Le nevrosi, per quanto prodotti culturali, poggiano su basi antropologiche inerenti ai rapporti di convivenza sociale.

È noto come l’antropologia culturale utilizzi l’uomo antico quale elemento paradigmatico per le proprie analisi; questo fatto viene visto da molti come il maggiore limite di questa disciplina, in quanto non tutti ritengono sia lecito (o quantomeno è pensabile sia molto difficile) trasferire all’analisi dell’uomo moderno i risultati di quelle sui gruppi sociale del passato. 

Pur tenendo presente questo sicuro limite, è comunque possibile identificare alcuni comportamenti degli uomini antichi che, confrontati con atteggiamenti del suo discendente contemporaneo, ci permettono interessanti valutazioni; un caso ricco di spunti è quello delle antiche pratiche scongiuratorie (o “apotropaiche”) confrontate con quelle particolari forme di comportamento odierno alle quali si attribuisce un contenuto ossessivo o nevrotico.

Le pratiche magico-religiose per la protezione, sia personale che collettiva, sono gli antesignani delle attuali “preghiere”, risultato di un lungo percorso che ha attraversato riti sacrificali, offerte devozionali alle divinità, e con rami laterali come le pratiche di auto purificazione corporale, a volte anche molto violente.

L’origine di questi atteggiamenti si deve ad una visione arcaica del mondo interpretato come un universo ostile, nel quale la sopravvivenza era legata innanzitutto alla ricerca dei mezzi di sostentamento: in questa condizione l’elemento fondamentale che doveva essere difeso era unicamente il “corpo fisico”. A questo scopo era sufficiente utilizzare gli strumenti forniti dalla natura: l’aggressività, la forza fisica, il corpo stesso.

Ma la forza fisica non poteva niente contro altre forze, quelle che cominciarono a materializzarsi nella mente dell’uomo contemporaneamente all’evoluzione di una nuova idea, quelle della presenza di entità spirituali che permeavano l’intero universo; il mondo cominciò a popolarsi, accanto ai nemici ed alle bestie feroci, di entità maligne incorporee, contro le quali non erano sufficienti pietre o lance.

È molto probabile che la prima idea di “essere maligno” (quello che poi diventerà “il diavolo” nei millenni successivi) sia nata dal credere che l’afflato vitale di uomini che erano stati visti come nemici durante la loro vita, si protraesse anche dopo la morte, e che continuasse a perseguitare coloro che aveva combattuto da vivo.

Questa logica era suggerita dalla struttura sociale, che vedeva gli uomini suddivisi in clan, o comunque in gruppi coesi da vincoli parentali, in lotta gli uni con gli altri; i defunti dei gruppi continuavano a far parte delle proprie famiglie, e come tali seguitavano la loro battaglia per la sopravvivenza del gruppo stesso. Tra questi defunti spiccavano poi particolarmente gli antenati che avevano avuto un ruolo importante nel clan, i capi, i più forti, quelli che per particolare carisma era stati elevati al ruolo di guida (coloro che finirono per dar vita al culto degli antenati).

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Uno spirito del male in una interpretazione pittorica etrusca.

Quando non si può combattere un nemico l’unica alternativa è quella di battere in ritirata e di nascondersi. Come una gazzella non può essere catturata da un leone quando è nascosta nella tana, così quando era possibile nascondere la propria essenza spirituale (perché su questa, anziché sul corpo fisico, agivano gli spiriti contrari) era pensabile che questa fosse al sicuro: il baluardo, la porta che chiudeva la tana dell’anima, diventò il “nome proprio” di ogni uomo.

Infatti lo spirito nemico, proprio perché spirito, si considerava non avesse limiti spaziali, ma non poteva impossessarsi di qualcosa di cui ignorava l’esistenza[1]. Poiché il nome proprio di un uomo è ciò che lo differenzia dagli altri, era bene tenerlo segreto (è l’analogo concetto delle password del mondo contemporaneo).

Ma questo bastione aveva, in realtà, due punti deboli, attraverso i quali era possibile violarne la sicurezza: uno era il corpo fisico, che racchiude come un involucro l’individualità, e che si può infrangere penetrando al suo interno; quindi il corpo andava difeso accertandosi che suoi “particolari” (capelli, unghie, pelle, saliva, sangue, denti[2]) non cadessero nelle mani di chi poteva utilizzarli per uno scopo malefico.

Caduti in mano ad un nemico queste particelle infinitesime del corpo umano erano utilizzate per eseguire rituali negativi secondo la logica antropologica cosiddetta “simpatico – imitativa” (eseguire un’azione su una parte del corpo voleva dire eseguirla su tutto il corpo).

A questo punto occorre far notare come il concetto si fosse evoluto: per eseguire la fatturazione occorreva una persona concreta, per cui per la prima volta comparve, oltre all’entità maligna, anche un suo “collaboratore” non divino, una persona comune; quindi per attuare la negatività bisognava discendere, almeno in parte, su un piano pratico.

Se la presenza di questo aiutante del maligno può sembrare difficile da capire al giorno d’oggi[3], abituati come siamo ad un mondo tutto sommato abbastanza concreto, per gli uomini antichi questa difficoltà non esisteva, in quanto, come abbiamo già detto precedentemente, l’essere maligno era presumibilmente un defunto di un clan rivale, per cui aiutante umano, dello stesso clan. Entrambi (umano e divino) erano impegnati nella solita ed usuale lotta per la sopravvivenza e la supremazia del proprio gruppo.

Un altro modo per arrivare all’individualità era quello di penetrare il corpo attraverso gli occhi, che si riteneva fosse una strada che portava direttamente all’anima (da ciò viene il modo di dire attuale: “gli occhi sono lo specchio dell’anima”); per penetrare gli occhi si poteva ferirli, ad esempio “bucandoli” con qualcosa di appuntito; ciò naturalmente, visto l’aspetto magico-rituale dell’operazione, si poteva ottenere semplicemente in via simbolica, attuando un rito in cui il ferimento dell’occhio era semplicemente suggerito (da un’immagine, un gesto, una formula).

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In alto - Una interpretazione (dall’arte egiziana) del ferimento dell’occhio.
In basso - L’universalità del gesto delle corna, qui presentati in una immagine buddista ed in una vedica.

Il gesto di “fare le corna”, che anche oggi ci è noto come modo per esprimere un concetto malevolo verso una persona, ha le sue origini in questo fenomeno: la mano dell’uomo chiusa a pugno, con l’indice ed il mignolo tesi, rappresentano lo strumento migliore (anche dal punto di vista delle dimensioni) per ferire entrambi gli occhi. Questa particolarità lo rende così istintivo tra le azioni umane di difesa/attacco da farne un topos[4] universale; lo si ritrova in moltissime tradizioni, anche antiche, e non solo in quella latina-meridionale nella quale ha finito per relegarlo la credenza popolare.

A fronte di queste aggressioni era quindi necessario trovare mezzi di difesa adeguati; si è già detto della possibilità di avere un “nome segreto”; un altro mezzo era lo stesso gesto delle corna, che si poteva considerare anche dal punto di vista della difesa contro il maleficio[5], ossia in maniera apotropaica (difesa contro un atto negativo).

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Alcuni tra i più comuni oggetti apotropaici.

La difesa più comune era comunque la richiesta di protezione rivolta ad una divinità benefica, tale da potersi efficacemente contrapporre alla sua controparte malefica.

È a questo punto che si inserisce, nell’argomento che stiamo trattando, il concetto della nevrosi.

Il rapporto comunicativo con entità spirituali non è mai stato troppo semplice; occorreva seguire rituali adeguati, attuare procedure che potevano richiedere materiali anche molto particolari (si pensi, ad esempio, a quelle che sembrerebbero a primo avviso delle banalità, come l’uso della cera vergine o di quella lavorata nella fabbricazione delle candele, e che da sempre divide la chiesa ortodossa da quella cattolica: alla base di certi divieti c’è l’idea che alcuni materiali siano “graditi” alle divinità ed altri non lo siano[6]), si doveva trovare il momento propizio (al mattino, alla sera, o solo in particolari momenti dell’anno), il rito poteva essere attuato solo da uomini oppure no, poteva essere pubblico o eminentemente privato, e così via.

Esaminando i rituali magico-religiosi di molte credenze del passato ci si trova di fonte ad una casistica di comportamenti pressoché infinità.

Con particolare riguardo all’invocazione verbale alla divinità poi, si notano differenze sostanziali, accumunate da un unico elemento: la richiesta di aiuto non si indirizzava mai una volta sola, ma si doveva ripetere più volte.

Nelle culture asiatiche (ed in quelle dei nativi americani, che sono una filiazione diretta di queste) la richiesta si faceva quattro volte, volgendosi ogni volta ad un diverso punto cardinale; in quelle europee antiche generalmente era il tre l’elemento plurimo: qualche volta (ma molto più raramente) il sette.

Senza addentrarci in complicate questioni che riguardano l’analisi psicologia della numerologia possiamo comunque affermare che il concetto di base era quello che occorreva mettersi in contatto con divinità spesso disattente, non sempre rivolte all’ascolto dei miseri umani, e, nel contempo, la ripetizione era anche un modo di autoconvincimento della bontà e della validità della richiesta stessa[7].

C’è abbastanza materiale da intravedere in questi comportamenti la radice di qualcosa di ossessivo, e già questo termine ci avvicina al concetto di nevrosi.

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I risultati di ciò sono, ad esempio, il mantra dei buddisti (rivolto più che altro a sé stessi) o la recita del rosario dei cattolici (preghiera rivolta invece alla divinità), le preghiere recitate in coro (la comunanza di molti credenti rafforza la richiesta).

Da questo piano eminentemente magico-religioso, con l’infragilimento del sentimento spirituale dell’epoca moderna[8], la percezione della nevrosi ha spostato il suo oggetto di interesse più verso gli altri uomini che verso le entità spirituali, che non sono diventati altro che la trasposizione moderna di quel “aiutante del maligno” che abbiamo visto precedentemente. Quindi l’evitare il contatto con questo aiutante si è trasformato nella fobia a farsi toccare da altri, nella pratica ossessiva del lavarsi ripetutamente le mani (i germi sono diventati il veicolo di trasmissione di quel senso di negatività che anticamente era rappresentato dai capelli o dai frammenti delle unghie), o l’allineare compulsivamente gli oggetti della propria scrivania come riflesso di un universo globale che deve sempre essere in ordine.

[1] Questo concetto, rintracciabile ancor oggi in alcune tribù che vivono allo stato primitivo, è alla base di idee rintracciabili in tutte le religioni. In ogni forma teologica appare spesso, infatti, l’idea del “nome segreto” di una divinità, (così come nei racconti mitologici c’è quello dello stesso nome segreto degli eroi) nome che è conosciuto solo dal dio stesso e da pochi “eletti”. La mancata conoscenza del nome impediva che l’anima venisse posseduta dai nemici.

[2] Lo stesso valeva per oggetti personali dell’uomo, con i quali era possibile “affatturare” la persona (abiti, oggetti d’uso comune, ecc...). Su questi non si potevano, comunque, eseguire fatture dello stesso valore possessivo come nel caso dei particolari fisiologici. L’esempio più banale di questo fenomeno, conosciuto dal grande pubblico, è quello della bambolina trafitta da spilloni, presentataci innumerevoli volte da certa letteratura non proprio eccellente.

[3] Quando si parla di “difficoltà a capire” la presenza di questo collaboratore demoniaco, ci si riferisce evidentemente a quelle persone che credono al mondo dei maghi e delle fatture, non certo a chi non ci crede, per il quale naturalmente il fenomeno non sussiste. Studi eseguiti su un campione di persone che frequentavano abitualmente chiromanti e simili ha messo in evidenza che le stesse persone, pur credendo fermamente nei fenomeni cosiddetti magici, mostravano grande difficoltà a ritenere che gente comune si prestasse a servire il male. (Inchiesta condotta e pubblicata a cura della American Skeptic Society - 2012).

[4] Richard Dawkins lo definirebbe un “meme”.

[5] È evidente, in questo caso, che l’uomo trasferiva sul piano dell’immaginario le sue esperienze concrete: se qualcuno ci assale con una spada ci si può difendere con un mezzo identico. Questo fatto gli sembrava potesse valere anche con atti rituali.

[6] Senza dilungarsi troppo in questi esempi si possono ricordare anche i vegetali, o gli animali, rappresentativi delle divinità del pantheon greco e romano (l’oca per Giunone, la civetta per Athena, il grano per Cerere) che erano (ma non solo) il ricordo delle “specializzazioni” di ogni divinità, e che poi finirono per riflettersi nella scelta dei simboli totemici identificativi dei differenti gruppi sociali.

[7] A riguardo dell’autoconvincimento occorre ricordare che la tecnica della ripetizione, rivolta a sé stessi, è una tecnica ancor oggi insegnata, da quelli che si definiscono “trainer della psiche”, a tutti coloro che cercano di rafforzare la propria autostima (è il caso di uno studente che deve superare un esame, o dello sportivo che vuole battere un record, ai quali si suggerisce di ripetersi continuamente “..posso farcela, posso farcela…).

[8] Per “infragilimento del sentimento spirituale” si deve intendere la diminuita percezione del senso di sé come parte dell’universo (quasi un paradigma junghiano) e non necessariamente il “sentimento religioso”.