La socialità può misurarsi in centimetri, ma anche con il metro delle idee.

Quasi ogni giorno ci capita di incontrare individui che tengono un comportamento antisociale, se con questo termine indichiamo non tanto una condotta riprovevole dal punto di vista classicamente penale (furto, omicidio, ecc…) ma una condotta tale da recare disturbo alle tipiche norme della normale vita pubblica. 

Dall’automobilista indisciplinato, a chi getta mozziconi di sigaretta sul pavimento, dalla persona che utilizza il telefono cellulare a voce troppo a chi non rispetta le file alla biglietteria.

È quel tipo di atteggiamento che comunemente definiamo “maleducato” e che generalmente riteniamo frutto di una cattiva educazione, sia stata essa impartita dalla famiglia che dal corpo sociale.

In realtà questo tipo di condotta ha origine nel nostro sistema limbico, ed ogni persona porta in sè questa eredità ancestrale in maniera così differenziata da individuo ad individuo che la semplice educazione, per quanto importante, non è sempre in grado di correggere questo comportamento.

Il sistema limbico è quella parte del nostro cervello che più ci avvicina alle forme animali, in quanto è quella più antica, quella che abbiamo ereditato dalle forme di vita primarie; è questa che ci fa fuggire di fronte ad un pericolo prima ancora di analizzare l’origine del pericolo stesso, e che possiamo rilevare da atteggiamenti anche minimi: ad esempio quando, sentendo un forte rumore, tendiamo ad incassare la testa fra le spalle o quando, trovandoci seduti (sempre in occasione dello stesso evento) spostiamo il corpo in avanti ponendo le mani sui braccioli della poltrona, nel classico atteggiamento di chi è pronto a puntellare il proprio corpo per apprestarsi a correre. È lo stesso atteggiamento adottato dall’antilope che fugge al primo rumore, senza aspettare di sapere se si tratta di un ramo che si è spezzato o di un leone che si avvicina.

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La natura ci ha dotato di questo meccanismo come arma per sopravvivere e, per migliorare ancora questa funzionalità, l’ha collegata a quello che in anatomia si chiama “sistema nervoso periferico” (per distinguerlo dal “sistema nervoso centrale”); nel sistema centrale le azioni che decidiamo di intraprendere, a partire da un certo evento, vengono innanzitutto elaborate dal cervello necessitando in tal modo di un certo periodo di tempo prima che vengano attuate, nel secondo caso sono quasi automatiche e quindi molto più rapide, migliorando le nostre possibilità di sopravvivere ad un evento traumatico (un altro classico esempio è il nostro ritrarre la mano se inavvertitamente la appoggiamo su una superficie tanto calda da rischiare una scottatura). In altre parole, volendo schematizzare questi comportamenti, la logica è la seguente:

  • sistema centrale: sento caldo alla mano > volgo la testa alla mano per guardare cosa sta succedendo > vedo la situazione > analizzo la situazione > decido che è il caso di allontanare la mano per evitare conseguenze spiacevoli > mando questo ordine al cervello > la mano si sposta.
  • sistema periferico: sento caldo alla mano > allontano la mano.

Il secondo comportamento è evidentemente più veloce del primo, e la scottatura viene evitata.

Trasportando questi concetti nella fisiologia umana, l’uomo primitivo ha imparato a fuggire o a combattere tutte le volte che vedeva qualcosa che poteva nuocere alla propria persona, e questo qualcosa poteva essere anche un altro individuo. Fuga o combattimento erano condotte automatiche, dipendenti quindi dal sistema limbico.

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Nella nostra società il combattimento non è necessariamente quello fisico, ossia contrastare l’altro con la forza (prevaricazione diretta), ma si è trasformato “anche” in un atteggiamento di contrasto che non prevede lo scontro diretto (prevaricazione indiretta) come, ad esempio, anticipare l’avversario, essere più veloce di lui, prendere il frutto che pende dal ramo prima che arrivi un competitore e se lo porti via.

Per decidere quando è il caso entrare in competizione l’uomo ha suddiviso idealmente lo spazio dell’universo in aree distinte: da una parte c’è il suo spazio personale, quello entro il quale non permette interferenze da parte di nessuno pena la sua sopravvivenza, dall’altra quello che può contendere agli altri.

È come se dividesse sé stesso dagli altri con una sorta di “involucro personale”, involucro che contiene le proprie energie ed il suo essere; non appena qualcuno cerca di oltrepassarlo scatta l’istinto di sopravvivenza che lo porta a lottare, e tutto ciò in maniera automatica, senza elaborare una strategia per condurre la lotta stessa: il sistema limbico, eredità animale, gli permette di attuare velocemente questa tattica.

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Schematizzazione delle due aree “personale” e “di competizione”

Con il passare del tempo e, soprattutto, con la constatazione che la cooperazione tra individui aumentava la sua possibilità di sopravvivenza, l’uomo imparò a “sopportare” la presenza di altri uomini vicini a lui in quanto funzionali alla cooperazione.

Si è creata così una nuova linea di confine entro la quale questa vicinanza era tollerata e solo dopo averla superata si tornava all’area in cui era necessario lottare; questa zona (zona di tregua) diventa quella nella quali si attuano i comportamenti sociali. C’è perciò, oltre all’involucro personale, un “involucro sociale” che diventa il nuovo confine rispetto alla zona di lotta.

Poiché questo concetto nasce da una considerazione logica, ossia dal pensiero (diversamente dal confine zona personale – zona di lotta che origina invece nell’istinto animale) possiamo considerare questa nascita come un prodotto della cultura, assieme al pensiero magico - religioso, a quello estetico ed alla curiosità innata.

Poiché questo confine è tipico anche di certe forme animali da questo ragionamento discende che anche le forme animali possiedono un certo grado di cultura.

È evidente che questa affermazione risulterà contestabile da molti, ma deriva dal particolare concetto che abbiamo dato di cultura stessa, ossia il possedere la capacità di elaborazione logica del pensiero (cosa che, d’altro canto, non possiamo negare in certe forme animali superiori, come i mammiferi) seppure distinta dal concetto del bello e del sacro[1]. Il concetto della cultura delle forme animali ci è noto da tempo, almeno inconsciamente, anche se la nostra riluttanza ad ammetterla è stata sempre aggirata da concetti come quello dell’istinto, sul quale sarebbe opportuno tentare un approfondimento.

Non volendo entrare in questa discussione, almeno in questo lavoro, possiamo accordarci, per ora, che possano esistere sia una “cultura animale” che una “cultura umana”; ciò che è evidente è che non possiamo misurare questi concetti con una bilancia, per cui dobbiamo necessariamente fare riferimento a definizioni. L’importante è che si sia d’accordo sui concetti che si esprimono.

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La cultura ha contribuito alla creazione della “zona di tregua”.

Abbiamo visto che i confini dell’involucro personale e di quello sociale sono originati, rispettivamente, dal nostro istinto animale il primo, e dalla cultura il secondo; essendo molto più forte il primo può succedere che il grado di educazione non sia in grado di far originale la sfera sociale (cosa che generalmente non succede in qualunque individuo che cresca in una qualunque comunità) oppure (cosa invece più comune) che non sia in grado di estenderla in uno spazio sufficiente per una normale convivenza.

Quando un uomo possiede un’estensione di questa sfera nettamente inferiore alla media possiamo parlare di patologia sociale (ad esempio negli psicopatici) e portare ad un comportamento che lo mette addirittura al di fuori della legge; in casi meno gravi arriviamo invece all’asocialità o, caso ancora meno grave, agli individui che abbiamo definito “maleducati”. Il comportamento di queste persone potrebbe dipendere quindi da un’eredità limbica talmente forte da non poter modificata dall’educazione, nemmeno la più rigorosa; sono quelle persone che definiamo generalmente come dotate di “un forte senso dell’ego”.

Nei casi normali maggiore è la cultura, maggiore è l’ampiezza della zona di tregua, anche se la stessa varia con il variare di determinate situazioni sociali; nel caso dell’influenza dell’età anagrafica, per esempio, la zona si ampia dalla nascita fino alla fanciullezza; tende a restringersi dall’adolescenza all’età adulta (quando si sente maggiormente la necessità della competizione sociale) tornando poi ad ampliarsi con la maturità e la vecchiaia (è quello che comunemente si definisce con la frase: “la saggezza della vecchiaia”).

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L’influenza della cultura


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L’influenza dell’età anagrafica

Anche la zona definita dall’involucro personale tende a modificarsi con la cultura e con l’età: maggiore sono l’acculturazione e l’età, maggiormente siamo disposti a metterci in “contatto fisico” con gli altri.

Una differenza fondamentale tra l’animale e l’uomo sta nella genesi delle zone: i due involucri (che esistono pure per gli animali nell’ipotesi di ammettere anche per loro una forma di cultura) sono originati solo da considerazioni di pura sopravvivenza nel caso dei primi, mentre l’uomo crea delle barriere anche in funzione delle differenze di credo religioso, politico, di classe sociale, ecc…

Se per gli animali possiamo usare il metro per misurare l’estensione delle zone di rapporto con gli altri membri (cosa che concretamente fanno gli etologi) per l’uomo ciò non è possibile, dato che non possibile misurare in centimetri la differenza di idee.

[1] È evidente che per “sacro” non viene inteso qui il concetto religioso, ma quello (espresso, per esempio, da Mircea Eliade) che possiamo banalizzare nella descrizione di “capacità di stupirsi di fronte a fatti considerati anomali e di tentare di darne una propria spiegazione”.