui le apparecchiature fotografiche non erano presenti, genitori di due figli di cui uno morto in tenera età, hanno mostrato maggiore difficoltà a descrivere l’aspetto, in età infantile, del figlio vivente che del figlio deceduto, con ciò validando la teoria che la sovrapposizione dei modelli ha creato quella che si definisce “memoria riduttiva”; nel caso del figlio deceduto si era instaurata invece una “memoria conservativa”.
Come detto all’inizio di questo lavoro, i meccanismi sopra ricordati valgono anche nel caso che la memoria riguardi avvenimenti, informazioni culturali, concetti personali o accettati dalla collettività: proprio quello che è il campo dell’antropologia culturale e, comunque, di tutte le scienze sociali. Tale fatto complica notevolmente, come si è già avuto modo di rilevare in altri lavori pubblicati su questo stesso sito, l’analisi corretta delle forme rituali o dei principi primari di una tradizione, ed in particolare il fenomeno di cui si è trattato suggerisce un’informazione contraria a quella che si poteva ritenere come la più probabile: una tradizione che si è mantenuta nel tempo avrà senza dubbio subito diverse variazioni (il che ci conduce ad averne probabilmente dimenticato il modello primitivo) mentre una che si è completamente dimenticata, e di cui apprendiamo leggendo, ad esempio, un testo antico, ci viene presentata proprio così come era all’inizio.
Il fenomeno della “memoria riduttiva” è particolarmente evidente nel caso dei visi umani. La costante presenza di un modello che si modifica lentamente sovrappone, ai ricordi antichi, un “modello attuale” che, proprio per la sua costante presenza, finisce per cancellare il ricordo del modello più antico. Oggi fatichiamo a renderci conto di questo fenomeno in quanto i nostri ricordi antichi vengono supportati da mezzi tecnici, come la fotografia e le riprese filmate.
Il passaggio delle informazioni orali si modifica attraverso innumerevoli “filtri”: una differenza, seppur lieve, di linguaggio, una diversa interpretazione dei concetti, una diversa traduzione quando l’informazione viene tradotta in una lingua diversa, l’inevitabile deformazione dovuta al trascorrere del tempo, la diversa percezione del contenuto culturale tra una generazione e quella successiva, dovuta alle modifiche dell’ambiente culturale stesso indotta dal trascorrere del tempo, e così via.
Nel campo della trasmissione scritta valgono le stesse deformazioni anche se, evidentemente in misura minore data la minore possibilità di diversificazione dovuta alla trasmissione alle parole scritte[3].
Un classico esempio di deformazione della trasmissione orale è quella relativa alla tradizione della festa romagnola della “Segavecchia”; in questa tradizione, nella sua forma attuale, viene bruciato un fantoccio rappresentante una “vecchia” che, secondo l’interpretazione che va per la maggiore, rappresenta l’anno trascorso con tutto ciò che di negativo viene legato a questo concetto, e quindi il fenomeno rituale viene considerato come un rito di auspicio per impetrare una migliore annata agricola a seguito del sacrificio di una figura (la “vecchia”, appunto) elemento sostitutivo di un atavico capro espiatorio, animale o umano che fosse, dei tempi più antichi.
Pur nella corretta interpretazione del significato più ampio della tradizione (quella di rito augurale) si è già discusso come la memoria riduttiva abbia modificato il significato antropologico di “vecchia”, che secondo alcuni autori (Frazier e altri) andava individuato nell’ultimo covone di grano mietuto, con quello di “vecchia” intesa nel significato più comune di “donna anziana”: quindi l’atto antico di sacrificare un covone di grano è stato trasformato, nel tempo, in quello del sacrificio di una “vecchia”.
Le informazioni trasferite oralmente (come suggerisce l’immagine, “di bocca in bocca”) sono soggette ad infinite modifiche che, per quanto piccole, possono stravolgerne completamente il senso iniziale. Altrettanto può però succedere anche con la trasmissione scritta, sebbene in misura minore.
Ora, se pure il significato più ampio della tradizione è stato rispettato (si tratta comunque un sacrificio rituale) l’inserimento di una figura estranea al rito (la donna anziana) ha dato origine a fantasiose ipotesi sulla sua origine (si dice, ad esempio, che questa tradizione trasmettesse il ricordo dell’esecuzione di una donna che aveva trasgredito alle regole imposte dalla quaresima, od altre interpretazioni …) finisce per apportare informazioni false che possono condurre ad interpretazioni sbagliate, come, in questo caso, il rimando dell’origine del rituale a tempi relativamente recenti (dato che si parla di “quaresima” ci si rifà evidentemente a periodi in cui esisteva già il cristianesimo) mentre la corretta interpretazione fa riferimento a tempi molto più antichi ed a riti pre-cristiani[4].
Tornando quindi al problema dell’analisi antropologica possiamo affermare che, sulla base di quanto descritto, nel caso di tradizioni antiche, e che si siano mantenute nel tempo fino ai nostri giorni, esiste con buona probabilità la possibilità di variazioni nella struttura rituale (figure significative, termini, azioni, …) della tradizione stessa - cosa che, d’altro canto poteva essere già intuibile - ma soprattutto si è capito che le informazioni di un osservatore “esterno” a questa tradizione potrebbe fornire informazioni più corrette per una buona analisi del problema.
Questo osservatore, essendo estraneo alla cultura in analisi, ha una maggiore possibilità di non essere stato indotto in errore dalle modificazioni della tradizione, e quindi di essere in grado di avere una più corretta idea del rituale originario, alla stessa stregua dell’esperto di lingue a cui si è fatto riferimento nella nota 3.
È questo uno dei motivi per i quali, come si è potuto vedere nelle analisi prodotte nei lavori presenti in questo sito, sono state spesso prese in considerazione tradizioni diverse da quella romagnola ed italiana (irlandese, francese, tedesca, ecc…) per confrontarle con quelle, da noi presenti, che avessero con esse punti in comune.
Vale la pena di ricordare che tra gli “osservatori esterni” si devono annoverare, naturalmente, anche testi antichi, soprattutto se appartenenti ad una cultura diversa da quella presa in esame.
[1] Si pensi, ad esempio, alla possibile conferma delle tesi antropologiche di René Girard dovuta alla scoperta dei “neuroni specchio”.
[2] È stato scelto questo esempio perché è proprio uno di quelli ricordati nella bibliografia del settore.
[3] A questo riguardo, ed a conferma della teoria sulla “memoria riduttiva”, va ricordato che anche i linguisti, quando analizzano l’origine etimologica di un termine, ne studiano la variazione a partire da paesi di famiglie linguistiche diverse da quella di origine, in cui il termine stesso è stato importato mediante documenti scritti. In tal modo il termine, essendo estraneo alla cultura locale, ha una maggiore possibilità di non aver subito modificazioni, e quindi di essere il più simile possibile a quello originario antico.
[4] Questo argomento, trattato particolarmente nel caso della tradizione romagnola della Segavecchia, à già stato visto, con maggiore dettaglio, nel lavoro: LA SEGAVECCHIA NON E' LA "VECCHIA SEGATA, pubblicato alla pagina TESTI di questo stesso sito.
