Cosa rimane, e verso quali residui culturali, deve orientarsi oggi la ricerca degli antropologi.
È noto come lo studio del folklore e dell’antropologia culturale (e non si parla evidentemente della sola cultura romagnola) ha sempre preceduto in due momenti distinti.
All’inizio c’era solo una raccolta di dati, una descrizione degli avvenimenti proposti quasi per pura curiosità, senza tentare di indagare i fenomeni rintracciati e ricercarne le ricadute sociali: era quella fase che veniva definita “etnografica” e nella quale una grande importanza veniva data, oltre che al testo, proprio alle illustrazioni.
La maggioranza delle immagini che possediamo (disegni o fotografie) di tribù indigene che riempivano le pubblicazioni più o meno popolari e che riempivano le biblioteche fino al secolo scorso, vengono hanno proprio questa origine.
Solo più tardi veniva l’approfondimento, lo studio storico e sociale dei fenomeni prima solo descritti: era la fase “antropologica” vera e propria.
Va notato che lo studio delle tradizioni di un paese ha spesso avuto origine da necessità politiche, quelle di un paese conquistatore che cercava di avere il maggior numero di informazioni per meglio poter gestire le popolazioni conquistate; i riti e le tradizioni possono essere contrastate o assecondate (magari solo in apparenza) favorendo così una penetrazione della propria cultura che entra subdolamente, magari apparentando le figure della cultura del conquistato a quelle del conquistatore, per finire poi con il sostituirle completamente.
E con esse, evidentemente, è anche la cultura dominante che finisce per sostituire quella del dominato.
Lo avevano capito molto bene gli antichi romani, soprattutto quelli del periodo imperiale, che lasciavano ai vinti l’adorazione delle divinità locali, ma inviavano a Roma, per essere acculturati, i migliori ingegni delle tribù sottomesse, facendone dei cittadini di cultura romana destinati poi ad essere i capi della loro gente.
Una situazione analoga fu quella attuata dalla chiesa cristiana, che sovrappose i santi cristiani a quelli pagani che avevano caratteristiche simili: così la dea celtica Birgit, legata alla luce, venne sostituita dalla cristiana Santa Cecilia, e Giovanni Battista prese il posto delle tante divinità legate ad i riti di iniziazione.
Quando Napoleone tentò di attuare la sua idea di un grande impero francese inviò studiosi delle tradizioni in tutti i paesi conquistati; nacquero così una serie di studi, ricordati generalmente come “inchieste napoleoniche”, che riguardavano usi e costumi delle varie regioni sottoposte alla legislazione francese, e tra queste anche quella che riguardava la Romagna.
Successivamente la stessa strategia fu attuata dall’Impero Asburgico; non per niente i primi ad occuparsi del dialetto romagnolo furono uomini di quell’area, da Graziadio Ascoli, Adolf Mussafia a Wilhelm Meyer – Lübke, fino al più noto, Friedrich Schürr.
Naturalmente, essendo questi uomini studiosi seri e generalmente ignari del fine politico che era alla base di questa strategia, non si limitarono a fornire i risultati dei propri studi ai governanti, ma ne diedero un’ampia diffusione.
Così che oggi quelle ricerche, nate per permettere una predominanza culturale, sono finite per essere le origini di studi successivi, hanno permesso la trasmissione ed il ricordo proprio di quelle culture che dovevano essere sopraffatte.
La storia, qualche volta, si prende delle rivincite.
Nel caso della cultura romagnola furono importanti gli studi etnografici di Battarra[1] (1778), Placucci[2] (1818), di Ferrero, di Piancastelli, mentre l’indagine socio-antropologica cominciò più tardi con studiosi come (tra gli altri) Toschi, Calvetti, Turci, Camporesi, e ultimi, ma solo per questioni temporali, Eraldo Baldini e Giuseppe Bellosi.
Tutti questi lavori partivano dagli studi “con fini politici” prima ricordati, una fra tutte la nota “indagine Napoleonica”, e, per quanto riguarda il dialetto romagnolo, dagli studi di Schürr.
I lavori di questi autori italiani sono stati estremamente importanti perché non solo hanno messo in evidenza logiche che erano alla radice dei comportamenti sociali, ma anche perché hanno anche permesso di identificare un loro preciso schema spazio-temporale, ossia di identificare dove e in quali periodi storici queste origini andavano ricercate.
Purtroppo questi studi hanno avuto come riferimento modelli sociali e logiche culturali vecchie di decine d’anni ( le più recenti che ci vengono in mente sono quelle riportate da Calvetti e risalenti al periodo immediatamente antecedente alla seconda guerra mondiale); questo evento bellico ha rappresentato un momento fondamentale per la cultura di tutto il mondo: dopo di esso si ebbe un’accelerazione inimmaginabile nell’acquisizione di nuovi modi di vivere (spesso importati da culture lontane) e un conseguente rapido oblo di schemi sociali che erano durati secoli.
Il fenomeno lo abbiamo potuto apprezzare molto facilmente negli aspetti tecnologici della nostra vita di tutti i giorni ( lo scrittore Piero Angela ha fatto notare che ci sono voluti tremila anni per passare dalla fiaccola al lume a petrolio, e solo cinquanta da questo al laser), ma è successa la stessa cosa ai comportamenti sociali.
Per questo motivo di quanto raccolto da questo manipolo di persone oggi probabilmente non è rimasto più niente; anche partecipando ad una festa di matrimonio nel più sperduto paesino del nostro Appennino non riusciremmo a rintracciare nessuno di quei comportamenti riportati da Turci su “I riti di passaggio riferiti al ciclo della vita (nascita – matrimonio – morte) nella realtà culturale romagnola”.
In tutto questo scenario c’è ancora, probabilmente, una nicchia culturale che probabilmente si è mantenuta inalterata, o per lo meno ha subito piccole variazioni, ed è quella collegata all’ansia del vivere quotidiano.
Nel nostro mondo noi abbiamo degli esempi indiscutibili di modernità “trionfante” (le macchine agricole sollevano indubbiamente i contadini dalle fatiche di un tempo, per cui non c’è stata difficoltà nel loro affermarsi nel confronto degli animali da lavoro) ma in altri campi non è così: le difficoltà del procedere della medicina, la sempre maggior ansia della vita di tutti i giorni, le paure indotte dall’informazione globalizzata, hanno fatto si che il mestiere delle indovine, delle cartomanti, delle mammane di villaggio, si sia mantenuto quasi inalterato nel tempo, se non altro come fenomeno quantitativo pur variando nello specifico operativo.
Questo potrebbe essere uno dei pochi, tra i “riti” antichi, ad essersi mantenuto inalterato nelle motivazioni più profonde, e quindi l’unico che potrebbe valere la pena di indagare anche ai nostri tempi.
Oggi, scomparse le etnie incontaminate dalla civiltà (in qualunque tribù africana che si cerchi di esaminare è sempre possibile trovare qualcuno con una bottiglietta di Coca Cola tra le mani, o con una maglietta strappata che rechi ancora visibile il logo di qualche azienda occidentale) l’unico campo di indagine che si pone all’attenzione degli antropologi è quello delle antiche radici culturali, ed in particolare quella delle “proprie” radici è quella che meglio si presta all’indagine di un antropologo, per evidenti motivi.
D’altro canto c’è stato un precedente proprio in questo tipo di analisi, condotto da un etnologo americano che indagò la cultura contadina delle zone di Dovadola, Premilcuore, S. Benedetto in Alpe, Rocca S. Casciano[3], anche se in questo caso non si poteva certamente parlare di radici “proprie”.
Charles Leland (Filadelfia, 1824 – Firenze, 1903) si occupò di folklore e antropologia, ma il suo interesse si spostò sempre più verso gli studi delle minoranze etniche ed in particolare di quelle che, per i loro comportamenti, erano tenute ai margini della società. Seguendo queste logiche si occupò delle tradizioni degli zingari, dei vagabondi; lo studio degli zingari lo avvicinò al mondo degli indovini e delle chiromanti, sulle quali scrisse un saggio: Gypsy Sorcery and Fortune-Telling.

Venuto in Europa si stabilì definitivamente a Firenze nel 1886, e da qui cominciò a percorrere l’Appennino e ad occuparsi di storia etrusca, ipotizzando che la religione di questo popolo avesse lasciato tracce nella società rurale di quella zona. Il risultato fu la pubblicazione di Etruscan-Roman Remains in Popular Tradition[4] nel quale esponeva queste ipotesi e ribadiva come molte tradizioni romagnole affondassero le proprie radici in antichi culti pagani che erano riusciti a sopravvivere grazie alla loro capacità di innestarsi sulle posteriori tradizioni cristiane.
A Premilcuore conobbe Maddalena Zaleni, una chiromante che lo introdusse al mondo della stregoneria della propria zona, e seguendo le informazioni che questa gli forniva arrivò alla conclusione che esistesse in quella zona una forma di stregoneria rurale, che battezzò “la vecchia religione” (the old religion), e che traeva origine dall’antico culto di Diana.
Riunì queste informazioni nel volume Aradia, or the Gospel of the Witches[5], pubblicato a Londra nel 1899.
Leland raccolse informazioni utilizzando due diversi tipi di fonti: una era quella del mondo accademico italiano (direttori di musei, storici, archeologi, come il direttore del Museo Archeologico di Firenze, prof. Milani, o il senatore D. Comparetti) e dallo studio delle divinità etrusche su testi classici, come il Die Etrusker di Karl O. Müller; l’altra nasceva nel mondo popolare, da persone di cui riporta i nomi, come V. Del Vivo di Dovadola, Tito Forconi di S. Benedetto in Alpe, i signori Lanzi, Inghirami e Placidi di Premilcuore, Ottavio Magrini di Portico di Romagna, Enrico Rossi di Galeata, Augusto Ferrari di S. Sofia.
Leland passò poi in rassegna una lunga lista di spiriti e divinità del mondo rurale derivanti dalle antiche divinità dei popoli abitatori di questa parte d’Italia. La sua ipotesi era molto semplice: un antico rito pagano si mantiene ponendosi come alternativa a quello cristiano quando si propone come più vicino ai desideri della gente, quando appare meno astratto.
Trovò inoltre una conferma a questa sua ipotesi in un testo antico, ancora di queste parti: (Idea del giardino del mondo, del ravennate Tommaso Tomai, stampato a Venezia nel 1690).
La critica del mondo accademico americano fu molto dura con lui, accusandolo di aver dato credito a mistificatori, di un’accettazione un po’ troppo frettolosa di certe “storielle”, che le sue frequentazioni con esponenti del mondo esoterico non gli permettessero di mantenere quel necessario distacco che un vero professionista deve tenere nei confronti dei temi studiati. Le sue passioni politiche che lo fecero partecipare nel 1848 alla Comune di Parigi, oltre al tono sicuramente non accademico delle sue opere, alla sua aperta simpatia per i ribelli, gli anticlericali, gli anticonformisti non gli favorì certamente l’appoggio del mondo accademico del suo paese.
Negli anni successivi alla sua morte e fino al 1980, i suoi lavori rimasero abbastanza sconosciuti ed utilizzati quasi esclusivamente nell’ambito esoterico statunitense, erede dell’occultismo ottocentesco, che ne esaltò unicamente la parte più documentaristica, quelle degli incantesimi e delle pozioni, mentre tralasciò completamente quella storico-antropologica che ne era l’elemento fondamentale.
Oggi i suoi studi sono fortemente criticati da studiosi delle tradizioni romagnole, ritenendoli quantomeno frutto di un’immaginazione fervida e, forse, quasi allucinata.
Lungi dal volerne sostenere un’accettazione indiscriminata, riteniamo si dovrebbero per lo meno indagarli in maniera scientifica (cosa che fino ad oggi nessuno dei suoi detrattori ha fatto, limitandosi semplicemente a tacciarlo di visionarietà) prima di tacciare la sua opera della totale mancanza di originalità e di un fondo di logica.
Si potrebbe quindi tentare una sorta di revisione del suo lavoro, cercando di capire se qualche reminiscenza che Leland credette di identificare è effettivamente ancora presente in quel mondo.
Non sarebbe certo un compito facile (Leland ci mise anni e spese un notevole capitale personale) in quanto occorrerebbe ottenere la fiducia nelle informazioni trovate, evitando di incappare in mitomani, creduloni e persone in cerca di notorietà. L’unico elemento di discrimine sarebbe solo l’intelligenza dell’indagatore.
Sicuramente si identificherebbero due tipologie molto diverse di informatori: quella “di città” (ci si permetta questa licenza), più colta, più smaliziata, probabilmente molto spesso in malafede, e quella “di campagna”, più ritrosa, che limita la sua attività ad una cerchia molto più ristretta di clienti, che in genere non gradisce prestare la sua opera verso persone che non conosce.
Probabilmente è proprio da quest’ultima che si potrebbero riscontrare (se ce ne fossero) residui di antiche pratiche sociali, ma non va sottovalutata neppure la prima, probabile erede di quella chiromanzia settecentesca “colta” che sfociò nei fenomeni medianici in voga nell’ottocento.
Un’altra cosa interessante che potrebbe scaturire da questo studio potrebbe essere quello di verificare l’eventuale conflitto tra uomini e donne che si dedicano alla stessa attività, come fu indagato da Ginzburg relativamente ad altre zone e altri tempi[6].
La metodologia di una ricerca di questo tipo non è da inventare, e la si rimanda agli specialisti; il nostro è solo un suggerimento da semplici appassionati di folklore e antropologia sociale, da condurre con l’aiuto di persone di diverse discipline (antropologi, etnografi, linguisti, psicologi) realizzando cioè un team composito come fece Ernesto de Martino quando si occupò dei riti funerari dell’Italia del sud.
Questa proposta nasce innanzitutto perché siamo convinti che lo studio della nostra cultura non possa basarsi eternamente sugli stessi modelli inalterati, perché siamo convinti che i motivi che hanno dato origine alla nostra struttura sociale, anche se nati molti anni fa, hanno tutt’ora una valenza, e danno luogo a comportamenti che non rimangono simili nel tempo, ma che cambiano con il modificarsi della nostra società; se l’analisi delle logiche che erano alla base dell’attività di una cartomante della fine ottocento ha potuto farci capire meglio i nostri attuali comportamenti, la stessa analisi compiuta oggi potrebbe ampliare queste conoscenze.
[1] BATTARRA, G. A., Pratica agraria distribuita in varj dialoghi opera dell’abate Giovanni Battarra professore di filosofia in Rimino, Tomo1 e 2. Edizione seconda nuovamente corretta ed accresciuta di varie aggiunte interessanti dall’autore medesimo. Edito in Cesena per Gregorio Biasini, all’insegna di Pallade, 1782.
[2] PLACUCCI M., Usi, e pregiudizj dei contadini della Romagna – Forlì, Barbiani, 1818. Ristampa anastatica a cura di Giuseppe Bellosi, Imola. Edizioni La Mandragola, 2002.
[3] CORTESI, R., La Romana-Toscana di fine ottocento negli scritti di Charles Godfrey Leland, Atti del Convegno della Società di Studi Romagnoli, Capaccio di Santa Sofia, 17 settembre 2004.
[4] Il libro fu pubblicato contemporaneamente negli Stati Uniti e in Inghilterra, rispettivamente edito da C. Scribner’s sons, New York 1892, e da T.F. Unwin, London 1892. Non sono state ritrovate traccia di una traduzione in italiano.
[5] Di questo testo esistono diverse traduzioni in italiano, tra cui : Aradia, il Vangelo delle streghe, Ed. Librarie F. Spinardi, Torino 1994; Aradia, o il Vangelo delle streghe, L.S. Olschki, Firenze 1999; Il vangelo delle streghe, Stampa Alternativa, Viterbo 2001.
[6] GINZBURG, C., I benandanti : ricerche sulla stregoneria e sui culti agrari tra Cinquecento e Seicento – Torino, Einaudi, 1966

