I meccanismi identificativi dello stato spirituale si allargano all’identificazione con il proprio gruppo sociale. I nomi ed i soprannomi in Romagna

Due sono le caratteristiche fondamentali dei riti iniziatici:

La prima è rappresentato dal raggiungimento di un particolare stato dell’iniziando; sia esso l’aver conseguito una certa preparazione psicologica o culturale, o l’essere divenuto parte di un gruppo confessionale, o di aver raggiunto l’età adulta. 

La seconda è quella di far parte di un gruppo ben definito, identificabile da un’identica idea filosofica o religiosa, e spesso da forme esteriori codificate e riconoscibili da chi allo stesso gruppo non appartiene.

Si tratta quindi, contemporaneamente, di una trasformazione psicologica e spirituale di carattere personale e collettivo.

Il secondo aspetto (l’appartenenza al gruppo) ha una duplice valenza: l’iniziato fa di tutto per uniformarsi il più possibile al codice del gruppo ed, allo stesso tempo, si aspetta da questo qualsiasi forma di aiuto dovesse necessitargli.

Molto spesso l’identificazione viene ricercata volutamente con una simbologia esteriore che non lascia adito a dubbi.

Sono noti i simboli esteriori che molte società primitive hanno adottato a questo scopo: monili, comportamenti gestuali, particolari abbigliamenti, tatuaggi, scarificazioni[1], acconciature, fino a vere e proprie modificazioni del proprio corpo atte a mostrare questa appartenenza (come nel noto caso delle “donne giraffa” dell’etnìa Kayan, nei territori tra Birmania e Tailandia).

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In altri casi l’identificazione viene tenuta nascosta e mostrata solo ai propri compagni, come nel caso delle società segrete, una tra tutte la massoneria, ma anche certe società esoteriche nell’antichità classica e nel medioevo.

Nel caso del rito iniziatico più diffuso, sia nell’antichità che ai nostri giorni, ossia quello del battesimo, entrambe le caratteristiche vengono esplicitate chiaramente.

Da una parte il significato più intimo e spirituale, ossia quello che abbiamo definito “di trasformazione personale”, viene reso pubblico dal rito utilizzato a questo scopo e dalla valenza che dello stesso ne danno i partecipanti, e dall’altra l’imposizione di un “nome personale” all’iniziato ne conferma l’appartenenza al gruppo di cui va a fare parte.

Nonostante il secondo aspetto non abbia più, al giorno d’oggi, questa valenza di appartenenza ad una determinata schiera, nell’antichità il nome che si dava a chi si sottoponeva ad un rito di iniziazione era significativo del gruppo che lo riceveva: in certe tribù africane l’iniziato dismetteva il nome che gli si era dato alla nascita (nome temporaneo) per riceverne uno che era legato a quello del simbolo totemico del gruppo; i primi cristiani facevano lo stesso, assumendo generalmente nomi che erano appartenuti a personaggi notevoli della propria religione o che, per simbologia evidente, rimandavano a questa[2].

Significativa, a questo riguardo, la presenza di un padrino o una madrina di battesimo scelta sempre (almeno in tempi passati) tra i parenti stretti del bambino, a rafforzare il senso di appartenenza al gruppo.

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Il concetto dell’identificazione con il gruppo cominciò a mutare significato quando il battesimo assunse anche una valenza di tipo “anagrafico-amministrativo”, aiutato in ciò dalla delega alla Chiesa di sostituirsi al personale civile preposto al computo della popolazione. Questa pratica mise in secondo piano l’aspetto religioso, soprattutto tra le persone “tiepide” nei confronti della religione: il battesimo venne visto sopratutto come l’ufficializzazione dell’iscrizione nel contesto sociale e, particolarmente, come l’atto ufficiale che legava un nuovo nato alla famiglia di origine.

Rimaneva valido, evidentemente, il significato religioso della crescita spirituale (personale) dell’iniziato.

In questo caso però non era più il nome proprio ad essere significativo del gruppo, ma questa funzione passò al cognome che, nella nostra cultura patrilineare, divenne quello del padre.

Per quanto il cognome, reso necessario dall’incremento della popolazione, che non poteva più permettersi di identificare una persona con un semplice “Antonio di (figlio di) Domenico”, ma doveva permettere la corretta identificazione di ogni individuo in una popolazione molto numerosa, in alcune società che si auto consideravano limitate continuò l’uso di riferirsi semplicemente al nome del padre.

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In Romagna, ad esempio, si continuò ad usare a lungo la definizione Toni ad Mingon (Antonio figlio di Domenico) in quanto l’ambito del vivere comune era limitato al proprio piccolo paese, e non c’era pericolo di errate identificazioni, cosa che, d’altro canto, fu una pratica comune in tutto il nostro paese fino al medioevo.

Ma poiché la popolazione cresce di numero anche nei villaggi di campagna, il patronimico Mingon, che magari rimaneva anche alle terze e quarte generazioni in quanto identificativo di un gruppo parentale che aveva un antenato in comune (il “patriarca”) si iniziò ad identificare, per poterli distinguere, i vari gruppi con un “soprannome” tipico del patriarca stesso.

Così si poteva trovare uno Zvan ad Mingon e’ bruzer (Giovanni di Domenico il birocciaio) cosa che permetteva di non confondere la persona con un eventuale, e diverso) Zvan ad Mingon e’ fabar (Giovanni di Domenico il fabbro); oppure se un ramo della famiglia si staccava da quella da quella dell’antico patriarca comune (Mingon) per creare un nuovo nucleo, questo poteva assumere il nuovo nome di Minghin, dove il diminutivo non stava ad indicare una caratteristica fisica dell’iniziatore del nuovo nucleo famigliare (in questo caso, ad esempio, la bassa statura) ma semplicemente un ramo collaterale nato successivamente a quello primario.

A volte il soprannome tornava a rivelare quell’antico particolare significato di appartenenza ad un gruppo, soprattutto quando era indicativo di una significativa caratteristica caratteriale del gruppo stesso: Toni e’ sacheri (Antonio lo smargiasso), significato che si appalesava ancora meglio quando diventava Toni di sacheri (Antonio degli smargiassi) che in questo caso rivela come la caratteristica fosse quella tipica di tutta la famiglia.

Per lungo tempo, nelle campagne romagnole, il nome ed il soprannome hanno costituito il vero elemento di identificazione di una persona; non era raro il caso in cui, ad un forestiero che chiedeva informazioni circa un certo Bruno Ravaioli, si rispondeva che quella persona era sconosciuta, fino a quando a qualcuno veniva in mente che potesse trattarsi di Bruno ad Giaganì[3].

Questa pratica trovava però, molto spesso, un momento di dissociazione quando anche le madri cominciarono ad imporsi nella scelta del nome del figlio, ma, a causa della tradizione che voleva un nome appartenente alla linea paterna secondo la logica dell’arcarvè[4], non riuscirono ad imporre la propria volontà se non accontentandosi di un nome non ufficiale: il figlio veniva iscritto nei registri parrocchiali, e di conseguenza in quelli dello stato, con il nome scelto dal padre (quando la scelta non veniva addirittura dal nonno paterno); alla madre rimaneva la possibilità si scelta di un secondo nome, generalmente scelto tra quelli della propria linea parentale.

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Il battesimo della campana. Esempio di come un rito porti ad identificare anche i semplici oggetti come elementi appartenenti ad una specifica cultura. Anche in questo caso si può parlare di rito iniziatico.

Ma dato che i bambini passavano più tempo con lei che non con il padre, questo secondo nome finiva per essere quello più usato e, di conseguenza, quello con il quale il bambino era comunemente conosciuto e che spesso si portava dietro per tutta la vita.

Il padre, per quieto vivere, accettava generalmente questa situazione, caso molto elementare di quel fenomeno di adattamento alle regole di convivenza che Malinowski studiò in maniera più approfondita della banalizzazione che abbiamo dato al nostro esempio, e che chiamò “funzionalismo” [5].

Ancora oggi non è infrequente vedere manifesti mortuari che riportano il nome anagrafico del defunto seguito dal secondo nome, quello più noto, secondo la classica dicitura: Mario Rossi, detto ...

Un breve accenno per ricordare il fenomeno romagnolo, ampiamente conosciuto, dell’utilizzo di nomi non rintracciabili nelle scritture religiose, dovuto al sentimento anticlericale molto diffuso in queste terre fino alla seconda guerra mondiale.

Nei documenti anagrafici si possono rintracciare nomi propri copiati dai nomi o dai cognomi di uomini politici o tipici di certe ideologie, specie dell’ottocento (Bakunin, Ricciotti, Menotti[6], Libertario, Idea, Edera …) o con riferimento ad opere liriche (Werther - magari banalizzato in Verter - Radames, Wally ….) o alla storia ed alla mitologia (Bruto, Argiuna[7] …) o addirittura con strane invenzioni personali (Rubicondo, Paese, Martirio …).

Lo scrittore Tino Della Valle[8] ricorda due curiosi nomi: Antvleva (Non-ti-volevo) e Ninel (che nonostante l’apparente e grazioso francesismo non è altro, invece, che il nome Lenin letto al contrario).

Da notare che il fatto che il secondo nome, essendo quello più comunemente usato ma diverso da quello riportato sui documenti anagrafici, diventò un elemento che favoriva la latitanza durante il periodo dei moti insurrezionali dell’ottocento[9].

[1] La scarificazione è un procedimento che prevede di auto infliggersi delle ferite (generalmente sottili tagli molto vicini e paralleli) e di inserire dei pigmenti colorati sul tessuto vivo e sanguinante (carbone in polvere o ocra). Il risultato è una grossa cicatrice in rilievo e dal colore diverso da quello della pelle circostante.

[2] Questo era possibile in quanto si trattava di riti iniziatici che riguardavano persone già adulte o, comunque, che avevano già vissuto una buona parte della loro esistenza prima del rito. La pratica è ancora attuata da certe religioni e in tutte le società cosiddette “primitive”. Con l’abitudine del rito cristiano di battezzare i bambini poco dopo la nascita il significato dell’imposizione del nome personale come significativo del gruppo di appartenenza si è perso nel tempo (sostituito dal cognome) dato che, in questo caso esso non può essere considerato, evidentemente, sostitutivo di un inesistente nome precedente.

Qualcuno, che ritiene l’uso di battezzare i neonati come lesivo della libertà personale, ha proposto l’istituzione di progetti di legge che, in seguito ad accordi con la Chiesa, prevedano la possibilità di recedere da questo “stato” religioso; sono note come “associazioni per lo sbattezzo”. Attualmente la decisione di recedere dal sacramento viene concessa solo come atto formale, ma non ha nessuna valenza ufficiale per quanto riguarda l’appartenenza ad una confessione religiosa, che tale rimane.

[3] Tutti i nomi ed i soprannomi riportati in questo lavoro non sono di fantasia, ma appartengono (o appartenevano) a persone vere, conosciute dall’autore.

[4] Vedere, a questo riguardo, il lavoro MORTE E RINASCITA. Il tentativo di negare la morte è vecchio come il mondo, dalla reincarnazione della cultura indù all’«arcarvè» della Romagna, alla pagina TESTI di questo stesso sito.

[5] BRONISLAW MALINOWSKI - Argonauti del Pacifico occidentale. Riti magici e vita quotidiana nella società primitiva, Bollati Boringhieri, 2004

[6] Ricciotti e Menotti erano due figli di Giuseppe Garibaldi, il quale, a sua volta, aveva usato la stessa logica: il figlio Menotti era stato così chiamato per ricordare il patriota Ciro Menotti.

[7] Una divinità del pantheon paleo iraniano.

[8] TINO DELLA VALLE – La Romagna dei nomi: dai figli della rivoluzione ai figli della globalizzazione. Edizioni Il Girasole, Ravenna, 2005.

[9] Devo questa informazione a Dino Manzelli.