I meccanismi che portano all’acquisizione della conoscenza sono molto lunghi e passano attraverso processi collettivi.
La correttezza dei dati e la loro veridicità è la base fondamentale di ogni studio di tipo sociale, sia che si parli di antropologia culturale che di sociologia o di psicanalisi[1].
Mentre la certezza è facile nel campo delle scienze esatte, dato che queste si basano su calcoli e misurazioni e sono pertanto confutabili nel caso di dati scorretti, la stessa cosa non può dirsi nel campo degli studi sociali; in questo caso si definiscono generalmente “dati corretti” quelli che sono ritenuti tali dagli studiosi perché risultanti dalla stragrande maggioranza delle ricerche che li riguardano.
Questa definizione contiene, evidentemente, dei limiti: le esperienze e le opinioni personali, il bagaglio culturale, la personale etica, incidono sui risultati degli studi sociali, e nonostante per ogni tipo di disciplina[2] esista un sostanziale accordo su un solo “dato certo” non mancano mai minoranze che non sono d’accordo su questa soluzione.
È questo il motivo per cui mentre la matematica è sempre e solo una, per le scienze sociali esistono infinite “scuole di pensiero”, e mentre nelle scienze esatte una nuova scoperta diventa immediatamente un valore acquisito universalmente lo stesso non può dirsi per gli studi sociali.
Esiste poi un altro problema che è legato a quella che potremmo chiamare “la bibliografia disponibile” delle scienze sociali, o anche “il problema della vetustà”.
Per le scienze esatte il numero di testi sui quali ci si può basare per condurre studi è sostanzialmente limitato; questo dipende sia dal fatto che la scienza intesa in senso moderno è tutto sommato abbastanza giovane (e quindi ha prodotto meno lavori) sia perché l’universale accettazione di dati certi manda inevitabilmente al macero testi che contenevano soluzioni scorrette.
Questo non succede per gli studi sociali, dove un’affermazione di Aristotele può essere reinterpretata anche oggi alla luce di una particolare considerazione sul mondo moderno; il risultato è quello di disporre di un numero smisurato di testi da tenere in considerazione, e dato che nessun essere umano è in grado di leggere tutto quanto è stato scritto sulla storia e sull’evoluzione dell’homo sapiens, ci può essere sempre qualche informazione del quale lo studioso di scienze sociali non è al corrente.
Ricorriamo ad alcuni esempi.
Secondo l’epistemologia moderna è abitudine ritenere Galileo come il padre della scienza moderna. Da lui, si dice, viene il “ragionamento induttivo”, ossia quello che basa lo studio di un fenomeno fisico semplicemente intuito sulle prove e sulla successiva formulazione matematica[3].
In definitiva, sosteneva Galileo, per verificare che un fenomeno si svolge proprio in un certo modo, basta provare.
Federico II
In base a questa definizione c’è da ritenere che nessuno prima di lui utilizzasse questa metodica. Per quanto ci possa sembrare impossibile che non sia mai esistito un cacciatore che non abbia provato per tentativi di migliorare la propria lancia, ammettiamo pure che il cacciatore in questione non abbia mai lasciato una traccia scritta di quanto andava facendo, e quindi, non avendo lasciato in eredità ai posteri questo suo procedere, non lo si può considerare il padre del metodo di “imparare con una prova”, ma qualcuno che indicazioni scritte le ha lasciate c’è stato prima dello scienziato pisano. L’imperatore Federico II, appassionato di falconeria, scrisse un libro che teoricamente doveva occuparsi di questo tipo di caccia ma che poi finì per essere un vero e proprio trattato naturalistico sull’ornitologia. In alcune pagine del suo De arte venandi cum avibus l’imperatore ricorda come ricorse ad una “prova” per risolvere un dubbio sulla nascita di un particolare uccello marino.
Era infatti credenza comune ritenere che questo volatile nascesse da quei particolari vermi che si producono nel legname fatiscente delle imbarcazioni lasciate marcire in mare; poiché non riteneva corretta questa ipotesi Federico fece costruire una piscina colma di acqua di mare nel quale lasciò marcire alcuni resti di un’imbarcazione; l’acqua veniva cambiata regolarmente affinché fosse simile all’acqua che si trova in condizioni naturali.
Dopo qualche tempo notò (e registrò nel suo libro) la nascita dei vermi, ma non rilevò la loro trasformazione in uccelli marini.
Possiamo quindi affermare che Federico utilizzò molto in anticipo il modo di procedere di Galileo (era nato nel 1194, mentre Galileo nacque nel 1564).
Questo la dice lunga agli studiosi di discipline sociali sul fatto di ricercare le corrette informazioni; in particolare suggerisce agli antropologi culturali quanto un’idea nasca dopo una lenta maturazione nella mente di molti uomini, e quindi che un comportamento sociale derivante da quella idea è sempre, in realtà, un prodotto collettivo.
A volte sono le situazioni “politiche” a far dimenticare un’informazione: qualcosa del genere accadde alla scoperta del batterio che provocava la peste.
Una illustrazione tratta dal libro “De arte venandi cum avibus” di Federico II.
Nonostante la scoperta si debba allo scienziato giapponese Shibasaburo Kitasato (1853 – 1931) essa viene generalmente attribuita allo svizzero Alexandre Yersin.
Kitasato, notissimo in Giappone e nel ristretto mondo degli specialisti di batteriologia, fece questa scoperta nel 1894 poco prima dello scienziato svizzero e battezzò il batterio Pasteurella pestis in onore di Louis Pasteur. Intanto però, ed indipendentemente dal batteriologo giapponese, anche Yersin fece la stessa scoperta; ma Kitasato apparteneva ad una nazione ancora lontana dal pensare comune degli occidentali (malati, in quei momenti, di spirito nazionalistico) e così finì che a Yersin venne attribuita la scoperta, ed il batterio venne chiamato Yersinia pestis in suo onore[4].
Anche in questo caso valgono le considerazioni che abbiamo fatto nell’esempio precedente.
Diversa valutazione deve invece essere fatta quando la realtà storica ha poco a che fare con gli avvenimenti che ha provocato, come nel caso di una scoperta avvenuta precedentemente a quella ufficiale, ma nel caso in cui nessuno ne sia venuto a conoscenza[5].
È ormai certo che i primi europei che sbarcarono in America furono i normanni guidati da Erik “il rosso” verso il 990, ma questo fatto restò sconosciuto a tutta la popolazione della terra, e solo con lo sbarco di Colombo il nuovo continente entrò di prepotenza nella storia mondiale generando mutamenti epocali.
In questo caso, evidentemente, la scoperta del navigatore normanno non ha avuto nessuna conseguenza sull’evolversi della storia, per cui la conoscenza del fatto in sé stesso rimane un puro dato di cronaca; tutt’al più può interessare chi si occupa della storia dei normanni, o di quella della navigazione.
Colombo rimane il vero scopritore del nuovo continente: questo è il dato certo di chi vuole analizzare gli sviluppi sociali conseguenti alla scoperta.
L’analisi di quanto riportato fino a qui ci ha permesso di identificare alcuni casi (ma si potrebbe trovarne altri) che rendono ardua la ricerca di dati corretti. Sia che si tratti della difficile reperibilità del dato (Federico II), della mancanza voluta (Kitasato) o della sua inutilità ai fini di un particolare argomento (Erik il rosso) dobbiamo ammettere che il problema si può rimandare sempre alle stesse cause: l’abitudine a vedere la storia in maniera troppo schematica, legata a particolari avvenimenti, date, uomini, e la troppo facile accettazione della “storia ufficiale” come l’unica esistente e valida.
Nonostante consciamente si sappia che l’evoluzione dell’uomo ci viene “raccontata” da qualcuno, e che quindi passa attraverso il filtro di chi la racconta, inconsciamente si tende a privilegiare la lettura più semplice; cade l’attenzione, si perde il filtro della critica, si dimentica che esiste una storia minore, che c’è la possibilità che ancora tutto non è stato trovato su un particolare avvenimento.
I bravi insegnanti di storia dovrebbero concludere le loro lezioni chiedendo agli studenti: “Ma, secondo voi, è andata proprio così?”
[1] L’unica disciplina per la quale questo problema non si pone è, naturalmente, la filosofia, dove il termine “dato certo” è evidentemente un assurdo.
[2] Si è volutamente utilizzato, in questo lavoro, il termine “disciplina” per gli studi sociali in quanto, a rigor di logica, l’unica scienza esatta è la matematica (e le scienze derivate: chimica, fisica, ecc…). Sarebbe una soluzione a molti fraintendimenti se questa accezione verbale entrasse nel linguaggio comune.
[3] Il fatto che oggi il “ragionamento induttivo” sia stato universalmente sostituto da quello “deduttivo” senza particolari problemi è un’ulteriore prova che ci porta a ritenere la matematica come unica scienza esatta.
[4] Per correttezza va ricordato che Yersin non mancava mai, quando ne aveva l’occasione, di ricordare il collega giapponese come co-scopritore del batterio.
[5] Vedere, su questo tema, il lavoro: VERITA’ STORICA E VERITA’ PSICOLOGICA. L’atteggiamento dell’antropologo culturale nei confronti del problema della veridicità fenomenica, pubblicato alla pagina ARGOMENTI di questo stesso sito.

