Esistono elementi per ritenere che il ruolo dominante maschile sia stato imposto anche con l’aiuto di uno specifico simbolismo.

È già stato trattato, in lavori presenti in questo sito, il complesso meccanismo secondo il quale le figure femminili appartenenti al mondo numinoso universale si sono tasformate, col tempo, in figure con le stesse valenze magico-religiose ma con caratteristiche maschili[1]; qui si vuole indagare più da vicino questi meccanismi, verificando quali oggetti concreti, se ce ne sono stati, abbiano contribuito a questo fenomeno evolutivo. 

Sia che si presentino come semplicemente soggettivi, o che incidano simbolicamente nell’evoluzione di un fenomeno culturale, sono sempre esistiti manufatti che sono serviti di supporto a tale evoluzione. Senza tali elementi concreti, appartenenti generalmente al mondo del quotidiano (utensili, monili, armi) la trasformazione di un concetto si verifica in tempi più lunghi; la loro esistenza, soprattutto quando è molto diffusa, influisce su quel canale culturale primario verso l’elaborazione mentale che è rappresentato dal senso della vista, che nell’animale uomo è sempre stato più forte di quello che passa invece attraverso il senso dell’udito: è il caso, tanto per fare un esempio, dei simboli rappresentati dalla corona nel caso delle immagini dei re, o di quello delle armi nel caso dei guerrieri.

Proprio perché il loro valore simbolico è più pregnante di quello soggettivo (seppure, come già detto, possono verificarsi entrambi i casi) è più facile trovarne traccia nelle immagini piuttosto che nelle documentazioni scritte, anche perché l’evoluzione culturale di cui stiano trattando è avvenuta in tempi in chi la scrittura non era ancora stata inventata, e, quando invece la scrittura esisteva, la maggior parte degli uomini non la conosceva.

Per questi motivi indirizzeremo questa ricerca verso le immagini.

Nel caso del senso numinoso suggerito dalle figure femminili i simboli che vennero utilizzati riguardono quasi esclusivamente la capacità della riproduzione: attributi sessuali, spesso esageratamente evidenziati, corpi gonfiati a rappresentare l’esuberanza vitale, ma anche il riferimento all’acqua ed alla pioggia (da sempre considerata come apportatrice di vita per i suoi effetti sul mondo vegetale) sono i simboli che, possiamo tranquillamente dire, si sprecarono in queste rappresentazioni: dalle infinite piccole sculture, o dai graffiti del paleolitico rappresentanti corpi di donne (quelle chiamate generalmente “veneri”) alle più tarde rappresentazione delle divinità legate a riti primaverili.

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Una “venere”, immagine di un corpo femminile del periodo paleolitico. In forte evidenza gli attributi sessuali riproduttivi.

La primavera è il momento della rinascita, quindi, ancora una volta, il riferimento era alla vita ed alla sua caratteristica più importante: la capacità della riproduzione. In questi casi possiamo ritenere che il simbolismo non rispondesse alla volontà di “imporre” l’idea della riproduzione mediante un simbolo grafico, ma che questo concetto fosse già scontato, per evidenti motivi, e legato necessariamente alla figura femminile. Il concetto diventa un po’ diverso quando nelle immagini (ad esempio nelle statue romane di Cerere) il simbolo che compare è rappresentato da una spiga di grano, o nelle cornucopie ricolme di frutti di tante divinità legate al concetto dell’abbondanza; in questo caso si “suggerisce” invece che i frutti della terra sono soggetti a fenomeni di riproduzione come quello che avviene nel ventre materno: il suggerimento era necessario perché la similitudine non era chiara a tutti.

Ancora un suggerimento è quello che viene fornito quando queste divinità sono rappresentate vicino a fonti, a corsi d’acqua, o recanti un recipiente da cui la stessa acqua ricade sul terreno: il simbolismo, in questi ultimi casi, obbedisce ad una volontà didattica.

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Un esempio di simbolismo volto a suggerire un concetto: l’acqua, come nel caso delle donne, possiede la capacità generatrice.

Quando avvenne quella trasformazione culturale che trasferì la valenza magico-religiosa all’uomo questo nuovo concetto si scontrò con due difficoltà: da una parte si doveva cambiare completamente il soggetto di riferimento (dalla donna all’uomo) e dall’altra si doveva imporre un’idea che non discendeva da questioni naturali e facilmente evidenti (la maternità) ma da quelle situazioni dovute alla trasformazione della società (quindi potremmo definirle “innaturali” in quanto non legate alla fisicità umana): l’uomo imponeva la sua superiorità per il ruolo che si era ritagliato nella società a causa di attitudini legate allo sviluppo del gruppo tribale, fosse esso quello di procacciatore di cibo o di costruttore di utensili o di abitazioni.

In altre parole, mentre la capacità di riprodurre la vita era una caratteristica che era stata affidata alla donna dalla natura, il ruolo di costruttore o di cacciatore si era sviluppato per una scelta culturale, completamente avulsa da questioni biologiche, e questo concetto doveva essere imposto e ribadito “anche” mediante il simbolismo.

Generalmente ci si oppone a questa considerazione con l’argomento che i ruoli tipicamente maschili furono dovuti alla superiore forza fisica dell’uomo, e quindi anche in questo caso si dovrebbe parlare di una scelta imposta dalla natura (visto che la struttura scheletrica e muscolare dell’uomo più robusta di quella della donna discende da questioni biologiche) ma è un’opposizione alla quale si può ribattere con ulteriori considerazioni.

Innanzitutto non abbiamo dati certi su queste differenze fisiologiche; al giorno d’oggi l’uomo possiede una struttura corporea mediamente più robusta di quello della donna, però quando le campagne di scavo hanno portato alla scoperta di reperti antropologici di individui dell’antico passato di sesso diverso, generalmente si trattava di reperti molto lontani tra loro nel tempo, per cui la comparazione tra la struttura corporea di elementi maschili e femminili dello stesso periodo non è mai stata eseguita. Tra l’altro non è difficile pensare che un’attività come la caccia, soprattutto se effettuata in gruppo, non potesse essere effettuata anche da donne[2].

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Due graffiti rupestri che mostrano uomini coinvolti in attività non dovute alla natura, ma tipicamente evolutesi a causa dell’evoluzione socio-culturale del gruppo umano (caccia e lotta). Non per niente, in confronto ai graffiti femminili che mettono in mostra gli organi riproduttivi (naturali) in questo caso sono evidenziati anche manufatti costruiti dall’uomo, e perciò artificiali (arco e bastoni).

In secondo luogo se questa presunta superiorità maschile dovuta alla struttura fisica fosse stata l’elemento discriminante nella scelta del ruolo dominante, si sarebbe verificata fin dai tempi più antichi, e quindi non avremmo avuto una precedente supremazia femminile (o comunque un ruolo predominante della donna, anche se in relazione al solo mondo numinoso) ma ci saremmo trovati immediatamente di fronte a documentazioni pittoriche dell’uomo come elemento dominante. Inoltre non avremmo mai dovuto trovare traccie di culture matriarcali (come sembra ormai certo siano esistite) e neppure le ultime vestigia contemporanee di questo fenomeno, come invece è successo e dimostrato da studi su alcune culture asiatice e sudamericane[3].

Conseguentemente a ciò ci si dovrebbe domandare allora il perché del rovesciamento del ruolo, poiché sembra troppo limitativo addebitarne l’origine al puro e semplice deiderio di potere, ma questa analisi, se pur interessante, esula dall’argomento che qui si vuole trattare; daremo per scontato che questo rovesciamento c’è stato, limitandoci solamente ad indagare quali strumenti hanno contribuito a questa evoluzione.

Come nel caso della documentazione grafico-pittorica sopra vista per le figure femminili, anche quelle maschili hanno presentano elementi che si prestano al simbolismo didattico; i documenti grafici più antichi sono, ancora una volta, graffiti rupestri in cui gli uomini sono rappresentati durante la caccia, e qui si possono fare delle prime considerazioni interessanti: mentre le rappresentazioni femminili mostrano quelle caratteristiche che abbiamo definito come “determinate dalla natura”, nel caso dell’uomo ciò che viene mostrato sono le sue attività determinate dall’evoluzione della società, o, se vogliamo, dalla cultura: caccia e combattimento.

Anche quando, con il passare del tempo, furono affinate le tecniche artistiche, le riproduzioni di immagini maschili continuarono a rappresentare l’uomo assieme ai simboli del suo potere dominante. I primi simboli, come è facile immaginare, erano soprattutto quelli legati all’immagine della lotta, della caccia, delle battaglie tribali, ma con il passare del tempo si passò a rappresentare elementi anche più specializzati, ad esempio quelli indicativi delle professioni.

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In questa statuetta, certamente posteriore al periodo dei graffiti rupestri, l’uomo è rappresentato con i simboli del potere (lancia e mazza regale). Viene rappresentato anche l’organo sessuale maschile, ma con una valeza simbolica decisamente inferiore a quello dei simboli del potere, e sicuramente non così evidenziato come nel caso delle “veneri”.

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L’immagine in alto rammenta la superiorità dell’uomo in quanto “costruttore” del suo mondo, mentre in quella in basso l’uomo con la testa di toro suggerisce il concetto totemico precursore delle forme religiose. Particolare interessante: la donna, ancora legata al simbolo dell’acqua, appare in secondo piano.

Anche la scelta di questi simboli è indicativa: al di là della caccia e della guerra, quali altre attività avrebbero potuto distinguere l’uomo dalla donna nei periodi in cui non si dedicava alle attività belliche e venatorie se non il suo impegno come “costruttore”? In quali altri modi inpegnava il suo tempo, chiamiamolo così, “di casa”, mentre le donne erano impegnate a curare i figli?

È questo quindi il momento in cui, nelle rappresentazioni artistiche dell’uomo, compaiono le falci, le tenaglie, i martelli, le reti da pesca; e cominciano a fare le prime apparizioni anche quei simboli che escono dal territorio dell’ordinario quotidiano per spingersi in quello più concretamente legato al potere: prima a solo quello terreno (corone, scettri, presenza di uomini proni davanti al re, offerte rituali) fino a quello più squisitamente numinoso (fulmini nelle mani, elementi atmosferici – pioggia, vento – chiaramente dominati dal soggetto rappresentato, presenza di cadaveri che il soggetto divide dai viventi, allegoria del suo ruolo di giudice dopo la morte).

Non mancano certamente anche immagini in cui i sessi sono rappresentati entrambi, ed in questi casi l’analisi diviene più complessa; in queste immagini la donna deve essere intesa come compagna dell’uomo, ossia a parità di diritti, come qualche ricercatore sostiene ipotizzando un periodo sociale “gilanico”, oppure è semplicemente la sua accompagnatrice, a lui sottoposta come, nella concretezza della vita, le donne cominciarono ad essere soggette ai propri mariti[4]?

Come si è appena detto, in questi casi l’analisi risulta difficile, data anche la complessità del sistema simbolico utilizzato in rappresentazioni che, a questo punto della storia umana, cominciarono ad essere sempre più raffinate tecnicamente, il che condusse ad una trasmissione del simbolismo meno immediata di quella più rozza e diretta dei manufatti paleolitici.

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Questa immagine di due divinità di sesso diverso rende difficile analizzare la posizione femminile rispetto a quella maschile, anche a causa della commistione di elementi pagani e cristiani, due filosofie con un diverso concetto del rapporto fra uomo e donna, per quanto divinizzati.

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Una classica immagine di un essere con caratteristiche maligne in forma femminile.

Sicuramente più facile risulta l’analisi della posizione femminile in tutte quelle immagini in cui la donna viene presentata sotto forma di arpia, demonio alato, serpente, drago, in presenza o meno dell’uomo in veste, invece, di uccisore della bestia. In questo caso il desiderio di demonizzazione della figura femminile, dell’operazione per scalzare la donna soprattutto (ma non solo) dal suo piedistallo numinoso, è evidente agli occhi di tutti. A cominciare dalla mitologia greca e dalla Lilith dei racconti biblici in poi, la maggioranza degli esseri con caratteristiche malvage ha fattezze femminili; si continuò poi fino alle tante “melusine” dei racconti medioevali, fino all’infinita bibliografia sulle streghe. Un loro contributo lo diedero anche la letteratura popolare ed il folklore, dove generalmente l’essere femminile malvagio compare sia nel mondo magico (la strega) che in quello umano (la matrigna cattiva).

Nell’uomo che aveva imparato a leggere, il simbolismo si spostò dal mondo visuale a quello dei libri, più forte dell’immagine nel trasmettere informazioni “tra le righe”.

[1] Questo argomento si può trovare in diversi lavori. Vedere: TRA BORDA E ANGUANA - Similitudini e discrepanze tra figure femminili legate al culto delle acque. Il loro ricordo tra Romagna e regioni nordiche; QUADRISTORIA - Melusina, Lilith, Arlecchino e Pulcinella. Tradizioni popolari sulla famiglia in Romagna, mito e teatro, nell’ambito delle contrapposizioni e collaborazioni nella lotta tra i sessi. (Parte 1a e 2a), presenti alla pagina TESTI di questo stesso sito, o in: MATRIARCATO - La ricerca dei limiti entro i quali delimitare lo studio del fenomeno, presente invece alla pagina ARGOMENTI.

[2] Pur nelle evidenti differenze che esistono tra la specie umane e quelle animali, sappiamo che esistono casi un cui l’attività della caccia è demandata alla femmina (ad esempio nel caso dei leoni, ed è solo un caso fra tanti).

[3] Sempre con le cautele di cui alla nota precedente, sappiamo che, nel modo animale, sono gli elefanti femmina ad assumere il ruolo dominante nel gruppo, ed anche in questo caso è solo uno di tanti esempi di questo ruolo.

[4] Come è noto, prendendo spunto dagli studi sul matriarcato di Bachofen, alcuni studiosi, generalmente donne (tra cui le più note furono Maria Gimbutas e Riane Eisler) divennero ferree sostenitrici dei periodi matriarcali presenti in tutte le società antiche, seguite da un momento di parità dei diritti (il cosidetto “gilanismo”) che sfociarono poi nel patriarcato.