Confronto tra origini organiche ed origini pseudo-scientifiche nella formazione delle teorie interpretative sulla genesi del fantastico.
Si è già trattato il problema della veridicità fenomenica durante la fase di analisi che l’antropologo culturale deve compiere nei suoi studi[1]. Si è detto, in quella occasione, che l’antropologo non può esimersi dall’analizzare qualunque “fenomeno[2]” con il quale viene a contatto, anche quelli che, a primo avviso, potrebbero sembrare sconclusionati e privi di qualunque serio fondamento.
Riteniamo infatti che la corretta interpretazione di “scienza” sia che tutto ciò che non si riesce a spiegare in termini razionali non vada estromesso dall’occasione di un’ulteriore futura analisi interpretativa, ma semplicemente posto ad un inferiore livello di “possibilità di essere vero” rispetto a quella che, all’atto dell’analisi, sembra essere più probabile.
Il tanto spesso citato (e spesso a sproposito) criterio del “rasoio di Occam[3]” non esprime affatto il concetto che la soluzione più semplice è quella vera, ma semplicemente la più probabile, quella che ci permette di poter mettere al frutto una conoscenza in maniera utile, senza perdersi in congetture cavillate che finiscono, inevitabilmente, di risultare sterili.
In questo lavoro ci proponiamo di esporre casi reali in cui è necessario utilizzare questa metodica, e come l’utilizzo di elementi attualmente in nostro possesso possa permetterci di non perderci in ipotesi lambiccate, frutto più del desiderio di scoprire strane origini nello sviluppo della nostra civiltà che riferirsi alla banale normalità della vita.
Dal punto di vista morfologico l’uomo è abituato a suddividere il suo mondo in due parti distinte: l’«esterno», ossia tutto ciò che, al di fuori del proprio corpo, è in grado di valutare attraverso i sensi, e l’«interno», il proprio corpo, del quale ha una sensibilità che travalica i sensi stessi e per i quali si fida più di sensazioni fisiologiche che tattili.
Per questo motivo può capitare che alterazioni patologiche del nostro stato clinico inducano irreali sensazioni di snaturamento del corpo che non trovano riscontro in una valutazione oggettiva; è il caso, ad esempio, dell’anoressia, in cui il soggetto immagina (e vede effettivamente) la propria corporatura, fisiologicamente normale, come “troppo grossa”.
Fig. 2
Quando i primi uomini hanno iniziato a dipingere sulle rupi hanno forse cercato di rispondere a problemi meramente pratici (trasmettere informazioni ad altri mediante un disegno) raffigurando il mondo che li circondava nella maniera più realistica per loro possibile; ma nel momento in cui vivevano situazioni psicologiche ed esistenziali particolari (sogno, mistica rituale) non volevano più riprodurre solo ciò che vedevano, ma rendere visibile agli altri ciò che avevano percepito in un momento particolare, momenti in cui si trovavano da soli a contatto con un mondo non-reale.
Possiamo pertanto convenire con Jung che fin dai primi albori della civiltà umana è nato sia il realismo che la forma pittorica astratta[4].
E come i bambini, che nel loro sviluppo intellettuale tendono a rappresentare forme e dimensioni in maniera alterata e simbolica[5], anch’essi rappresentarono le loro visioni oniriche, le forme immaginate, o quelle intraviste realmente ma interpretate secondo la loro esperienza, in maniera personalizzata[6].
Questo fatto ci suggerisce di indagare alcune antiche realizzazioni pittoriche confrontandole con disegni attuali che esprimono particolari stati psicologici o patologici.
Prendiamo in considerazione, ad esempio, alcune pitture rupestri famose, che mostrano esseri con quella che sembra una testa con una morfologia molto strana (Figg. 2 e 3) e confrontiamole con un disegno eseguito da un paziente affetto da alcolismo (Fig. 4)[7].
Il concetto precedentemente espresso sulla nostra interpretazione di scienza ci impedisce di affermare che la stessa fenomenologia sia causa dei disegni, ma ci autorizza a ritenere sufficientemente degna di indagine questa affermazione, e di assegnare una diversa priorità ad altre, per esempio a quella che i graffiti rupestri siano la rappresentazione di esseri alieni dotati di uno scafandro.
Se migliaia di anni separano graffiti rupestri dal disegno di un anonimo alcolista, il particolare di un dipinto di Hieronimus Bosch (Fig. 5) ci mostra un personaggio molto simile, a significare quanto certi simbolismi possano persistere nel tempo.
Analoghe considerazioni si possono fare con altri esempi qui di seguito riportati.
Sempre un graffito rupestre (Fig. 6) è stato messo a confronto con un disegno realizzato da un volontario che, nel corso di esperimenti sulla percezione visiva dopo stress[8], era stato sottoposto a pressione dei globi oculari (Fig. 7), mentre, sempre nel corso dello stesso esperimento, le Figg. 8 e 9 rappresentano la resa grafica dell’alternanza della sensazione visiva ottenuta, ad occhi chiusi, dopo un lampeggiamento sulla retina a frequenza variabile.
I disegni sono confrontati con un altro dipinto rupestre (Fig. 10).
È appena il caso di far notare la similitudine tra il disegno simile ad una spirale del graffito rupestre (Fig. 6) con il disegno di Fig. 7, mentre in quelli successivi si può notare come le mani dipinte sulla roccia, nella loro mutazione da una forma a quella che sembra il negativo della stessa, sia molto simile nello stesso concetto di inversione del tono cromatico (dal centro chiaro ai bordi scuri e viceversa) delle due immagini realizzate ai nostri giorni.
L’ultimo esempio preso dalle manifestazioni pittoriche è quello che mette a confronto un graffito rupestre (Fig. 11) con un disegno realizzato da un bambino che illustrava un sogno (Fig. 12), in cui il bambino stesso dichiarò di sentirsi trasformato in albero, pur mantenendo tutte le caratteristiche umane legate alle sensazioni tattili.
Alcune analoghe considerazioni si possono fare nel caso di ritrovamenti di reperti ossei antichi, pur senza voler invadere il campo dei colleghi antropologi fisici.
Qualche tempo fa ebbe un certo risalto la scoperta di un cranio con caratteristiche anormali, sul quale si innestò una forte campagna mediatica che ipotizzata, molto velatamente ma anche molto insistentemente, la possibilità di un’origine non-terrestre del reperto.
Per questo motivo il cranio è conosciuto, nella pubblicistica non scientifica, come The Starchild Skull (il cranio del bambino delle stelle). La Fig. 13 lo presenta mettendolo a confronto con il cranio di un normale uomo dell’epoca attuale.
Non varrebbe nemmeno la pena far notare che la scienza medica ha già mostrato migliaia di reperti anatomici con caratteristiche anomale dovute a normalissime patologie cliniche se non fosse per il fatto che, nonostante questa banale e semplice spiegazione, il reperto in oggetto continua a produrre articoli e studi[9].
La Fig. 14 mostra un uomo affetto da “acromegalia”, una patologia dipendente da un’eccessiva produzione dell’ormone GH, probabilmente a causa di un tumore ipofisario.
È la stessa patologia di cui soffriva il pugile italiano Primo Carnera, campione mondiale dei pesi massimi nel 1933, per il quale si può notare una certa somiglianza fisica con Tillet. Questa malattia è caratterizzata, infatti, da somiglianze morfologiche tra coloro che ne soffrono, così come succede, per esempio, nella sindrome di Down (trisomia 21) o nel nanismo.
In Romagna si sente spesso citare il mazapégul, folletto della tradizione locale dall’aspetto ferino, come la mitizzazione di un piccolo animale, gatto o scimmia; se l’immagine può ricordare l’incrocio di questi due animali, è indubbio che comunque il significato più profondo del suo aspetto vada ricercato in significati mitici e psicologici più profondi.
Come studiosi di antropologia culturale siamo d’accordo con chi sostiene che bisogna guardarsi da un’eccessiva razionalizzazione e dipendenza da fenomeni puramente ed esclusivamente scientifici nelle valutazioni della fenomenologia dei comportamenti umani, ma riteniamo che nel campo “umano” vadano posti anche tutti quelle nozioni e credenze che vengono dall’inconscio, e che si sono tramandate in centinaia di rappresentazioni artistiche.
Ci riteniamo però di essere più in sintonia con Alfred Tennyson quando diceva: “Dalla natura vennero le mani che si allungarono sulla natura stessa, e forgiarono gli uomini”.
[1] Vedere: Verità storica e verità psicologica, alla pagina “Argomenti” di questo stesso sito.
[2] Si ribadisce l’importante differenza, in antropologia culturale, tra “dato” e “fenomeno”, per la quale si rimanda al lavoro di cui alla nota a piè di pagina precedente.
[3] Per un’interessante lettura su questo concetto si consiglia: ORLANDO TODISCO - Guglielmo d'Occam filosofo della contingenza - Padova, Messaggero 1998.
[4] CARL GUSTAV JUNG - L'uomo e i suoi simboli – Edit. Raffaello Cortina Editore, Milano, 2009.
[5] JEAN PIAGET - La formazione del simbolo nel bambino. Imitazione, gioco e sogno. Immagine e rappresentazione – Edit. La Nuova Italia, Firenze, 1998.
[6] Vedere, a questo riguardo, il lavoro Apofenia e Pareidolia, sulla pagina “Argomenti” di questo stesso sito.
[7] - Mental Disorders With Alcohol and Other Drug Abuse – su “ JAMA. The Journal of American Medical Association”, N.Y. 2004.
[8] - Medically Disease in a Nationwide Case-Control Study – su: “The American Journal of Psychiatry”, New York, Ottobre 1996, n°6.
[9] Un’agenzia giornalistica riporta che negli ultimi anni Lloyd Pye, scrittore e scopritore del reperto, ha ricevuto fondi da un famoso ente di ricerca per cercare di contestare le analisi sul DNA, già eseguite a Vancouver nel 1999, e che danno il cranio come un elemento umano.

